Pubblicate su Il Vento nell'Anno 2004
15 Maggio 2004
Meditazione sulla VI domenica di Pasqua, Anno C
“Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore” (Gv 14, 27c).
Gesù ci invita a non avere timore. Questa parola evangelica, è stata all’origine di un altro invito che, da ventisei anni, riecheggia nel mondo, quello del papa Giovanni Paolo II: “Non abbiate paura!”. Oggi, infatti, la paura è uno dei sentimenti che dominano l’uomo. L’uomo ha paura del pubblico, perciò sempre più si chiude nel privato. La coppia umana ha paura di impegnarsi per tutta la vita. La donna ha paura di generare, perché non accetta i limiti che la vita impone. L’uomo ha paura del terrorismo, che mina tutte le sue sicurezze. L’uomo ha paura dei disastri ecologici. L’uomo ha paura della guerra nucleare e, ancor di più, della guerra batteriologica. L’uomo ha paura di perdere la sua libertà ed indipendenza. L’uomo ha paura di perdere i suoi risparmi. L’uomo ha paura di una politica fiscale troppo oppressiva. L’uomo ha paura di impegnarsi nel sociale e nel politico. L’uomo ha paura di ammalarsi. L’uomo ha paura d’invecchiare. L’uomo ha paura degli handicap psichici e fisici. L’uomo ha paura dei suoi molti limiti. L’uomo contemporaneo ha paure che, a ben guardare, neanche l’uomo medioevale aveva. Il primo, ha paure moderne insieme a quelle primitive di sempre. A questo uomo è annunciato il Vangelo nel quale gli si chiede anche di non avere paura. All’uomo della scienza e della tecnica, all’uomo che ha conquistato lo spazio, all’uomo che ha concentrato nelle sue sole mani una potenza energetica e distruttiva mai avuta prima, all’uomo della genetica fantascientifica, all’uomo post moderno malato di delirio di onnipotenza, il Vangelo annuncia: “Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore”, e il successore dell’apostolo Pietro, che aveva ascoltato dal vivo queste parole, Giovanni Paolo II grida: “Non abbiate paura!”. Dunque, questa parola, contemporaneamente, appare assurda e necessaria, stonata e sinfonica, antica e nuova. Sembra, che proprio questo uomo, così pieno di se, ma anche così tanto timoroso, abbia un particolare bisogno di essere incoraggiato, rassicurato, protetto. Per questo, il Vangelo nonostante le tante insidie, minacce, sfide, attacchi, assalti, conserva tutta la sua carica di liberazione dal Male, dall’inganno, dall’illusione, dal fatalismo, dal paganesimo, dalla superstizione, per tutti quegli uomini che non si sentono sminuiti davanti alla Legge di Dio, agli insegnamenti di Gesù, alla dottrina della Chiesa; per tutti quegli uomini che, toccati dalla grazia, non ne hanno paura, ma si mettono in cammino lasciandosi guidare dallo Spirito di Dio. Oggi c’è un disperato bisogno di Dio, anche se tutto dice il contrario. Spetta, allora, alle Comunità cristiane e ai loro pastori raccogliere la sfida e rispondere con una idonea pastorale dell’annuncio della Parola capace di portare salvezza e disperdere le nebbie della paura.
1 Giugno 2004
Meditazione sulla Pentecoste, Anno C
“Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14, 26).
