via Sulis
Nasce dalla particolare evoluzione di quella che era un tempo la piazza Sant’Erasmo: vasto spazio pianeggiante sul lato destro della chiesa parrocchiale oggi occupato dal palazzo conosciuto come Scala di Ferro e dagli edifici posti in successione verso levante fino alla casa Alibertini che lo chiudeva quasi completamente. Vi si affacciava la canonica e perciò il nome con il quale era indicata divenne ben presto piazza della canonica o della sacrestia. Qui, sul lato nord, nella casa di Antonio Martini, abitò il capopopolo cagliaritano Vincenzo Sulis dopo la liberazione dal carcere e l’obbligo di risiedere, in esilio, nella nostra isola, senza potersene allontanare. La piazza si trasformò radicalmente quando il proprietario del terreno, Gerolamo Zicavo, costruì il palazzotto, chiamato in seguito Scala di Ferro, oggi portato all’attenzione del pubblico per lo sgombero degli abitanti e la decisione del commissario prefettizio di metterlo in vendita. La costruzione, che non occupava l’intera piazza, lasciandone una parte ancora aperta su via Ilva, determinò la nascita di due vie parallele che su questa si innestavano: quella che sarà via Regina Margherita e quella che continuò a chiamarsi, fino al 1896, via Sant’Erasmo. In quell’anno infatti, anche questa via cambiò nome, il santo fu defenestrato e sostituito con “il tribuno cagliaritano” Sulis. Il completamento del palazzo di Zicavo con le due ali basse allineate su via Ilva e separate dal bel cancello mediano, fu operato nel 1898 e suscitò, all’epoca, la stizzosa reazione di chi, abitando proprio in via Sulis, perdeva completamente la vista sulla piazza Santa Maria Maddalena. Dopo un buon tratto pianeggiante rifinito con pavimento in cemento, la via si insinua con un percorso irregolare e molto stretto, sulla in via Cappellini: è la parte più caratteristica, lastricata e gradinata, che meriterebbe maggiore attenzione e cura soprattutto per la pulizia e il diserbo.
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via Nizza
Via Garibaldi e Bass’a Marina corrono quasi parallele e sono collegate fra loro da piccoli passaggi che coprono il dislivello per mezzo di brevi tratti pianeggianti e di ripide scalinate (chiamate scalinette): nessuno di questi ha un nome tranne l’ultimo (per chi viene da Piazza Comando) che fu intestato, in epoca abbastanza recente, il 13 giugno 1972. Nessuna motivazione particolare accompagna la delibera di consiglio e quindi non sappiamo cosa abbia fatto privilegiare questo passaggio rispetto agli altri: si legge nella delibera: “Via Nizza-Vicolo A di via Garibaldi (da via Garibaldi, con due diramazioni: una chiusa e l’altra con sbocco in via Amendola” La scalinata divide il bel palazzo, piuttosto maltenuto, dove si apre il bar Fabbris e la curiosa casa Aversano, si inerpica restringendosi leggermente fino ad incontrare un’altra scalinata che sale da via Garibaldi in direzione quasi perpendicolare. La curiosa struttura della via è stata determinata dalla conformazione rocciosa del sito occupato un tempo dal forte Sant’Agostino che era sorto, alla fine del Settecento, per difendere il lato orientale dell’insediamento della piccola comunità isolana scesa dal Collo Piano alla Marina. Esso occupava la sommità di uno sperone roccioso quasi a picco sul mare che impediva di fatto qualsiasi collegamento fra lo scalo degli Olmi e la cala Mangiavolpe. Questo antico forte fu cancellato solo nella seconde metà dell’Ottocento quando la parte meridionale fu venduta alla famiglia Bottini che vi costruì la casa, rimasta quasi intatta da allora, che avrebbe ospitato l’albergo Belvedere. Poi diversi interventi di riempimento a spese del mare consentirono di costruire la via di Bass’a Marina e, in seguito i moli che conosciamo. Lo spazio del forte scomparve quasi completamente lasciando solo uno spazio, oggi molto ridotto ma abbastanza riconoscibile, inglobato dalle prime case di via Garibaldi, da quelle di via Giuliani e da quelle di Bass’a Marina. L’accesso a questo spazio, oltre che da via Nizza è assicurato da due altre scalinate: la prima, molto bella, con gradini stondati e ben rifiniti, costeggia proprio la casa Bottini e sale fino ad un piccolo cancello che si apre su quella che doveva essere una parte della spianata del forte; la seconda, parte da via Giuliani e si perde nello stesso spiazzo.
