Meditazioni
Meditazioni
a cura di don Sandro SERRERI
Pubblicate su Il Vento nell'Anno 2003

1 Ottobre 2003
Meditazione sulla XXVI domenica T.O., Anno B.
“Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, sarebbe meglio per lui che gli passassero al collo una mola da asino e lo buttassero in mare” (Mc 9, 42).
Gesù è molto severo quando si tratta di prendere le difese dei “piccoli”: poveri, vedove, orfani, peccatori, malati, indemoniati. Queste categorie di persone, nella società del suo tempo, non erano tutelate, difese, rispettate, ma, anzi, subivano angherie, emarginazione, giudizi. Per questo, la considerazione che Gesù dimostra nei loro riguardi è del tutto nuova, se messa a confronto con quella dei ricchi, dei potenti, dei farisei. Gesù si scandalizza per come vengono trattati questi “piccoli”, ma anche lui è motivo di scandalo per tutti quelli che lui, nelle dispute, definirà con un unico aggettivo: ipocriti. Il suo comportamento, giudicato non conforme alla Legge, irriterà così tanto i capi religiosi e politici del tempo, che anche questo sarà uno dei motivi della sua condanna. Ecco, perché la sua autorità è vista come nuova e diversa, rispetto alla morale e agli insegnamenti dei maestri del tempo. La sua autorità morale e spirituale non si fondava sull’osservanza dei precetti della Legge mosaica, ma sull’amore verso il prossimo, sulla misericordia, sul perdono. Il popolo capiva questo e lo ascoltava e seguiva. Tra questi, c’erano anche i “piccoli che credono”, cioè le categorie citate. Oggi, chi sono i “piccoli che credono”? Forse, sono i giovani, molto critici nei riguardi di quanti si dicono cristiani a parole, ma non con le opere e la testimonianza. Forse, sono i lontani, che vorrebbero avvicinarsi, ma sono bloccati dai cattivi esempi che trovane anche dentro le nostre Comunità cristiane. Forse, sono i tiepidi nella fede, che restano tali per il fatto che non incontrano veri e forti uomini di fede. Forse, sono tutti coloro che sentono il bisogno di Dio, che stanno cercando Dio, che si stanno aprendo al mistero di Dio, ma non trovano riscontri evangelici nella Comunità dei credenti. Allora, il severo monito di Gesù è rivolto anche a noi, che, forse non volutamente, abbiamo scandalizzato questi “piccoli”; siamo stati, nostro malgrado, motivo di scandalo. Gesù, pertanto, chiama i veri credenti ad offrire a tutti i “piccoli”, specialmente coloro che voglio vedere e sentire Dio, Comunità accoglienti, cammini di Fede, luoghi di ascolto, scuole di preghiera. Facciamo in modo che nessuno, entrando nelle nostre Comunità, se ne vada scandalizzato e rattristato. Facciamo in modo che le nostre Comunità siano luoghi dove cercare e trovare Dio.
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15 Ottobre 2003
Meditazione sulla XXIX domenica T.O., Anno B.
(...) chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti” (Mc 10, 43b-44).
Gesù, spesso, ripropone ai suoi ascoltatori e discepoli l’insegnamento sul servizio. Conoscendo molto bene il cuore dell’uomo, lui sa quanto difficile e impegnativo sia per questo servire, farsi servitore più che servire. Per sua natura l’uomo tende al dominio; tutto vuole sotto il suo comando; vuole controllare ogni cosa. Il suo dominio si estende non solo sulle cose, sui mezzi di produzione, su ogni specie animale e vegetale, sulla materia, ma anche sul suo simile, su l’uomo. Per questo, Gesù, il rivelatore del Padre, l’uomo-Dio, il nuovo Adamo, insegna che grande è colui che serve. All’uomo che tende a farsi servire, perché l’istinto lo spinge verso il dominio, propone di servire ogni realtà e, specialmente, gli uomini che sono dentro la sua vita sociale, a partire dalla famiglia e dal lavoro. All’uomo che pensa che la sua grandezza dipende dal potere esercitato, propone di essere ultimo. Gesù cambia l’ordine delle umane considerazioni, fa cigolare le umane convinzioni, insegna e testimonia la follia del servizio e invita ad andare a occupare l’ultimo posto. Tutto, in netto contrasto con la natura dell’uomo, con il suo orgoglio, con la sua brama di possesso di cose e persone, con il mondo pubblicitario e commerciale che disprezza e deride chi non ha la forza del potere, con la durezza del cuore dell’uomo. Se allora il messaggio evangelico sul servizio doveva apparire una contraddizione culturale e sociale, oggi ancor di più visto che l’uomo ha aumentato i suoi poteri ed ha esteso il suo dominio. Se per l’uomo del secolo di Gesù era difficile ed impegnativo servire come il Vangelo insegnava, per l’uomo contemporaneo ciò appare impossibile. Eppure, oggi, come ieri, Gesù non rinuncia, per mezzo della sua voce, la Chiesa, a riproporre la signoria del servizio, il potere del servizio, il dominio del servizio, a tutti noi, che non garantiti dal battesimo, dalla professione di fede e dalla pratica dei sacramenti, viviamo sotto la costante tentazione di farci servire, di servirci della Comunità dei credenti e dei suoi mezzi e strutture, di andare ad occupare i primi posti, di servire ma comunque con la speranza di venire ricompensati e gratificati. Gesù non ci ha insegnato questo. Le sue parole e la sua testimonianza sul servizio sono un monito severo ed esigente per noi tutti. Allora, rientrati in noi stessi, tutti, battiamoci il petto e diciamo: Signore, abbi pietà di noi, perché ancora non ti serviamo secondo il Vangelo!
