Pubblicate su Il Vento nell'Anno 2002
30 Settembre 2002
Meditazione sulla XXVI domenica del T.O. Anno A
“Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi,
con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, senza cercare il proprio
interesse, ma piuttosto quello degli altri” (Fil 2, 1-11).
Anche questa domenica l’apostolo Paolo continua ad esortarci e, soprattutto,
a metterci spalle al muro costringendoci, ancora una volta, ad esaminare la nostra
coscienza, a guardare dentro il nostro cuore. Innanzi tutto, ci dice di non fare
“nulla per spirito di rivalità”; potremmo dire: d’ambizione. La rivalità, infatti,
nasce quando c’è l’ambizione. L’ambizioso è sempre circondato da diversi rivali,
da coloro che sono altrettanto ambiziosi e pronti a dividere purchè si raggiunga
lo scopo: quello di fare vincere l’orgoglio, vale a dire: le proprie ragioni, il
proprio punto di vista. Paolo, perciò, consiglia che ciascuno “consideri gli altri
superiori”, migliori a se stesso. Si tratta, contro il veleno dell’orgoglio,
dell’antidoto dell’umiltà, l’unico capace di salvare dal morso della rivalità
e, quindi, della divisione. Dunque: Paolo ci propone di considerare gli altri
migliori di noi. Per chi ha una certa dose d’orgoglio, e tutti ne abbiamo a
sufficienza, non può esserci consiglio più impegnativo. Pensiamo a chi
ricopre certi incarichi di comando, di responsabilità. Per costoro non è
certamente facile considerare superiori gli altri. In ogni caso, non è
necessario ricoprire tali posizioni per trovarsi in difficoltà nel riuscire
a mettere in pratica il consiglio che ci viene dall’apostolo Paolo. E non
è necessario essere in ufficio o in qualsiasi altro luogo di lavoro per essere,
comunque, messo a dura prova circa l’umiltà. Anche a casa, in famiglia, tra marito
e moglie, tra genitori e figli, nei gruppi di volontariato, in Parrocchia, può esserci
ambizione, rivalità, orgoglio. Come può esserci anche tanto egoismo per vincere il quale
Paolo consiglia di non “cercare il proprio interesse”, ma anche quello degli altri. Ecco,
un’altra proposta per niente facile: non essere egoisti. Insieme all’orgoglio, l’egoismo
è l’altro nemico numero uno della carità, dell’unità, della pace. È l’egoismo ad impedirci
di vedere oltre i nostri privati interessi. Se ci si pensa bene, l’egoismo è, per chi vive
in società, il male più grave, più pericoloso; è un controsenso, perché vivere nelle piccole
società: la famiglia, il gruppo degli amici, e nelle grandi: il lavoro, la scuola,
il quartiere, la città, significa cercare il proprio interesse insieme a
quello degli altri. Per un cristiano questa regola non viene da un bisogno
sociale, ma dal Vangelo stesso. Per tutto questo, il cristiano dovrebbe primeggiare
sulle virtù dell’umiltà e della vera socialità. A noi cristiani, che lottiamo contro
l’orgoglio e l’egoismo, Paolo indica un’unica via atta a sconfiggerli: imitare il Signore
Gesù. Solo l’imitazione di Cristo ci consentirà di vincere la buona battaglia della fede,
di costruire una migliore società, di sentirci sempre più comunità, famiglia in cammino.
Dio ci aiuti!
15 Ottobre 2002
Meditazione sulla XXVIII domenica del T.O. Anno A
“Tutto posso in colui che mi dà la forza” (Fil 4, 13).
