Pubblicate su Il Vento nell'Anno 2004
1 Gennaio 2004
Meditazione sulla II domenica dopo Natale
“Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati” (Ef 1, 18a).
L’apostolo Paolo ricorda nelle sue preghiere la comunità cristiana di Efeso, perché Dio la illumini nella conoscenza di lui, Signore e Padre. Questa preghiera sia anche la nostra, perché tutti abbiamo bisogno di pregare l’uno per l’altro e di avere una mente illuminata da Dio affinché possiamo “comprendere a quale speranza” siamo stati chiamati. La vita quotidiana, con i suoi molti affanni, può farci smarrire la speranza cristiana. Afferrati dalle preoccupazioni, possiamo non comprendere il senso dell’essere cristiani. Per questo, è necessario domandare a Dio “uno spirito di sapienza” capace di sapere, sempre o comunque, ritrovare la speranza quando questa si nasconde dietro le vicende tristi della nostra vita e il significato della chiamata cristiana quando questo viene messo in crisi dalle tante contraddizioni che viviamo nella nostra società. E’ preghiera, questa, proprio da farsi all’inizio dell’anno, quando è necessario riordinare le idee confuse dall’anno trascorso e ora desiderose di essere illuminate. E’, dunque, normale per l’uomo religioso, in questi primi giorni dell’anno, ritrovare nella preghiera, personale e comunitaria, le ragioni che lo hanno spinto a non perdere la fede, ad affaticarsi nel testimoniare il Vangelo che ascolta e che s’impegna a vivere, a seguire Gesù anche se questo comporta molte difficoltà. Si tratta, allora, di rinvigorire l’adesione al Vangelo, di continuare il cammino intrapreso, di andare oltre i limiti che emergono ogniqualvolta la nostra fede si scontra con le contraddizioni e le ingiustizie del mondo. Sull’esempio dell’apostolo Paolo, anche i sacerdoti della nostra Comunità cristiana pregano, perché il Signore non si stanchi di illuminare le menti di tutti coloro che sinceramente hanno intrapreso il difficile viaggio della fede nel mare della vita. Ma anche questi, pregano per i loro sacerdoti, affinché illuminati da Dio possano illuminare tutti coloro che incontreranno nel loro servizio pastorale, infondere speranza nuova negli smarriti di cuore, dare ragione della chiamata cristiana per il bene della società. Allora, insieme, non ci stancheremo di costruire anche quest’anno, giorno dopo giorno, rapporti di fraternità, di comunione, di solidarietà, evitando così di dividerci, di offrire cattivi esempi, di rendere vano l’annuncio del Vangelo. Illuminati dal Signore Gesù, anche quando qualche ombra o nebbia renderà arduo il cammino insieme, non smarriremo la via, perché la speranza che è in noi è più forte di ogni nostro umano ostacolo.
1 Febbraio 2004
Meditazione sulla,IV domenica del T.O., Anno C
“E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scianza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla” (1Cor 12, 2).
Il solenne e maestoso “inno alla Carità” che Paolo scrive alla Comunità cristiana di Corinto, ricca economicamente e culturalmente, tentata dal commercio e dalla sapienza umana, esposta alla vanità e all’orgoglio, contiene la spiritualità e il metodo che l’Apostolo ha interiorizzato, vissuto e praticato. Se le beatitudini (Mt 5, 1-12) sono la sintesi del Vangelo annunciato dal Signore Gesù, questo “inno” vuole essere un profondo esame di coscienza per le Comunità cristiane esposte e tentate, come lo fu quella di Corinto, dalle molte seduzioni di una società sempre più materialista e consumista. L’”inno”, che per vocaboli ed immagini è il capolavoro della letteratura paolina, indica le umane seduzioni e, insieme, i rimedi possibili. Le tentazioni hanno i volti delle “lingue degli uomini” (della globalizzazione), della conoscenza di “tutti i misteri e tutta la scienza” (delle scoperte scientifiche e della tecnologia informatica), delle molte “sostanze” in possesso dell’uomo (delle ingenti ricchezze nelle mani di pochi uomini e popoli). Ma anche i volti dell’invidia, della mancanza di rispetto, del privato interesse, dell’ira, dell’ingiustizia. A questi molti volti si contrappone il volto unico della Carità, che si esprime nella pazienza, nel rispetto, nel non tenere “conto del male ricevuto”, nel “non godere dell’ingiustizia”. Per questo, la Carità “tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”. L’Apostolo Paolo, poi, si spinge oltre le seduzioni e i rimedi sino ad affermare che: “La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà”; sino a ritenere la conoscenza umana imperfetta. Se ai cristiani di Corinto l’”inno” dev’essere suonato come un forte rimprovero contro la vanità delle ricchezze e l’orgoglio della cultura, altrettanto oggi deve risuonare per la nostra Comunità, anch’essa colpevole di ascoltare il Vangelo, ma di non metterlo in pratica perché, forse, questo non è ancora diventato la “via migliore”. E’ sulla Carità che, un giorno, saremo giudicati, giustificati, salvati. L’”inno” di Paolo, dunque, sia per ognuno di noi rimprovero, ma, al contempo, anche meditazione, preghiera, speranza.