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1 Novembre 2003
Meditazione sulla commemorazione di tutti i fedeli defunti
Questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno" (Gv 6, 39). In una sua poesia il Papa ha scritto: "Nel tempo giusto la speranza s’innalza da tutti i luoghi / soggetti alla morte - / la speranza ne è il contrappeso / in essa il mondo, che muore, di nuovo rivela la vita". Ecco, dunque, quel che tutti i cristiani credenti oggi vogliono riaffermare, dire, testimoniare, davanti alla fredda e nuda pietra d’ogni tomba: la speranza. La speranza che… “nell’ultimo giorno” nessuno di noi, dei nostri cari, di chi ci ha preceduto, si perda e si perda una seconda volta. Lui, il Crocifisso risorto, ce lo ha promesso. Dopo essere stati uccisi dalla morte, saremo traditi anche dal Signore della vita? Certo, stando presso i sepolcri di chi attende di risorgere, sale un’infinita tristezza, e si viene assaliti da un fiume di dubbi e di paure. E, se poi non sarà così? La morte, un cadavere, una tomba, sono la prova più impegnativa da superare per chiunque si ritiene credente. Davanti al dolore e alle domande che provocano la morte, il cristiano vero esce allo scoperto, deve uscire allo scoperto, perché non le resta che… la speranza. Alla presenza della morte cadono tutte le sicurezze, i sottili ragionamenti umani. Restiamo come nudi. Non possiamo fingere. Non ci resta che guardare a Colui che è morto e risorto. E’ Lui, e Lui solo, il rivelatore dell’amore di Dio: amore che non muore, ma che risuscita “nell’ultimo giorno”. Chi ci darà la forza di… continuare a sperare? Chi ci rotolerà la pietra che sigilla ogni sepolcro? Chi ci mostrerà la bellezza della vita nuova, ultima, definitiva? Chi ci strapperà dalla tentazione di… non sperare, di non vivere questa vita da cristiani? Chi ci guiderà oltre i marciapiedi della nostra esistenza? Chi ci condurrà verso il superamento dei limiti umani? Gesù! Il Risorto ha già diradato le nebbie delle nostre incertezze. Il vento della sua Risurrezione già soffia sui vivi e sui morti. Lui ha già vinto la sua morte per sfidare a morte la nostra morte. Se i segni di morte prevalgono su quelli della Risurrezione, non si deprima la nostra speranza. Oggi il cristiano è chiamato a meditare sulla morte, sul termine del suo cammino terreno. Perché spaventarci? Perché rattristarci? Oggi è giorno non di lutto, ma di vittoria, perché il cuore ci dice che la speranza che è in noi non è morta, ma vive e ci dà forza e c’incoraggia. Ecco perché non ci resta che la speranza del passaggio pasquale: "Gli atomi dell’uomo antico fanno compatta la gleba / primordiale del mondo ch’io raggiungo con la mia morte, / li innesto in me definitivamente / per trasformarli nella Tua Pasqua – che è il tuo passaggio" (Karol J. Wojtyla).