Con questa dichiarazione di fede da parte dell’apostolo Paolo, si chiude la Lettera ai filippesi. Paolo, da ultimo, rivela il segreto della riuscita del suo apostolato: “Tutto posso in colui che mi dà la forza”. L’energia di Paolo non è di origine umana, ma divina. E’ Cristo Gesù a dare all’apostolo la forza, e con questa forza, che proviene dall’alto, Paolo può tutto. Apostolo instancabile, fondatore di comunità cristiane coraggioso, predicatore del Vangelo convito e coinvolgente, Paolo è stato testimone autentico e credibile del Signore Gesù che viene, chiama, salva. Ha potuto tutto, perché, abbandonando tutte le sicurezze umane, si è messo nelle mani del Signore e si è lasciato accompagnare. Lui, proveniente da un mondo ricco e colto, potente ed orgoglioso, si è fermato, ha scrutato il suo cuore, ha ascoltato la Parola, si è spogliato delle vesti di maestro per vestire quelle di discepolo, è ha scoperto che “tutto” avrebbe potuto “in colui che” gli avrebbe dato “la forza”. Paolo ha scoperto la fonte prima ed ultima della vita interiore, delle opere umane, del sacrificio che edifica: il Signore Gesù. Ed entusiasta qual’era, ha viaggiato per tutto il mondo mediterraneo per annunciare a tutti: Tutto possiamo in colui che ci dà la forza. E noi: da chi riceviamo la forza necessaria per vivere e vivere da cristiani? Pensiamo, forse, che siano sufficienti le sole energie ed i talenti umani? Siamo convinti, che basta confidare nei nostri soli mezzi? Il cristiano, passo dopo passo, deve giungere alla convinzione – ferma ed inattaccabile – che: Tutto può in Cristo Gesù; che: Il Signore Gesù è la sua vera ed unica forza. Si tratta di un cammino spirituale talvolta lungo e faticoso, ma sempre portatore di una grande serenità, perché, giorno dopo giorno, si vede se stessi, gli altri, la vita, il mondo, in modo diverso, sotto una luce che illumina ciò che veramente conta, è importante. E così anche noi poter dire, come l’apostolo Paolo: “Tutto posso in colui che mi dà la forza”.
1 Novembre 2002
Meditazione sulla XXXI domenica del T.O. Anno A
“… anche noi ringraziamo Dio continuamente, perché, avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione, l’avete accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio, che opera in voi che credete” (1 Ts 2, 13).
Così l’aspostolo Paolo riconosce alla Comunità cristiana di Tessalonica di avere accolto “la parola divina della predicazione… non quale parola di uomini, ma come è veramente, quale parola di Dio”. I tessalonicesi avevano accolto la predicazione dell’apostolo “quale parola di Dio”. Per questo, la parola di Dio operava nella Comunità dei credenti. Tale osservazione di Paolo ci spinge a riflettere sul valore della predicazione, sulla sua importanza, se accolta “non quale parola di uomini… ma quale parola di Dio”. I primi chiamati a riconsiderare “la parola divina della predicazione” devono essere i sacerdoti. La predicazione nasce dall’ascolto interiore del “vangelo di Dio”; un ascolto costante, aperto alle novità che Dio presenta tutti i giorni all’ascoltatore non distratto. Ai sacerdoti per primi spetta il compito-servizio di ascoltare quella parola che Dio rivolge innanzi tutto a loro, perché la studino, la preghino, la meditino, la annuncino, in fine, a tutti. I secondi, poi, a dover cogliere l’importanza della predicazione devono essere i fedeli che, in particolare, nel “giorno del Signore”, la domenica, sono invitati ad ascoltare la parola di Dio, anzi a nutrirsene. La parola di Dio è il primo pane offerto all’inizio della santa Messa. I fedeli devono prestare un ascolto attento all’annuncio della parola di Dio, alla predicazione, perché quella parola è per loro, solo per loro, in quel “giorno del Signore” che è unico ed irripetibile. Il sacerdote offrirà il frutto del suo precedente ascolto. I fedeli ascolteranno la parola di Dio e poi la porteranno nelle realtà della loro vita quotidiana affinché questa parola porti molto frutto; sia consiglio, conforto, luce. Tutti, dunque, dobbiamo riverificare quale sia il livello reale di ascolto della parola di Dio e, soprattutto, quanti frutti di fede, speranza e carità porta dentro le nostre vite, le nostre famiglie, il nostro lavoro, la nostra società.
