Pubblicate su Il Vento nell'Anno 2003
1 Aprile 2003
Meditazione,IV domenica di Quaresima, Anno B
“Chi crede in lui non è condannato” (Gv 3,18)
Dopo “convertitevi” (Mc 1, 15b: I di Quaresima), “ascoltatelo” (Mc 9, 7b: II) e “zelo” (Gv 3, 17b: III), ecco la quarta parola-guida: credere. “Chi crede in lui”. Chi crede nel figlio di Gesù, scrive l’evangelista Giovanni, “non è condannato”. Credere in Dio: non è stato mai facile, non lo sarà mai. Credere significa: impegnarsi personalmente in un cammino di ascolto, di preghiera, di meditazione, di testimonianza, di solidarietà. Credere oggi, più che mai, rappresenta veramente una sfida, una grande scommessa con il mondo dove viviamo, perché il credente, se coerente con quanto ascolta e celebra, deve andare controcorrente; deve opporsi alla superficialità,alla mediocrità, all’opportu-nismo, alla illegalità; deve sforzarsi di vivere il Vangelo e gli insegnamenti della Chiesa in contesti che pur non essendo anti-cristiani, però possono essere spiritualmente aridi, lontani da legami socio-religiosi, indifferenti, non sensibili nei riguardi di chi crede, non attenti ai bisogni spirituali umani. Vivere in un contesto contrassegnato da questi comportamenti per un credente non è semplice; è scoraggiante; può portare a crisi di fede così forti da spingere a cambiare strada, ad abbandonare il cammino di fede, a spezzare il legame religioso fino ad allontanarsi da Dio e dalla religione. Per questo, in questa nuova Quaresima siamo obbligati a verificare quanto sincero e, dunque, autentico sia il nostro credo; il nostro cammino di fede; quanto forti siano i nostri legami con la Comunità dei credenti, con gli insegnamenti della Chiesa, con la morale cattolica. Credere, ascoltare e fidarsi della Parola di Dio e della Chiesa è il primo, vero, fondamentale miracolo nella e per la vita di ognuno di noi, e non importa se siamo sacerdoti, suore, laici impegnati in parrocchia, praticanti. Credere (e sarà sempre così) è un vero miracolo come per un paralitico camminare, un cieco vedere, un sordo sentire, un morto resuscitare. Verifichiamo, dunque, se veramente crediamo o stiamo ingannando Dio, la Chiesa, noi stessi. Verifichiamo in confessione, nella direzione spirituale, nei colloqui con i sacerdoti, se siamo fedeli agli insegnamenti della Chiesa oppure se al di là della presenza fisica domenicale non c’è niente, non c’è la fatica quotidiana di mettere in pratica quanto detto, ascoltato, celebrato. Per questo: “Chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte da Dio” (Gv 3,21).
15 Aprile 2003
Meditazione sulla domenica di Pasqua, Anno B.
Carissimi, il Signore sia con voi!
"Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. E' risorto, non è qui" (Mc 16, 6d).Ecco l'annuncio che ha cambiato il corso della storia: Gesù Nazareno, il Figlio di Dio, è risorto! Questo annuncio, dopo quello della sua nascita, chiude l'umana attesa della vittoria della vita sulla morte. La morte è stata sconfitta. Gesù Nazareno, il crocifisso, è il Signore della vita. Si riapre, così, la via della vita. Alla notte è seguito il mattino. Ora, il sepolcro è vuoto. Il Signore Gesù ci precede là dove andremo, vivremo, lavoreremo, faticheremo, gioiremo.Il crocifisso è risorto: la promessa è stata mantenuta! Ora, non ci resta che sperare di seguirlo e meritare anche noi di ricevere la vita, quella vera: la vita eterna. Gesù morto è risorto. Dei segni lo testimoniano. Il masso dell'ingresso è stato rotolato via. Il sepolcro è vuoto. Un messaggero divino afferma che: "E' risorto!". Le donne discepole vedono, ascoltano, annunciano. Questi segni annunciano che Dio ci ama; che Dio non è venuto meno alla sua promessa; che Dio è fedele; che Dio non ha tradito le nostre speranze. Segni di vita, dunque, capaci di generare altra vita, speranza, coraggio, fiducia. A questi segni, oggi, Pasqua del Signore, vogliamo unire anche i segni di risurrezione che la nostra Comunità parrocchiale sta vivendo e testimoniando. La Comunità dei battezzati credenti praticanti sta vivendo un segno di risurrezione nell'impegno di costruire insieme il Sinodo diocesano: evento di grazia, di presa di coscienza di limiti e peccati, di progettazione per un futuro che veda la Comunità dei credenti faticare per un più forte cammino di conversione e di servizio verso le vecchie e nuove povertà. Altro segno di risurrezione è l'attenzione, la simpatia, l'apertura della Parrocchia verso tutte le realtà della nostra Isola. Ecco, allora, risorgere un ascolto e un servizio