15 Febbraio 2004
Meditazione, sulla VI domenica del T.O., Anno C
Ecco la versione di Luca delle beatitudini (6, 17.20-26) alle quali il medico evangelista aggiunge i "guai", e su questi vogliamo concentrare la nostra meditazione. I "guai" pronunciati da Gesù, che accompagnano quattro beatitudini, sono rivolti ai "ricchi", ai "sazi", a chi ride, a tutti coloro di cui si dice bene. Il testo di Luca non ha il tono solenne e poetico delle beatitudini secondo Matteo, per via di questi "guai" minacciosi e apparentemente fuori posto. Alla beatitudine dei poveri, degli affamati, di coloro che piangono e degli odiati, si contrappone i ricchi, i sazi, i gaudenti, i lodati dagli uomini. La logica evangelica delle beatitudini " quella dei perdenti " entra in contrasto con quella di coloro che Gesù minaccia " quella dei vincenti, almeno agli occhi del mondo ". Ai "ricchi" di tutti i tempi Gesù dice che hanno avuto già la loro "consolazione"; ai "sazi" che avranno fame; a chi ride che sarà afflitto e piangerà; ai lodati che così fecero i loro padri "con i falsi profeti". Abituati ad ascoltare solo le beatitudini secondo la versione di Matteo, i "guai" di Luca non si ascoltano con piacere, ma come una stonatura. Però, Luca pare così cogliere tutto lo spirito dell’insegnamento di Gesù non fermandosi solo sui "beati", ma allungando lo sguardo verso i possibili condannati. Così le beatitudini si illuminano rivelando quale debba essere veramente il cammino spirituale dei discepoli di Gesù. L’appartenere alle categorie di coloro sui quali cadono i massi dei "guai" significa non appartenere al Vangelo, alla "via migliore di tutte" (1Cor 12, 31). Eppure, desideriamo appartenervi, perché il mondo appare come quello dei ricchi, dei sazi, dai gaudenti, dai lodati. Questi appaiono come i veri "beati", da invidiare piuttosto che da commiserare. Il Vangelo delle beatitudini è sempre più distante dalla morale vissuta dalla maggior parte degli uomini. Perciò, questo Vangelo appare sempre più incomprensibile, inaccettabile, e i discepoli di Gesù sempre più fuori dalla realtà. Chi non è ricco, sazio, gaudente, lodato, sembra, quasi, non umano, estraneo e straniero in questo mondo dove non si può essere "beati", ma solo produttori e consumatori, inclini all’accumulo, egoisti per bisogno e difesa. Certo, per chi non attende il giudizio di Dio, perché non crede in nessun giudizio, qualsiasi "guai" è inutile, inascoltato. E noi, nostro malgrado, apparteniamo ad un mondo dove non c’è giudizio; dove tutto è prodotto e consumato dentro una storia che qui ha il suo inizio e la sua fine. Così, riascoltare le beatitudini ed i guai insieme ci permette di rituffarci dentro il Vangelo e questo ci fa riscoprire il nostro essere cristiani che vivono tutta la loro vita costantemente orientati verso il giorno del giudizio, quando, allora, saremo chiamati "beati", giusti tra i giusti; quando tutto quello che abbiamo vissuto troverà finalmente il senso finale; quando si aprirà la definitiva conoscenza del Bene e del Male. Così, cammin facendo, speriamo di essere, un giorno, annoverati tra il numero di quella schiera innumerevole di "beati", che saranno ricchi di Dio, sazi di pace, felici e cantori per l’eternità della gloria di Dio.