15 Novembre 2002
Meditazione, sulla XXXIII domenica Anno A.
“Ma voi, fratelli, non siate nelle tenebre, così che quel giorno possa sorprendervi come un ladro: voi tutti infatti siete figli della luce e figli del giorno; noi non siamo della notte, né delle tenebre” (1 Ts 5, 4-5).
Verrà il “giorno del Signore” e ci sorprenderà? Questa la domanda sottintesa alla quale Paolo, instancabile annunciatore di Gesù morto e risorto, risponde: no, perché siamo “figli della luce e figli del giorno”; perché “non siamo della notte, né delle tenebre”. “Quel giorno” verrà, è certo, ma non sarà una sorpresa, perché la luce non ha paura delle tenebre, né il giorno della notte. Che cosa sono le tenebre, quando il nostro cuore vive nella luce dello Spirito di Dio? Che cosa è la notte, quando si è certi che a questa farà seguito il giorno? La notte e le tenebre sono immagine delle prove, tante o poche, piccole o grandi, che colpiscono la nostra vita. Come il giorno e la luce sono immagine della nostra serenità, se c’impegniamo a vivere alla presenza di Dio. Tale impegno ci fa essere “figli della luce e figli del giorno”. Viene la notte con le sue tenebre; viene la prova con le sue tribolazioni, malattie, sofferenze, preoccupazioni, tristezze. Ma viene anche il giorno con la sua luce; viene anche la nostra fede con le sue gioie e speranze, coraggio e pace interiore, comprensione, amore, amicizia. Siamo “figli della luce e figli del giorno”, perché camminiamo dietro la luce della Parola di Dio; perché viviamo nel giorno di Gesù risorto, che ci dona il suo perdono, l’Eucaristia, la sua difesa, la forza del suo Spirito, la sua benedizione. Il giorno e la luce spirituali che ci portiamo dentro il nostro cuore, anche quando la nostra vita è nella notte e nelle tenebre, sono frutto dei sacramenti che degnamente riceviamo, della carità che sinceramente doniamo, della testimonianza cristiana che tutti i giorni c’impegniamo a dare. Continuiamo, dunque, a stare nel giorno e nella luce del Signore Gesù, affinché chi è nella notte e nelle tenebre veda una via di uscita, uno spiraglio aprirsi, una speranza nascere, una ragione valida per credere in Dio, una testimonianza sincera per poter contare anche su noi cristiani credenti praticanti.
1 Dicembre 2002
Meditazione sulla I domenica di Avvento Anno B
“Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi” (Is 63, 17).
Con questa domanda e richiesta, per voce del profeta Isaia, inizia il nuovo Tempo di Avvento, di attesa del Signore, che è nostro Padre. Si domanda al Signore perché “ci lasci vagare lontano” dai suoi sentieri e “lasci indurire il nostro cuore”. Si chiede al Signore che ritorni. Dopo la commozione e gli esami di coscienza dietro la spinta della morte violenta di un giovanissimo della nostra Comunità isolana, noi battezzati credenti praticanti abbiamo l’impressione che il Signore ci abbia abbandonato e che, perciò, camminiamo lontani dalle sue vie e che il nostro cuore si sia indurito. Proprio all’inizio del nuovo Tempo di Avvento, quest’impressione si pone come punto da cui partire per poi meritare il ritorno del Signore. Se ci sentiamo abbandonati da Dio, è perché la coscienza, personale e collettiva, muove a tutti noi dei rimproveri che non ci possono lasciare indifferenti. Solo chi vive l’esperienza di sentirsi abbandonato dal Signore, può rientrare in se stesso e accorgersi di essersi allontanato dalla via di Dio e di avere un cuore indurito. Allora, si tratta di domandarsi: Perché ci siamo allontanati dal Signore e perché il nostro cuore soffre di