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15 Novembre 2003
Meditazione sulla XXXIII domenica del T.O., Anno B
"Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno" (Mc 13, 31). La nostra vita, tutta la nostra vita di credenti ha senso solo se si guardiamo con fede alle realtà ultime, al dopo la morte, all’angusto passaggio tra l’oggi del tempo e il per sempre dell’eternità. In Gesù, il senso della sua vita, del suo estremo olocausto, è stato chiaro solo dopo la Resurrezione. Dunque, solo dopo la morte, la tomba, la pietra rotolata. Non prima, mai prima. Anche per il cristiano, discepolo del Cristo, deve accadere altrettanto, deve essere così. Il cristiano è colui che nelle realtà ultime trova il senso della sua vita, il valore di tutto quello che fa, di ciò che è nel presente camminando decisamente verso il domani di tutti i giorni. L’oggi, fatto di tutto ciò che comporta la nostra vita, nel bene e nel male, deve essere costruito e vissuto considerando quel che ci attende. Tutta la nostra vita, allora, deve essere impostata in modo tale che il pensiero per la nostra condizione ultima e definitiva sia più importante delle preoccupazioni quotidiane, dei beni materiali. Forse, è proprio perché non abbiamo il coraggio di esaminare la nostra coscienza alla luce di quel che ci attende, che diamo troppo valore ai beni della terra, al nostro orgoglio, alla nostra vita privata. Vivere la vita sì, ma con distacco da tutto ciò che ci impedisce di vedere chiaramente verso quale passaggio ci stiamo dirigendo. Gesù ci ha dato questo insegnamento-testimonianza dimostrando umanamente quanto sia possibile vivere rivolti verso i beni eterni, ma non per questo disprezzando la vita con tutte le sue realtà, vivendo come se la nostra condizione umana non sia fondamentale e decisiva per il nostro destino ultimo. Forse, allora, almeno qualcuno di noi dovrebbe vivere da "monaco nella città2, vale a dire: dovrebbe testimoniare come sia possibile, pur vivendo nel mondo, vivere nell’essenzialità; nell’impegno costante verso la giustizia, la pace, la verità, la carità; nel servizio disinteressato; nella lotta pacifica contro ogni pregiudizio; nella vittoria contro l’egoismo ed ogni forma di male sociale. Forse, anche la nostra Comunità cristiana manca di questi autentici e credibili testimoni dei "tempi ultimi". Forse, nessuno ha il coraggio di dire con la vita, che l’eternità è molto più importante del presente, che il giudizio che ci attende deve preoccupare, che tutto sta passando tranne la parola di Dio con il suo forte potere di rivelazione, che il Vangelo non è ancora entrato nella nostra vita ma è fermo sulle nostre soglie. Non resta, allora, che ritagliarsi uno spazio di silenzio e di preghiera dove poter dire: Quanto cammino ci resta ancora da compiere, ma tu Signore Gesù sii ancora molto paziente, attendi ancora la tua venuta ultima, aiutaci a guardare verso il cielo, sollecita le nostre menti alla conversione sincera, aprici la tua porta quando busseremo e accoglici alla tua mensa per l’eternità.
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1 Dicembre 2003
Meditazione, sulla I domenica di Avvento Anno C.
..."Gerusalemme vivrà tranquilla. Così sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia” (Ger 33, 16)."
Il nuovo Tempo di Avvento ha inizio sotto il segno della rassicurazione che vivremo tranquilli e che il Signore è la nostra giustizia. Tranquillità e giustizia, dunque, è il primo binomio che incontriamo oltrepassando la porta d’ingresso dell’Avvento. Altri ne seguiranno. Chi non ha bisogno di tranquillità? Tutti, infatti, cerchiamo di avere una vita tranquilla, senza troppi scossoni e prove. Purtroppo, la vita riserva ad alcuni tribolazioni, gravi malattie, difficoltà, problemi, angosce. Per questi, la fede, se la hanno, è di grande conforto e reca tranquillità. Comunque, al di là di certe situazioni di vita, la tranquillità è uno stato dell’animo, un desiderio del cuore, un bisogno interiore. Sentirsi ed essere veramente tranquilli dentro porta pace, comprensione, perdono, pazienza, umiltà. Al contrario, chi non è tranquillo interiormente difficilmente saprà stare bene con se stesso e con il suo prossimo. Per questo, la tranquillità spirituale è un dono da chiedere come grazia proprio all’inizio dell’Avvento. Essere tranquilli è un diritto, ma anche un dovere, un compito, un impegno. Il Tempo di Avvento darà modo di riscoprire anche quanto sia importante per il cristiano non lasciarsi turbare dagli eventi negativi della vita, non affannarsi inutilmente in questioni che lo allontanano dalla pace del cuore che il Signore dona a chi ha fede. L’Avvento, essendo tempo forte di appelli alla coscienza e di chiamata alla conversione, aiuterà molti credenti a raggiungere la vetta della tranquillità spirituale affinché il cuore non si turbi davanti anche alle ingiustizie che si riscontrano nella vita sociale. Ed ecco l’altro termine del binomio: giustizia. Il cristiano che ha una fede sincera ed autentica sa che il suo Signore è giusto sempre, anche quando ciò non appare in modo evidente. Il Signore è giusto, perché non ha interessi di parte da far valere; è giusto, perché vuole solo il bene; è giusto, perché ha saputo sacrificarsi. Nella vita spirituale la giustizia corrisponde alla volontà di Dio. L’uomo giusto è colui che compie la volontà di Dio. Allora, in questo nuovo Tempo di Avvento, il cristiano si domanderà, tra l’altro, se è giusto, cioè se nella sua vita s’impegna a fare la volontà di Dio. Allora, sarà facile domandarsi: Come possiamo pretendere di vivere senza ingiustizie, tra uomini ingiusti, se noi per primi non lo siamo? La prima settimana d’Avvento, dunque, ci dovrà vedere impegnati a cercare e trovare quella tranquillità interiore che da sola è capace di dare pace ed equilibrio a tutta la nostra vita. Poi, a sforzarci di fare la volontà di Dio scoprendo la sua presenza dentro le vicende felici e tristi della vita di tutti i giorni. Sarà questo il Tempo opportuno, infine, per domandarci, se veramente basiamo la nostra tranquillità sui beni di questo mondo oppure sull’amore di Dio e se veramente ci impegniamo a capire quale sia la sua volontà per poi poterla compiere. Mettiamoci, dunque, in cammino.