La memoria viva della Pentecoste ritorna ogni anno ad essere riannunciata affinché non si smarrisca il senso del nostro cammino nel tempo, che è Tempo dello Spirito ed, insieme, Tempo della Chiesa. Infatti, è l’evento della Pentecoste, la venuta del Consolatore, ad aver fatto entrare la Chiesa nel Tempo dello Spirito inviato dal Padre e dal Figlio. La Chiesa, dunque noi, deve ascoltare lo Spirito, perché se così non fa, questa rifiuta Colui che il Padre ha inviato: il Figlio Gesù. E ancora, non accoglie il dono che il Padre, nel Figlio morto, risorto e glorificato, ha inviato quale Paraclito, perché la Chiesa, così difesa, non abbia paura di percorrere tutti i sentieri della storia umana. E’ nel nome di Gesù, che il Dio Padre manda lo Spirito. E’ in forza della passione e morte del Figlio Gesù, che il Padre invia il Consolatore. E’ nella luce della gloria della risurrezione e ascensione al cielo, che Dio alita sulla Chiesa, popolo in cammino, il suo Spirito. Quando la Chiesa, nelle sue molteplici espressioni, non ascolta lo Spirito, ma, al contrario, tura le orecchie alla sua voce, questa tradisce la misericordia del Padre e il sacrificio del Figlio. La Pentecoste, liturgicamente, cade sulla Chiesa, sul suo cammino, sulle sue resistenze, sulle sue infedeltà, come severo rimprovero per quanto Colei che dovrebbe essere gravida di Spirito Santo non fa, non testimonia, non annuncia, non insegna, non vive. Così, la Pentecoste, se noi vogliamo, da solennità puramente liturgica, può diventare occasione propizia per rientrare in noi stessi e, lasciandosi interrogare dallo Spirito Consolatore inviato dal Padre e dal Figlio, riconoscere quanto ancora ci resta da fare prima di poter dire, con cuore libero e sincero, che abbiamo ascoltato la voce del Padre, abbiamo ascoltato gli insegnamenti del Figlio, abbiamo lasciato che lo Spirito ci consigliasse e muovesse il nostro agire. Certo, ascoltare e seguire lo Spirito non è impresa facile. Questo, però, non deve giustificare i nostri ritardi nell’annuncio del Vangelo; nella trasmissione di una Parola che, sempre e comunque, deve cambiare le coscienze. Allora, con l’antica Sequenza, dobbiamo invocare e cantare: “Vieni, Santo Spirito. Vieni, padre dei poveri”. “Vieni”, perché ancora abbiamo bisogno di riascoltare il Signore Gesù, di essere consolati e rafforzati nel nostro cammino di fede, di ricordare tutta la misericordia del Padre. A questa nuova effusione dello Spirito Santo chiediamo: “Lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina. Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato”.
15 Giugno 2004
Meditazione, XII domenica del T.O. Anno C
"Non c'é più giudeo né greco; non c'é più schiavo né libero; non c'é più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù" (Gal 3, 28).
Con questo insegnamento l'apostolo Paolo coglie e sintetizza il progetto che Gesù ha disegnato per la società dell'uomo. Questo, prevede l'abbattimento delle barriere politiche, economiche, culturali, etniche che dividono i popoli, gli uomini e le donne, le società. Si tratta di un progetto grandioso, mai prima teorizzato neppure nella riflessione socio-politica di Platone e Aristotele. Quando Paolo scrive questa sintesi della dottrina cristiana circa la nuova società che sta per nascere e diffondersi (molto rapidamente) in tutte le terre che si affacciano sul bacino del Mediterraneo, in Roma esercita il suo impero Nerone. Sotto Ottaviano Augusto (suo predecessore) Roma aveva raggiunto la sua massima espansione imponendo, con la forza delle sue legioni e l'autorità del suo diritto (in pratica in tutto il mondo allora conosciuto), un modello di società basato sulla rigida divisione in caste sociali a partire da quanti erano o no cittadini romani. L'economia si fondava sulla forza lavoro garantita da una enorme massa di schiavi. I popoli vinti, occupati e sottomessi avevano un solo diritto: quello di riscuotere e versare nelle casse di Roma le tasse. La donna, anche quella patrizia, era completamente alla mercé del diritto dell'uomo: padre, fratello o marito che fosse. Perciò, la dottrina sociale che il Vangelo propone, anche tramite l'autorità di alcune lettere pastorali apostoliche, come quelle di Pietro e Paolo, costituirà, sin dai primi giorni della società giudeo-cristiana, un elemento di rottura all'interno del mondo greco-romano. E per questo, il Vangelo diventa presto "pietra di scandalo" (1Pt 2, 8), "pietra d'inciampo" (Rm 9, 32), "segno di contraddizione" (Lc 2, 34). Pertanto, la società del tempo viene attraversata e scossa, sino nelle sue fondamenta, da un insegnamento così nuovo da destare curiosità ed interesse persino da parte dei patrizi e dei senatori, dei filosofi e dei letterati. Il Vangelo non poteva passare inosservato. I politici e gli uomini di cultura del primo