Pubblicate su Il Vento nell'Anno 2004
15 Marzo 2004
Meditazione - III domenica di Quaresima, Anno C
“Padrone, lascialo ancora quest’anno, finchè io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no, lo taglierai” (Lc 13, 8-9).
“Ancora quest’anno” il Signore vuole zappare e concimare la nostra “vigna”, la nostra vita spirituale. Anche “quest’anno” è giunto il Tempo della Quaresima, perché il Vangelo ritorni a rimproverarci e a salvarci. Anche un anno fa il Signore aveva lavorato, zappando e concimando, ma poi non trovò frutti. Dio non si stanca, non si rassegna di fronte alla nostra sterilità. Lui solo, ritorna sui suoi passi, rimette mano alla zappa, spera ancora, ripercorre pieno di rinnovata fiducia la nostra vigna. Noi ci stanchiamo, smarriamo la via migliore, arrestiamo il nostro passo, pensiamo che tutto sia inutile, dubitiamo sino al tormento che toglie il sonno, lui no; lui si rimette a seminare il buon seme della parola che illumina e scalda, della compagnia che ridona senso e vigore, della vita spirituale che deve ardere di luce propria affinché il vento freddo delle prove e del non senso non spenga l’interiore fiammella. Quant’è difficile vivere da cristiani, essere uomini e donne quaresimale, penitenti sinceri e pieni di fondata speranza; quant’è difficile dire di credere e voler credere a tutti i costi nonostante le tante, troppe, notti e le contraddizioni del mondo; quant’è difficile spingersi oltre i propri limiti; quant’è difficile non lasciarsi tentare dalla vanità, dal vuoto che ci avvolge. La Quaresima ha fatto il suo ritorno nello stordimento che la vita quotidiana produce in chi vuole vivere il Vangelo, in chi non si vuole arrendere, in chi possiede ancora qualche sana energia spirituale, in chi non vuole desistere dal proposito di voler cambiare vita. Meriteremmo il taglio che Gesù vuole operare del fico che dopo tre anni viene trovato ancora privo di frutti. Ma il Signore non agisce mai in base ai nostri meriti, perché davanti a lui nessuno di noi può vantare qualche merito. Infatti, è solo per i meriti della Passione che siamo stati salvati, siamo salvi e ci salveremo nel giorno ultimo del tempo del Giudizio finale e definitivo. E ancora, “dalle sue piaghe siete stati guariti” (1Pt 2, 25; cfr. Is 53, 5), scrive l’apostolo Pietro. Se, anche per quest’anno,
il nostro fico non verrà tagliato, vorrà dire che anche in questa Quaresima
non è mancato l’impegno, tutto interiore, di mettere in pratica il Vangelo, di
farsi mettere in discussione dagli insegnamenti di Gesù, di orientare la
propria vita – privata e pubblica – secondo le parole di Dio. Allora, aiutiamo
il Signore a zappare e concimare la nostra vigna, affinché possa trovare
qualche frutto. Forse, non sarà ottimo, ma ciò non ha alcuna importanza, se,
comunque, i frutti ci saranno. Infatti, la vita spirituale non sempre segue le
stagioni. Spesso l’atteso non viene e la sorpresa ci riempie di meraviglia. Ci
consoli, allora, il sapere che il Signore Gesù, sin dal mattino, si dà da fare
nella nostra vigna, nonostante la trovi sempre incolta e bisognosa di cure.
Lui è presente, pronto a potare, se necessario, come ad innestare fiducia e
speranza. Lasciamo, dunque, che lui operi i suoi prodigi; lasciamo che il
Signore si stanchi nella nostra vigna e così non perda la pazienza di saper
attendere i nostri frutti, che verranno, un giorno.
1 Aprile 2004
Meditazione sulla V domenica di Quaresima, Anno C
“Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei. Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8, 7b.11b).
La domenica delle palme è alle porte; restano ancora pochi
giorni, pochi passi. Quasi tutto è pronto. Presto entreremo nella grande
settimana santa. Giungeremo così alla veglia pasquale dove attenderemo l’alba
della Risurrezione. Eppure, ancora scagliamo pietre, spesso per primi,
ritenendoci giusti e sempre dalla parte della ragione, mai del torto. Eppure,
continuiamo a condannare e a condannarci davanti alla misericordia di Dio. La
Quaresima, dunque, non è bastata; forse, doveva durare qualche giorno in più.
