Pubblicate su Il Vento nell'Anno 2002
1 Aprile 2002
Meditazione sulla Pasqua del Signore Gesù
“Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette” (Gv 20, 8).
Ecco, Simon Pietro e il giovane Giovanni giungono al sepolcro, ma “la pietra era stata ribaltata” e vedono “le bende per terra”, “il sudario… piegato in un luogo a parte”. Dunque, la tomba è vuota. “Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato!” (1 Cor 5, 7b) e “Dio lo ha risuscitato al terzo giorno” (At 10, 40). Gesù “è risorto, come aveva detto” (Mt 28, 6). Ed è risorto, perché risorgano le coppie, i genitori, la società civile. Risorgano le coppie, che erano morte a causa dell’egoismo, delle soprafazioni dell’uno sull’altro, dell’individualismo, dell’immaturità spirituale. Risorga l’amore tra i coniugi, amore fatto di dialogo sincero, di comprensione reciproca, di collaborazione attiva. Non è la famiglia ad essere in crisi, ma la coppia. Dunque, risorga. Risorgano i genitori, che erano morti, schiacciati dalle preoccupazioni della vita quotidiana, dalla fretta, da una non corretta gerarchia di valori. Risorgano come veri modelli di vita, come esempi di vita religiosa, come educatori dei valori dello Spirito. Non sono i genitori ad essere in crisi, ma la loro religiosità. Dunque, risorgano. Risorga la nostra società isolana, morta sotto il peso degli interessi di parte, degli egoismi di gruppo, delle offese senza remore, dei toni negli interventi pubblici troppo polemici ed aspri, del non volersi confrontare serenamente e in modo costruttivo. Non è il cittadino ad essere in crisi, bensì la sua società. Risorga la nostra società maddalenina. Risorga il senso civico, la coscienza morale di essere tutti responsabili di tutti, la collaborazione tra le diverse parti sociali, lo sguardo verso il futuro prossimo, la capacità imprenditoriale nell’investimento – non miope, ma lungimirante – di risorse umane e di capitali sulle persone, sull’ambiente, sulle piccole e medie imprese. Una risurrezione civile, dunque, che comporti l’abbandono della mentalità del posto fisso – inattivo, non produttivo –, anche se questo comporta sacrificio, per volgersi verso un lavoro flessibile, creativo, aperto, capace di pensare, organizzare, trasformare ed investire tutte, ma proprio tutte, le risorse del nostro Arcipelago a beneficio di tutti e in special modo delle nuove generazioni. Gesù è risorto, e con lui, le nostre coppie, i nostri genitori e la nostra società maddalenina.
15 Aprile 2002
Meditazione sulla III domenica di Pasqua
“Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo” (1 Pt 1, 18-19).
Non con argento e oro siamo stati riscattati, ma con il “sangue prezioso di Cristo”. Il sangue di Cristo, versato durante la Passione e dall’alto della Croce, è molto più prezioso dell’argento e dell’oro. E’ il sangue di Dio Figlio che ci ha liberati, non l’argento e l’oro degli uomini. Dio ci ha riscattati versando il sangue del Figlio, non pagando la nostra redenzione con argento e oro. Con argento e oro noi uomini abbiamo sempre comprato di tutto, anche la vita o la morte di altri uomini. Gesù fu comprato dai sommi sacerdoti per “trenta monete d’argento” (Mt 26, 15b). Dio Figlio si è fatto comprare per “trenta monete d’argento”, mentre per il nostro riscatto non ha dato né argento né oro, ma ha versato il suo sangue, ha donato la sua vita. Siamo stati liberati a caro prezzo! Gesù aveva detto: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15, 13). I sommi sacerdoti “fissarono trenta monete d’argento” per la consegna di Gesù da parte di Giuda Iscariota. Mentre, Dio Padre fissò per il nostro riscatto il “sangue prezioso” del Figlio suo Gesù. L’amore di Dio non ha misure ne pesi; l’amore di Dio non è quantificabile. L’amore di Dio oltrepassa tutte le nostre umane valutazioni. L’amore di Dio non può essere valutato in argento e oro. E’ ben altro dall’argento e dall’oro. Questo amore ha – se proprio la deve avere – una sola misura: il “sangue prezioso” di Gesù Cristo, Figlio di Dio. E’ una misura che non può essere usata dagli uomini, e quando ciò accade, avviene un miracolo: il corruttibile sangue di un uomo si unisce – per grazia divina – al “sangue prezioso” del Signore Gesù, e questa unione genera un martire, un testimone della fede, uno strumento eletto dell’amore di Dio. Chiediamo a Dio Padre di poter meditare sulla grandezza del suo amore affinché possiamo tentare di imitarlo o, comunque, lasciarci amare da lui che mai cesserà di compire la sua opera di liberazione.
1 Maggio 2002
Meditazione sulla VI domenica di Pasqua
“Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (1Pt 3, 15).