disinteressato verso la società, la politica, il lavoro, la cultura, il commercio, lo sport, la sanità, l'ambiente. Questi segni di risurrezione dicono la forte e convinta volontà, da parte della Comunità dei battezzati credenti praticanti, di voler collaborare con tutte le parti sociali e servire tutte le realtà umane presenti nell'Isola, nessuna esclusa. A questi segni di risurrezione ne fanno seguito altri che riscontriamo nella nostra società maddalenina. Infatti ci sono segni di risurrezione nella fiducia riposta anche nell'Ente Parco Nazionale, sempre più visto e considerato come una ulteriore via di crescita economica a beneficio di tutti, gestita da e per il nostro bellissimo Arcipelago. Segno di risurrezione è la possibilità offerta all'Arsenale di diventare supporto logistico e strutturale per la "Coppa America" di vela nel 2007. Segno di risurrezione è credere e promuovere un turismo non "fai da te", ma organizzato e di alta qualità. Segno di risurrezione è cercare e trovare, con creatività e coraggio, vie nuove di sviluppo economico aprendo ai giovani imprenditori isolani la speranza di riuscire a realizzare i loro desideri superando rischi e difficoltà. Segno grande di risurrezione è mantenere le promesse, perché da una serie di promesse non mantenute nasce la delusione, lo scoraggiamento, il ritenersi traditi e sconfitti. La nostra Comunità isolana risorge ogni volta che le promesse fatte da chi ha responsabilità nei campi della politica, del lavoro, della cultura, dell'economia, vengono mantenute. Mentre, muore quando si allarga la sfiducia nei riguardi di chi ha il dovere di organizzare la nostra società in modo che vi sia benessere per tutti. Carissimi, questi i segni che Gesù, il crocifisso, è risorto, è vivo. Questi segni ci fanno sperare e, come Maria di Magdala, gridare con gioia: abbiamo visto il Signore! Alleluia! Così sia!
1 Maggio 2003
Meditazione sulla III domenica di Pasqua, Anno B.
"Da questo sappiamo d'averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: Lo conosco e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui; ma chi osserva la sua parola, in lui l'amore di Dio è veramente perfetto" (1 Gv 2, 3-5).
In questo testo il termine: osservare, ricorre tre volte. Nella versione greca è reso con il significato di: custodire. Quindi: "…se custodiamo i suoi comandamenti"; "…non custodisce i suoi comandamenti"; "…ma chi custodisce la sua parola". Si tratta, allora, più precisamente, non solo di osservare, ma, insieme, anche di custodire. Perciò, se è difficile e impegnativo osservare i comandamenti di Dio Padre, molto più sarà custodirli. Questo perché mentre l'osservanza proviene dal senso del dovere, dal richiamo della coscienza formata, da una serie di regole (quindi, da imperativi esterni alla nostra persona), il custodire viene dall'interno; dal sentire come veramente importanti e preziosi i comandamenti di Dio; dal capire che non basta osservare, ma che è anche necessario custodire nel senso di: proteggere, valorizzare, curare la Parola di Dio. Tutti noi, nella nostra vita quotidiana, siamo abituati a custodire in casa, in un cassetto, in un mobile, tutto ciò che, agli occhi del nostro cuore, riteniamo veramente importante: p.e. un oggetto, una lettera, una foto. Custodiamo queste cose perché abbiamo dato loro un alto valore sentimentale; perché queste danno senso e vita ai nostri ricordi più cari. Custodiamo, quindi, solo ciò che può dare valore e significato allo scorrere delle nostre giornate. Ecco, allora (a partire dal quotidiano), quale significato dare alla parola: "…se custodiamo i suoi comandamenti". Solo chi ha capito e vive l'importanza dei comandamenti di Dio, degli insegnamenti del Vangelo, per la propria vita, può custodire; può dire sinceramente che conosce Dio e che mette in pratica il Vangelo. Chi non custodisce la Parola di Dio non può dire di conoscerlo. Allora, si tratta di impegnarsi ad osservare e custodire i comandamenti di Dio. Impegniamoci ad osservarli per dovere, ma anche a custodirli con gioia e gratitudine, perché c'indicano il giusto cammino, sono lampada nell'oscurità dei dubbi, ci aiutano a vivere meglio le prove e le difficoltà della vita. Ecco quel che dobbiamo diventare: custodi della Parola di Dio, affinché possiamo essere veri testimoni del Vangelo. Solo questa testimonianza contiene la forza di convincere, di convertire, di cambiare i cuori, di spingere quanti non credono in Dio e nella sua Chiesa a ricredersi e così dare inizio ad una vita nuova..