Il tempo, si sa, non ci basta mai. Certo, se c’è ancora qualche pietra da
tirare vuol dire che… abbiamo ancora bisogno di conversione, che il cammino è
ancora lungo, che il tempo spirituale a nostra disposizione non è stato
sufficiente. O meglio, lo era, ma lo abbiamo perso nell’affaticarci a cercare
giustificazioni, a trovare il solito capro espiatorio, a prendercela con Dio e
con tutti, ad ascoltare il Vangelo con fastidio e risentimento. Se, tra noi,
c’è ancora chi scaglia pietre di invidia, di critica, di rancore, di egoismo,
di superbia, allora vuol dire che… è necessario impegnarsi di più durante la
settimana santa, durante gli otto giorni che si frappongono tra la gioia delle
palme e quella della Risurrezione. Ognuno sa quanto ancora le resta da fare,
da dire. Ognuno, perciò, si fermi e rientri in se stesso, perché ciò che non è
stato fatto oggi, non può essere fatto domani. Gesù non condanna, ma noi
continuiamo a giudicare. Gesù non scaglia nessuna pietra, ma noi continuiamo
ad offendere. Dalle nostre mani dobbiamo fare cadere a terra le pietre che
avevamo preparato. Dobbiamo lasciarci alle spalle i peccati, le discordie di
un tempo. Dobbiamo entrare nella grande settimana santa con questo spirito,
che è quello del Vangelo. Eppure, molti di noi non si convertiranno neanche
quest’anno; eppure, molti di noi continueranno sino e oltre la Pasqua ad
ascoltare, a vedere, ma a non cambiare quanto pur sentono di dover
abbandonare, perché non coerente con il Vangelo. Mistero o volontà debole?
Vittoria del Male sul Bene? Non resta che sperare nell’intervento del Signore
nonostante le nostre contraddizioni, il nostro modo di vivere i suoi
insegnamenti, l’incoerenza della nostra testimonianza. Nell’episodio della
donna adultera Gesù è intervenuto, nonostante il peccato di questa. Gesù non
si è fermato di fronte al suo “flagrante adulterio”. Così, speriamo vada oltre
le nostre infedeltà e ci dono, comunque, la sua pace pasquale, la sua vittoria
sulla morte, la sua forza nel saper lottare contro lo scoraggiamento e le
prove. Il tempo è compiuto, facciamo gli ultimi passi, diamoci da fare,
operiamo il bene, abbandoniamo l’uomo vecchio e prendiamo il vessillo della
croce che guida alla vittoria.
15 Aprile 2004
Meditazione sulla II domenica di Pasqua, Anno C
“Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!” (Gv 20, 29).
È questa l’ultima beatitudine pronunciata da Gesù e da Gesù risorto. Tommaso
voleva vedere e ha visto, toccare e ha toccato, ma Gesù dichiara beati “quelli
che pur non avendo visto crederanno”. La dichiarazione di fede di Tommaso:
“Mio Signore e mio Dio!” (v. 28), è stata strappata a Gesù quasi costretto ad
apparire affinchè non fosse vana l’evangelizzazione di questo dubbioso
apostolo, ma le successive e, dunque, anche le nostre professioni di fede
saranno il frutto di questa ultima beatitudine: “Beati quelli che pur non
avendo visto crederanno!”. Noi non abbia visto e toccato come Tommaso, e pur
crediamo, crediamo che Gesù, Figlio di Dio, è nato morto e risorto per la
nostra salvezza. Certo, la nostra natura umana è la stessa dell’apostolo, vale
a dire segnata da dubbi, incertezze, domande, e, quindi, anche questa vorrebbe
vedere e toccare. Dai tempi di Tommaso ad oggi, nulla è cambiato. Eppure, oggi
da parte di chi veramente ha fede, c’è una maggiore disponibilità a credere
pur non avendo visto. Per l’uomo contemporaneo questa beatitudine richiede un
grande sforzo spirituale, perché la scienza e la tecnologia che lo avvolgono,
gli consentono di vivere la vita privata e sociale quotidiana, è parte
determinante di tutta la sua esistenza. Oggi l’uomo grazie a questi
formidabili strumenti può ricevere le risposte a quasi tutte le domande che si
pone. A quasi tutte… Infatti, restano ancora tantissime le domande di senso
alle quali la scienza e la tecnologia, nonostante le vette raggiunte, non
sanno rispondere. L’uomo credente cerca nella fede, cioè nel dialogo con Dio,
le risposte agli interrogativi di sempre, di tutte le generazioni, dell’uomo
antico e post-moderno. Quest’uomo, che nonostante tutta la sua fede non vede
il suo Signore, ma sperimenta prove su prove, difficoltà su difficoltà, crede
in Gesù. Dunque, è beato. Oggi, molto più di ieri, i veri credenti sono più
forti, perché non è facile credere in Dio in un mondo dove tutto è
divinizzato, dove le sicurezze sono tutte garantite, dove l’abbondanza è
presente nella maggior parte delle famiglie, dove si può avere tutto o quasi
quello che si desidera, dove a sacrificarsi sono pochi. Dio si nasconde dietro
questo mondo globalizzato, banalizzato, che viaggia via internet, e non si fa
vedere, non si mostra. I semi del suo amore sono sparsi su tutta la terra.