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via Cavour
Non si sa quando sia stata intestata questa via: lo stesso Giuseppe Volpe, autore, come si ricorderà, della più grande operazione toponomastica operata alla fine dell’Ottocento, affermava esser l’intesta-zione già in uso senza sapere precisare da quando. Via Cavour collega via Ilva, piazza Zebù, con via Castelfidardo. Ha mantenuto, fortunatamente, la sua principale caratteristica: le case a monte sfilano lungo tutta la prima parte della via, in discreta salita, con i loro piazzaletti orientati prevalentemente a ponente, mentre, superata la parte alta, la via cambia aspetto: le porte si affacciano con due o più gradini sul percorso in leggera discesa che precipita nella parte finale sulla via sottostante. Tranne qualche eccesso di decorazione, le facciate hanno conservato caratteri sobri, ringhiere di ghisa o ferro e anche le ricostruzioni più recenti hanno avuto il merito di adeguarsi a queste caratteristiche senza stravolgerle: così quella più vicina a via Ilva, dove abitava la famiglia Ferracciolo, ha mantenuto un piccolo giardino protetto da alti muri mentre la facciata si adorna di belle buganvillee. Lo scorcio della via dalla piazza della chiesa è piacevole: peccato che macchine sistemate in eterna doppia fila nella piazzetta Zebù spesso lo nascondano. Fu lastricata nel 1906. Sintomatico il dibattito in consiglio comunale nel quale l’assessore ai lavori pubblici aveva presentato un progetto con “lastre non lavorate a fino” in modo da poter spendere le somme così risparmiate anche per sistemare alcuni vicoli adiacenti; il consigliere Mamberti aveva chiesto, invece, che il lavoro fosse eseguito bene alla subbia mezzana asserendo che non era conveniente fare un lavoro con la prospettiva di riprenderlo più tardi perché ciò avrebbe comportato una doppia spesa: il consiglio acconsentì alla richiesta.
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via Zonza
Ha come limiti attuali via Barone Manno (che costeggia la chiesa dal lato di ponente) a via Montebello. Prima si chiamava via della Processione (nome già attestato nel 1853) e copriva il percorso comprendente sia via Zonza che l’ultima parte di via Montebello che sfocia in via Vittorio Emanuele, allora chiamata via Grande. E’ una delle più vecchie del paese, sulla quale alcune case presentano accessi a raso, altre con alti gradini, una con un bel piazzaletto bordato da ringhiera. Mantiene uno dei locali più caratteristici dell’isola, oggi divenuto ristorante, un tempo adibito a bettola con il classico largo bancone di marmo: passando nella via si sentivano spesso i cori mai chiassosi degli avventori che a sera vi si ritrovavano. Il padrone, il severo zì Antò Riva, non consentiva schiamazzi, né gradiva la presenza di bambini; a me piaceva, sostando nella strada, ascoltare una canzone particolarmente triste, cantata spesso dai vecchi scalpellini, e che narrava di un amante tradito che, malgrado tutto, rimpiangeva il suo amore perduto.La via fu intestata nel 1896 per ricordare un eroe dei primi tempi della nostra storia: il nocchiero della mezza galera il Falco che, per un glorioso combattimento contro i barbareschi nel 1811 al largo di capo Teulada, aveva ricevuto la medaglia d’oro. La motivazione espressa al momento della proposta di intestazione da parte del solito Giuseppe Volpe, ricordava il marinaio che, “veleggiando verso il capo Teulada col regio sciabecco Sant’Efisio, impavido e risoluto di vincere o morire, trionfò dell’orde tunisine prevalenti in numero e ferocia e ne fece orribile massacro. E sia a suo nome intestata la via ora Marina Seconda”. Come si vede Volpe aveva deliberatamente cancellato il vero nome della via della Processione e, forse, confuso il nome dell’imbarcazione sulla quale aveva combattuto Zonza.
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