1 Marzo 2004
Meditazione sulla I domenica di Quaresima, Anno C
“Non di solo pane vivrà l’uomo. (…) Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai. (…) Non tenterai il Signore Dio tuo” (Lc 4, 4.8.12; cfr. Dt 8, 3; Dt 6, 13; Dt 6, 16).
Gesù tentato ci offre il programma per la Quaresima. All’uomo impegnato solo ad accumulare beni materiali consiglia di rivedere questi assoluti e di ridare il primato allo spirito: “Non di solo pane vivrà l’uomo”. All’uomo che si prostra e adora il dio denaro, successo, vanità, rivolge l’invito a volgere lo sguardo al solo, unico, vero Dio: “Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai”. All’uomo che vuole estendere il suo dominio anche su Dio, ricorda che non è bene forzare la sua mano: “Non tenterai il Signore Dio tuo”. Oggi, molto più di ieri, l’uomo subisce il fascino di così tante tentazioni, che gli è veramente difficile non cadere, non lasciarsi sedurre. Molti beni effimeri ormai sono alla portata un po’ di tutti. Nella corsa verso il successo e la ricchezza vediamo tanti concorrenti. Il sacrificio non è più una virtù, ma una debolezza, perché oggi basta poco per raggiungere certe mete. L’uomo, che sin dalla notte della storia è sempre stato tentato di liberarsi da Dio, oggi si illude di averlo ucciso, ma si ritrova schiavo di altri signori. Questo uomo, che sembra sempre più affaticarsi nel concentrare tutti i poteri della vita nelle sue sole mani, si scopre smarrito e solo, disorientato ed inquieto, vuoto e spento. Eppure, la sua ricchezza, scienza, tecnologia, lo fa capace di soddisfare ogni desiderio, anche quello di poter vivere “di solo pane”; di prostrarsi e adorare tutti gli dei della terra tranne il Signore Dio; di tentare Dio tentando di sottometterlo al suo volere. Davanti a questo uomo, così forte, ma anche così fragile, si fa avanti l’”uomo religioso”, il credente, il ricercatore di Dio, il pellegrino nella fede, l’adoratore eucaristico, l’ascoltatore della Parola, il penitente riconciliato. Ecco l’uomo quaresimale, che sfida con le preghiere, le opere di carità, i segreti digiuni, le seduzioni di una pseudo cultura pubblicitaria che crea dal nulla un mondo di falsi bisogni. Dovremmo essere noi questo uomo in cammino lungo i sentieri ove è possibile imbattersi in ogni sorta di insidia, di inganno, di tranello, di trappola. Gesù ha superato e vinto ogni tentazione, perché il suo sguardo era fisso sul Padre. Allora, forse, anche per noi varrà lo stesso segreto: guardare verso il Signore. Si tratta, in altre parole, di rimotivare il nostro discepolato, il voler seguire Gesù. Porsi e rispondere alla domanda: chi voglio servire nella e con la mia vita? aiuterà molti di noi a non cadere in tentazione, a non rendere vana la grazia di Dio, a non ingannare noi stessi credendo di poter ingannare Dio. Dunque: il pane va bene, ma non basta; occuparsi anche dei beni della terra è giusto, ma adorando solo il Signore Dio; scoprire e raggiungere nuovi traguardi è necessario, ma senza volersi sostituire a Dio. La Quaresima sia tempo propizio per chiarire meglio la nostra posizione davanti a Dio e vedere sin dove siamo giunti seguendo, ascoltando ed imitando il Signore Gesù.