Questi, germogliano solo nel cuore di chi da Dio non si attende segni,
miracoli, manifestazioni straordinarie e grandiose. Questi beati sono in mezzo
a noi e anche se sono pochi, ci donano la viva speranza che il Signore è con
noi, che si interessa e, dunque, ha a cuore i nostri mali e miserie. “Beati
quelli che pur non avendo visto crederanno!”. A questi beati chiediamo che
guidino il nostro cammino e ci incoraggino.
1 Maggio 2004
Meditazione sulla IV domenica di Pasqua, Anno C
a cura di don Sandro Serreri
“Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono” (Gv 10, 27).
Ascoltare, conoscere e seguire. Ecco, il metodo per poter essere veramente discepoli di Gesù, dunque cristiani. Si presta ascolto, perché si desidera conoscere chi parla. Si vuole conoscere chi parla, perché si desidera seguirlo. Chiunque vuole essere buon discepolo di Gesù deve ascoltarlo, conoscerlo e seguirlo, perché, per un cristiano, ascoltare, conoscere e seguire Gesù è tutto. E, ancora, per poter essere veramente un buon discepolo di Gesù non basta ascoltarlo bisogna anche seguirlo, e seguire Gesù, si sa, non è semplice, non è una passeggiata. Oggi, come ieri, si trova sempre qualcuno disposto ad ascoltare il Vangelo, ma oggi, come ieri, se ne trovano pochi disposti a seguire e mettere in pratica il Vangelo inerpicandosi per i ripidi sentieri indicati da Gesù a tutti coloro che vogliono conquistare la vetta della perfezione evangelica e della vita eterna. Oggi, come ieri, gli ascoltatori non mancano, ma oggi, come ieri, scarseggiano coloro che vogliono seguire Gesù lungo la via della croce, dell’umiltà, della disponibilità, della generosità, del perdono, della comprensione, dell’aiuto disinteressato. Tutti i cristiani che ascoltano la voce di Gesù sanno che il loro Signore li conosce uno per uno e conoscendoli li chiama e, questi, chiamati rispondono seguendolo. Una Comunità che ascolta piacevolmente il suo Signore, ma poi non è disposta a seguirlo lungo le strade tracciate dal Vangelo, inganna se stessa e diventa una controtestimonianza. C’è bisogno di cristiani disposti e capaci di seguire Gesù, perché il mondo, come sempre, ha bisogno di testimoni che, a loro volta, si faranno seguire da quanti, affascinati dal messaggio del Vangelo e dalla vita coerente dei suoi discepoli, vorranno fare altrettanto. Un discepolo che segue il suo maestro, presuppone stima, fiducia, dedizione. Senza questi sentimenti il discepolato risulterà molto impegnativo e inconcludente. Seguiamo, dunque, Gesù mettendo in pratica e testimoniando i suoi insegnamenti. Ascoltiamo la sua voce e impariamo, sempre più, a riconoscerla e a distinguerla tra mille e mille, tra tutte quelle che ci distraggono dai valori veri della vita, tra tutte quelle che ci ingannano e ci promettono solo paradisi artificiali. Diventiamo, allora, sensibili ascoltatori della parola del Vangelo, fedeli seguaci del Signore Gesù. A questo risultato ci chiama la Chiesa quando ogni domenica pone nei nostri cuori il seme della parola di Dio.