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15 Dicembre 2003
Meditazione sul Natale del Signore Gesù
"Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio, che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio-con-noi" (Mt 1, 23).
Ogni anno il Natale del Signore Gesù viene nelle nostre case e famiglie per ricordarci che Dio è con noi. La nascita del Messia in un piccolo villaggio della Palestina (provincia periferica del grande impero di Roma), Betlemme, “quando venne la pienezza del tempo” (Gal 4, 4), segnò l’ingresso di Dio nella storia dell’umanità. Questo fatto storico ha cambiato per sempre il corso del cammino dell’umanità. Da allora gli uomini sentono che Dio è con loro. E’ con loro anche quando sembra nascondersi nelle pieghe drammatiche e tragiche della storia umana fatte di guerre e di fame, d’ingiustizie e di povertà. Dio, dalla notte palestinese della sua nascita, non ha mai lasciato l’uomo solo, in balia del suo cuore, sempre pronto ad indurirsi, ma, pur nel pieno rispetto della sua libertà, è intervenuto facendo sentire la sua voce e paternità. Alla sua nascita, nulla faceva presagire il cambiamento che lì a poco sarebbe accaduto. Una famiglia modesta, un villaggio lontano dalle importanti vie commerciali, un popolo occupato militarmente, un bambino bisognoso di tutto. Eppure, quel bambino ebreo, che subisce la minaccia della morte, che deve difendersi dai potenti del suo tempo, che deve riparare esule in Egitto, che cresce nel nascondimento di Nazareth e dietro l’umile banco di lavoro di una falegnameria, è il figlio di Dio, è l’Emmanuele, il Dio-con-noi per sempre. Il bambino di Betlemme una volta cresciuto e gettatosi nella mischia della vita pubblica, fece sentire la sua voce, diede degli insegnamenti morali nuovi, operò segni e miracoli, fu testimone credibile di giustizia e misericordia. E’ questo il bambino che vogliamo festeggiare, per il quale tutte le nostre case e famiglie hanno preparato un’accoglienza che non si riserva a nessun altro neonato. Il Natale è l’espressione più alta di un bisogno umano sempre vivo ed attuale: quello di sentirsi rassicurati dalla presenta di Dio, nonostante le nostre molte infedeltà e tradimenti. Per questo, Dio non disdegna il nostro invito a farsi presente e vivo, a parlare ai nostri cuori, a cambiare le nostre vite, a correggere i nostri comportamenti. Dio è con noi ogniqualvolta permettiamo sinceramente all’Emmanuele di portare dentro la nostra vita i doni della pace, della solidarietà, del perdono, del dialogo, della corresponsabilità, dell’umiltà. Ecco, un dono va certamente chiesto da parte di ogni credente della nostra Comunità, ed è questo: il dono dell’unità. L’Emmanuele non è diviso, non è con lui, con te, con loro, ma con-noi. Accogliere la nascita di Gesù figlio di Dio, significa, nella nostra realtà maddalenina, accogliere colui che ci invita ad essere uniti, a impegnarci a costruire una forte unità per il benessere di tutti. Sia, allora, questo Natale del Signore un’ulteriore occasione di impegno sincero a favore dell’unità, della concordia, della giustizia sociale. Il bambino Gesù, che nasce anche a La Maddalena, rechi a tutti questo dono, perché il nuovo anno ci veda tutti con tutti, tutti per tutti.
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