15 Maggio 2003
n°79 Meditazione sulla V domenica di Pasqua,Anno B.
"Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla" (Gv 15, 5b).
Poco prima Gesù aveva detto: "Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me" (Gv 15, 4b). Gesù fa uso della similitudine: vite-tralci. Lui è la vite, noi i tralci. I tralci vivono e fanno frutto, perché sono uniti alla vite. La vita e il frutto dei tralci è possibile solo, se questi rimangono nella vite. Osserva Gesù: "Il tralcio non può far frutto da se stesso". Per il tralcio rimanere nella vite è questione di vita e di frutto. Così è nel rapporto tra Gesù (vite) e noi (tralci). Solo, se rimaniamo in Gesù, possiamo fare "molto frutto". Se non rimaniamo in lui, non faremo nessun frutto. Qualcuno si illude di poter "far frutto da se stesso". Si sbaglia! Dobbiamo rimanere uniti a Gesù. Questa condizione è necessaria. Si tratta dell'unica condizione capace di fare "molto frutto". Gesù, inoltre, ci ricorda il perché è necessario rimanere in lui: "senza di me non potete far nulla". Duro da accettare, ma si tratta della verità. Senza il riferimento costante a Gesù, non illudiamoci, non possiamo "far nulla". Possiamo darci da fare quanto vogliamo, ma se non siamo uniti a Gesù, le nostre fatiche e tribolazioni non porteranno alcun frutto, se non quello dell'amarezza. Quante volte ci siamo chiesti: Come mai il mio servizio in Parrocchia, nel volontariato, nel Gruppo, non ha portato frutto? La domanda è impostata male. Piuttosto, bisognerebbe domandarsi: Ho svolto il mio servizio unito a Gesù e a lui solo? Se è mancata questa unione, abbiamo faticato invano; ci siamo dati da fare per niente. E', dunque, sbagliato dare la colpa alle incomprensioni, alle invidie, ai pettegolezzi, per l'insuccesso del nostro servizio. Il nostro servizio non ha portato frutto, perché non siamo uniti al Signore Gesù. Ecco, la verità! Forse, ci siamo illusi di esserlo. Ma non è vero. Solo se restiamo uniti a lui mai nessun contrasto, scortesia, diceria, gelosia, antipatia, saranno in grado di frenare il nostro servizio, la nostra collaborazione, il nostro contributo, la nostra generosità. Quando si è uniti a Gesù, quando ci si nutre solo di lui, quando si guarda solo a lui crocifisso, quando ci si lascia arricchire solo dei suoi tesori (i sacramenti), tutto il resto passa in secondo ordine, non lascia segno, non ci turba, non ci ferisce, non ci offende. Per questo, il sacerdote celebrante, nel silenzio del suo cuore, prima di comunicarsi, prega così: "… fa' che sia sempre fedele alla tua legge e non sia mai separato da te". Così sia per ogni battezzato che vuole servire il Signore Gesù e rimanere sempre in lui.
1 Giugno 2003
n°80 Meditazione sulla Ascensione del Signore, Anno B.
“Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo” (At 1, 11a).