Così, ieri e oggi, consiglia Pietro apostolo. Ma come rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi? Rispondere non è facile, perché chi ci pone la domanda è: il quasi ateo, il lontano, il non praticante, l’analfabeta religioso. Rispondere non è facile, perché, tante volte, la domanda non è formulata correttamente; è sbagliato l’oggetto, vale a dire: non si domanda riguardo Gesù, ma circa i suoi discepoli che, come tutti gli uomini, sono peccatori, cadono in contraddizione. Rispondere non è facile, perché possiamo non essere del tutto sicuri sulle ragioni che muovono il nostro credere nella speranza annunciata da Gesù. La speranza che è in noi – la speranza di conquistare, un giorno, la vita eterna – è minacciata; è soggetta ad essere messa a dura prova; vacilla sotto le prove della vita. Vivendo in un mondo dove tutto è ritenuto relativo; dove la realizzazione dei desideri dell’individuo passa sopra tutto e tutti; dove il pluralismo muove guerra contro le tradizioni, i valori patriarcali, il sentimento religioso, il bisogno di identità e di radici profonde; rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi sarà sempre più difficile e impegnativo, ma anche sempre più necessario. Si tratta, innanzi tutto, di rispondere con la vita, con l’esempio, comportandosi in ogni situazione della giornata da cristiani. La prima e fondamentale risposta a chi mette in dubbio, movendo persino aspre critiche, la nostra religione, credo, pratica, deve passare attraverso la testimonianza. Le parole, spesso, non convincono, ma gli esempi, se non cambiano la vita dei lontani, almeno fanno pensare, riflettere, porre interrogativi. La nostra testimonianza deve essere offerta “con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male” di noi “rimangano svergognati quelli che malignano” sulla nostra “buona condotta in Cristo” (1Pt 3, 15b-16). Tanto più la nostra testimonianza sarà sincera, coerente, inattaccabile, tanto più sarà incisiva, ammirata, stimata, porterà qualcuno a ricredersi, a smettere di malignare, a mettersi in cammino per credere nel Signore Gesù. Per questo, la responsabilità è alta. Non tutti saremo pronti a rendere questa testimonianza efficace, ma chi ha ricevuto questa grazia si metta in moto “operando il bene”, vivendo un forte legame con Gesù e la sua Chiesa, mostrando – in tutta umiltà – l’amore di Dio, la compagnia del Figlio Gesù, l’incoraggiamento dello Spirito, la guida materna della Chiesa. Così diamo ragione della speranza che è in noi!
15 Maggio
Meditazione sulla domenica di Pentecoste
“… a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune” (1Cor 12, 7).
A ciascuno di noi è dato un carisma – un dono dall’alto – “per l’utilità comune”. Per questo, vi è diversità di ministeri-servizi, di operazioni-attività. Infatti, molti sono i servizi e le attività che si svolgono e che caratterizzano la Comunità parrocchiale. Il carisma-dono è dato gratuitamente, ma spetta poi al titolare fare in modo che, una volta accolto, porti molto frutto. L’Apostolo Paolo non li classifica in modo da fare intuire una maggiore o minore importanza di uno rispetto ad un altro. Questo, perché tutti, ma proprio tutti, i carismi-doni sono dati “per l’utilità comune”. Perciò, tutti sono utili. Quindi: dal più umile e nascosto servizio, alla responsabilità più impegnativa e gravosa. Se il servizio o l’attività non diventano privilegi, strumenti per mettersi in mostra, allora questi sono veramente “per l’utilità comune”. La tentazione esiste: anziché servire, farsi servire o, peggio, servirsi della Comunità parrocchiale. Tutti – in forza del Battesimo – abbiamo ricevuto la chiamata a servire la Chiesa, anche se in modi, luoghi, ruoli, compiti diversi. Questa stessa diversità è un dono e non un ostacolo, impedimento. I praticanti, rispetto al numeroso popolo dei battezzati, essendo la Comunità eucaristica hanno l’alta responsabilità di scoprire quali carismi-doni hanno ricevuto, affinché poi possano metterli a servizio anche della Comunità parrocchiale “per l’utilità comune”. I cristiani credenti praticanti sanno che è loro dovere servire la Chiesa ovunque il Signore vuole. Sarà, allora, la famiglia, poi l’ambiente di lavoro, la società dove si vive. In questi campi della vita quotidiana i cristiani credenti praticanti sono chiamati a portare il buon pane profumato del servizio, anche e, soprattutto, quando questo non porta fama, riconoscimenti, complimenti pubblici, ma, anzi, al contrario, qualche sofferenza interiore, incomprensioni, invidie. Per questo, non vale la pena scoraggiarsi, avvilirsi, gettare la spugna. Oggi, domenica di Pentecoste, l’Apostolo Paolo ci invita a prendere coscienza dei doni che lo Spirito ci ha dato affinché questi siano messi a disposizione, “per l’utilità comune”. Chi pensa di non avere ricevuto alcun dono dall’alto, si fermi e osservi attentamente dentro il proprio cuore. Costui, poi, non dica: “Non so fare niente per la Parrocchia!”. Non è così! È forse niente essere un vero e sincero praticante? È forse niente essere un buon cristiano in famiglia e nel lavoro? È forse niente sentire il bisogno di Dio, della sua Parola, del suo Corpo? No, è tutto! È ciò che veramente conta! Allora, si tratta di impegnarsi quotidianamente a vivere “sotto l’azione dello Spirito Santo”.