sclerocardia? “Ritorna per amore dei tuoi servi”, chiede Isaia al Signore. Con lui, in questa prima domenica di Avvento, iniziamo a chiederlo anche noi, insieme: “Ritorna”! Ma il Signore non può ritornare, se, prima, non ritorniamo a camminare sulle sue vie; se, prima, non ritorniamo ad avere un cuore di carne: generoso, mite, attento. Il Tempo di Avvento deve trovarci e vederci tutti impegnati a riscoprire Dio dentro le nostre giornate, a tentare di farlo parlare dentro le tre realtà più importanti e fondamentali della nostra vita: la famiglia, il lavoro e la nostra società isolana. Chiedere che il Signore ritorni senza quest’impegno da parte nostra, significherebbe pretendere di invitare un’ospite senza, prima, aver predisposto l’accoglienza ed il pasto. Come battezzati credenti praticanti siamo chiamati a vivere così l’attesa della venuta del Signore. In questo Tempo, ascolteremo, in particolare, la voce dei profeti affinché possiamo educarci a vedere la presenza di Dio, che non è lontano, e sentire che il nostro cuore è capace di amare e di farsi amare. Così sia tutto il nostro cammino di Avvento.
15 Dicembre 2002
Meditazione sulla III domenica di Avvento , Anno B.
"... mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri" (Is 61, 1).
Ecco, ascoltiamo la voce di Isaia profeta, che ha visto, prima di noi tutti, il Messia, Gesù, e ha visto la ragione per cui il Signore Dio lo invia facendolo nascere per noi e per la nostra salvezza a Betlemme. Il Messia viene mandato per "portare il lieto annunzio ai poveri". Questi poveri, sono i poveri di tutta la Terra; tra questi poveri ci siamo anche noi, ricchi di beni materiali e di sicurezze sociali, ma impoveriti dalla solitudine, dall’egoismo, dai nostri piccoli interessi privati. C’è tanta ricchezza attorno a noi, ma anche tanta povertà dentro i nostri cuori. Gesù viene anche per fare gioire questi nostri cuori. Ma il Messia viene anche per "fasciare le piaghe dei cuori spezzati". Quanti cuori spezzati ci sono nella nostra Comunità! Spezzati dalle prove della vita, dai dispiaceri, dalle preoccupazioni. Quanti cuori spezzati di mamme per i loro figli drogati, persi nel non senso, ribelli. Quanti cuori spezzati nelle nostre famiglie a causa dell’orgoglio, per non avere il coraggio di dire: Ti perdono! Scusami! Il Messia viene, inoltre, per "proclamare la libertà degli schiavi". Ecco, se ci pensiamo bene, quante forme di schiavitù tra noi. Forse, non siamo schiavi delle nostre abitudini, dei nostri personali modi di vedere e giudicare gli altri? Siamo schiavi dei nostri beni, se questi vengono prima di tutti e di tutto. Possiamo essere schiavi delle nostre idee quando non amiamo il confronto, il dialogo. Il Messia, infine, viene per "la scarcerazione dei prigionieri". Sono tanti i prigionieri anche dentro la nostra Comunità. I primi prigionieri sono i nostri anziani: prigionieri del quasi abbandono; prigionieri di quelle tante barriere architettoniche di cui sono ricche le nostre vie e piazze quasi da impedire loro ancora il diritto ad un minimo di vita sociale pubblica. Gli altri prigionieri sono i nostri bambini e ragazzi: prigionieri di vie ieri nate solo per gli uomini, oggi occupate solo da auto; prigionieri di una città che offre loro solo quel grande mare di granito che è piazza Comando, mai pensata anche per loro. Gesù dunque verrà e nascerà anche per noi, per la nostra realtà, per le nostre povertà, per i nostri cuori spezzati, per le nostre schiavitù e prigioni. Ieri Isaia profeta vide tutto questo, oggi cerchiamo di vederlo anche noi.