“Due uomini in bianche vesti” ricordano agli apostoli il mandato missionario: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura”(Mc 16, 15b). Non è più il tempo di stare “a guardare il cielo”. Per loro, è arrivato il tempo di: scacciare i demoni, parlare lingue nuove, imporre le mani ai malati e guarirli. Dunque, è il tempo dell’annuncio, dell’apostolato, della testimonianza. Il Signore Gesù viene “assunto in cielo” (Mc 16, 19b; At 1, 2c). Manderà, “fra non molti giorni” (At 1, 5c), lo Spirito Santo affinché gli apostoli siano suoi testimoni “fino agli estremi confini della terra” (At 1, 8b). Marco evangelista ci riferisce che: “Essi (gli apostoli) partirono e predicarono dappertutto” (Mc 16, 20a). Forse, sarebbero rimasti a contemplare a lungo il cielo, avvolti da un senso di abbandono, perché il loro Signore veniva “elevato in alto sotto i loro occhi” (At 1, 9), se i messaggeri di Dio non li avessero consolati con queste parole: “Questo Gesù, che è stato tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo” (At 1, 11). Dunque: tornerà. Nell’attesa, non bisogna “guardare il cielo”, ma darsi da fare, impegnarsi come cristiani per conquistare il cielo, per annunciare-testimoniare il Vangelo “fino agli estremi confini della terra”. La tentazione, dopo l’Ascensione del Signore, sarebbe stata quella di attendere il suo ritorno fiduciosi sì, ma privi di impegno, senza andare a svolgere la missione per la quale i discepoli di Gesù sono chiamati ed inviati: vivere e testimoniare l’amore di Dio. Oggi, come allora, anche noi, che veniamo dall’impegno degli apostoli, possiamo accontentarci di “guardare il cielo”. Fermarsi semplicemente a “guardare il cielo” significa: ascoltare la Parola di Dio, ma non metterla in pratica; ricevere la Comunione, ma non fare in modo che porti molto frutto; confessarsi, ma non cambiare vita; pregare, ma non avere piena fiducia in Dio. Il Signore Gesù, che viene “assunto in cielo”, ci ricorda che anche noi dobbiamo impegnarci per ricevere il Vangelo, ma anche per portarlo; per ascoltarlo, ma anche per metterlo in pratica; per nutrirci dei sacramenti, ma anche perché rechino frutto nella nostra vita; per convertire il nostro cuore. Come gli apostoli, ieri, noi, oggi, siamo chiamati ad impegnarci ad essere testimoni, autentici e credibili, del Vangelo. C’è tanto bisogno di questo impegno. Infatti, ne hanno bisogno tutte quelle famiglie che sono sempre più lontane dai valori del cristianesimo; ne hanno bisogno gli adolescenti, sempre più aridi spiritualmente; ne hanno bisogno i luoghi del lavoro umano, sempre più segnati da tensioni e cattiverie. Il Signore Gesù e con è per noi in questo impegno.
15 Giugno 2003
Meditazione sulla SS. Trinità, Anno B.
“Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28, 19-20).
Il Signore Gesù ci manda “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. Dunque, ci invia nel nome della SS. Trinità. Nel nome della SS. Trinità siamo mandati a battezzare e ad insegnare: battezzare-generare figli di Dio, insegnare-trasmettere la buona notizia che libera e salva. Nell’assolvere questo compito, noi battezzati, credenti, praticanti siamo coscienti quanto impegnativo sia portare a tutti gli uomini e le donne Dio, Uno e Trino, Padre Figlio e Spirito Santo; quanto difficile sia essere testimoni di Dio Uno e Trino nei tre campi più importanti della nostra vita: famiglia, lavoro e società. Abitanti della “città dell’uomo”, siamo abitati dalla SS. Trinità, dal giorno del nostro battesimo in poi. Abitati e, quindi, dimora di Dio che vuole essere Padre di tutti, Figlio-fratello di tutti, Spirito Santo in tutti. Questa abitazione-presenza è un mistero grande, che si fa sentire nella vita di quanti di noi stanno camminando spiritualmente, di quanti di noi faticano nell’insegnare, in parole ed opere, tutto ciò che il Signore Gesù ha detto e fatto per liberare e salvare tutto l’uomo, tutti gli uomini. Ci sentiamo non idonei ad assolvere fedelmente ed instancabilmente il mandato di dare voce, mani, piedi alla SS. Trinità; ci sentiamo lontani da quanto fatto nel nome della SS. Trinità dai primi apostoli e discepoli del Signore Gesù. Eppure, Dio, Uno e Trino, non si stanca tramite il suo popolo, la Chiesa, di affidarci il difficile compito di essere nel mondo immagine-segno della SS. Trinità. E noi, battezzati credenti praticanti, non dobbiamo scoraggiarci di fronte alle nostre e altrui miserie; davanti alla opacità della immagine-segno di tanti fratelli e sorelle. Conta, per questo, essere umili, affinché, sempre e comunque, non venga meno lo sforzo di annunciare che Dio è Padre, Figlio e Spirito Santo; che Dio è famiglia e comunità d’amore; che Dio è dentro la nostra storia umana. Il mistero trinitario passa anche attraverso questa fatica spirituale che, pertanto, non è mai inutile e vana, ma anzi, è portatrice di molti frutti. Il primo e fondamentale frutto è scoprire che Dio, Uno e Trino, è famiglia-comunità; la SS. Trinità è una famiglia. Si tratta di un richiamo rivolto a noi tutti ad essere una famiglia-comunità unita. Impariamo dalla SS. Trinità a fare ed essere una sola grande famiglia; impariamo da Dio-famiglia a costruire una sola Comunità capace di superare le divisioni, gli interessi di parte, gli egoismi. Sia, dunque, la SS. Trinità il modello da imitare per il bene comune della nostra Comunità parrocchiale e società civile.