1 Giugno 2002
Meditazione sul Corpus Domini, Anno A
“Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?” (1 Cor 10, 16).
A Paolo, che così domandò ai cristiani di Corinto, vogliamo rispondere: Sì, il calice è il Sangue di Cristo! Sì, il pane è il Corpo di Cristo! Il calice è vero Sangue; il pane è vero Corpo. Questa verità ci ricorda l’Apostolo Paolo; questa verità, fondamentale ed essenziale per la nostra fede, ci insegna e fedelmente ci trasmette la Madre Chiesa. Nel giorno del Corpus Domini la liturgia ci invita a vedere Gesù, a volgere il nostro sguardo verso il suo Corpo e Sangue, per noi donato e versato. Ma, questo, deve essere un vedere più profondo; uno sguardo più attento. Si tratta di fermarsi di più a considerare il Mistero del Corpo e Sangue di Cristo, che si fa per noi cibo per il pellegrinaggio terreno, pane per la vita eterna. E di questo Corpo e Sangue, di questo nutrimento, noi tutti ci dobbiamo spiritualmente nutrire e saziare. Poveri noi, se questo cibo venisse a mancare! Poveri noi, perché, allora, la nostra povertà verrebbe ad aumentare e così sarebbe ancor più facile smarrire la via del Signore. La liturgia del Corpus Domini ci impone una sosta e ci invita a verificare: se crediamo nella presenza reale del Corpo e Sangue del Signore Gesù nella Eucaristia; se crediamo che la Comunione ci cambia; se crediamo che la Eucaristia ci conduce alla vita eterna. Ed ancora, ci spinge ad esaminare la nostra coscienza: il nostro cuore è pronto per ricevere Gesù oppure la nostra cella interiore è disordinata, inospitale, non degna? Sono in grazia di Dio oppure prima di entrare in Comunione con lui devo riconciliarmi? Ricevere la Comunione è sempre un canto di lode, di gratitudine, di fede, di bisogno spirituale, oppure una abitudine? Quale Mistero grande, incomprensibile, si nasconde nel Corpo e Sangue di Cristo datoci nella Eucaristia quale nutrimento spirituale necessario. Capire: non si può! Spiegare: sarebbe solo un balbettio. Allora, non resta che domandare una grazia: non offendere Gesù! Non offendere Gesù riconoscendolo nella sua presenza reale nel tabernacolo. Non offendere Gesù non facendo la Comunione per abitudine. Non offendere Gesù adorandolo e ringraziandolo dopo averlo ricevuto gratuitamente in dono. Non offendere Gesù riparando ai peccati commessi. Solo così il Corpo e il Sangue di Cristo saranno vera Comunione con lui, saranno vera benedizione per tutta la nostra vita.
15 Giugno 2002
Meditazione sulla XI domenica del T.O. Anno A
“Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita” (Rm 5, 10).
L’Apostolo Paolo ci spinge – come sempre – a volgere il nostro sguardo verso il passato, ma anche verso il futuro. Non dobbiamo – perciò – dimenticare il passato, ma, insieme, non possiamo non sperare. Quando ancora eravamo “nemici” di Dio, perché lontani, indifferenti, non in ascolto della sua Parola e non imitatori delle sue opere, “siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo”. La nostra condizione di “nemici” non ha impedito a Dio di riconciliarci sacrificando il “Figlio suo”. Eppure eravamo con la nostra vita lontani da Dio, indifferenti alla religione con tutti i suoi riti e insegnamenti, sordi alla Parola di Dio annunciata dalla Chiesa, non cooperatori nelle multiformi opere del Signore. Ciò nonostante, “siamo stati riconciliati”, dunque: amati, sino al sacrificio del Figlio Gesù. Allora, in questo consiste l’amore di Dio. Un amore che trasforma il nemico in un riconciliato, senza attendere che il malato guarisca. Se questo è stato il nostro passato, “molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati”. Ecco il nostro futuro: la salvezza, frutto della riconciliazione. Ora il nostro rapporto con Dio non è più quello di “nemici”, ma di “riconciliati”. “Siamo stati riconciliati”, dunque: siamo vicini a Dio, legati a lui dal culto e dalla messa in pratica dei suoi insegnamenti, in ascolto della sua Parola e collaboratori nel suo apostolato. Riconciliati guardiamo con speranza viva il nostro futuro e, pur in lontananza, vediamo la nostra salvezza. Allora, non ci resta che conservare questo stato di “riconciliati” per non smarrire la via, per non ricadere in una vita da “nemici”, per non cessare di lodare Dio ricco di misericordia, per impegnarci ad essere testimoni del suo amore negli stati di vita dove ci ha chiamato, per morire con la speranza di non aver vissuto inutilmente da cristiani, per sperare sino alla fine nel premio giusto: la salvezza eterna.