secolo, che sottovalutarono la predicazione del Vangelo e la forza del suo messaggio sociale, si sbagliarono. Infatti, dopo la persecuzione di Nerone (la prima di una lunga serie), il cristianesimo iniziò a propagarsi a macchia d'olio tra tutti i popoli dell'impero scuotendo principi e diritti sociali, politici ed economici che si pensava immutabili. La forza d'urto del Vangelo consistette anche nella sorpresa che suscitò all'interno del mondo pagano la conversione di masse sempre più grandi di uomini e donne di ogni ceto, cultura, popolo e, quindi, l'espandersi di una religione che si credeva fosse null'altro che una piccola setta giudaica destinata a scomparire in breve tempo. Oggi la dottrina sociale di Paolo apostolo (prima incarnazione e attualizzazione del messaggio evangelico), non viene più ascoltata in tutta la sua prorompente provocazione, ma allora scrivere ed insegnare che "non c'è più giudeo nè greco; non c'è più schiavo nè libero" significava sovvertire l'intera società, economia, impero del tempo. Oggi, dopo Costantino e Teodosio, il Papato e il Vaticano II, si è molto affievolita la convinzione che il Vangelo possa essere uno degli strumenti, etici e morali, insieme, per la costruzione di un ordine socio-politico, economico e culturale più giusto e migliore per tutti. Il Vangelo ha avuto questa energia, perché i primi cristiani intuirono che questo era stato dato loro anche per proporre al mondo un nuovo modello di società. Oggi, il totale riconoscimento internazionale dell'autorità morale della Chiesa e della sua gerarchia, la quasi assoluta mancanza di persecuzioni contro le Comunità cristiano-cattoliche, la tolleranza garantita (in linea di massima) anche da parte dei governi a regime coranico o ateo, fa si che le parole di Paolo e, quindi, lo stesso Vangelo non suonino più come scandalose, provocatorie e contraddittorie, in contrasto con l'attuale cammino dell'umanità. Invece, oggi, più che mai, va recuperato anche il senso socio-politico degli insegnamenti del Vangelo e degli apostoli, perché la Chiesa possa continuare ad essere anche missionaria ed apostolica. Il Vangelo ancora non ha assicurato a tutti gli stessi diritti. La nuova evangelizzazione, dunque, è ancora in cammino.
1 Luglio 2004
Meditazione sulla XV domenica, del T.O. Anno C
“E chi è il mio prossimo?” (Lc 10, 29b).
Questa, la domanda che un dottore della legge pone a Gesù nel vano tentativo di dare da intendere di non sapere chi sia il suo prossimo e, quindi, di potersi così giustificare. Essendo un dottore della legge non può non conoscere l’insegnamento citato da Gesù riguardo il prossimo: “e il prossimo tuo come te stesso”. Ma, forse, a questo maestro, più che altro, risultava difficile l’applicazione di questo antico precetto. Amare il prossimo non è mai stato facile, né per i contemporanei di Gesù né oggi per noi. Tra l’altro, il nostro prossimo, spesso, non si fa amare, ma, anzi, risulta essere il motivo scatenante di tensioni, odi, vendette, rancori. Come il dottore della legge del Vangelo così anche ognuno di noi può domandarsi: Chi è il mio prossimo? Domanda legittima, risposta molto impegnativa visto che oggi sembra che si sia perso il senso del prossimo, vale a dire la capacità di sapere chiaramente chi sia il prossimo. Al tempo di Gesù alcune categorie di uomini apparivano essere il prossimo per via del loro stato di emarginazione, povertà, bisogno, posizione sociale. Perciò, erano facilmente identificabili e, quindi, fatti oggetto di misericordia o disprezzo. Oggi tale identificazione non è così facile, perché la nostra società sembra aver smarrito quella sensibilità morale e civica che portava molti a saper individuare il proprio prossimo per poi poterlo rispettare e aiutare. Oggi Gesù farebbe molta fatica a cercare e trovare una immagine che possa descrivere il prossimo. La chiusura verso il privato, la fuga dal pubblico, l’egoismo imperante in tutti i settori della vita, il perbenismo sempre più tendente all’arroganza, il pensarsi totalmente indipendenti, a portato tutti noi a non sapere chi sia il nostro prossimo o, in molti casi, persino a non riuscire a vederlo. Si tratta di una cecità interiore, che può portare persino a schiacciare qualsiasi nostro prossimo, da quello più prossimo (in casa, nel lavoro) a quello più lontano. L’uomo contemporaneo - ricco di tanta tecnologia, ma povero di Vangelo - sempre più ha bisogno di domandarsi: Chi è il mio prossimo?, perché se non riconosce e ama il suo prossimo, non può riconoscere e amare se stesso. La non risposta alla domanda posta dal dottore della legge a Gesù, è una delle cause dei molti mali che affliggono la nostra società. S’intende: non rispondere in famiglia, nel lavoro, nel vicinato… Anche il riconoscimento del nostro prossimo può darci la misura di quanto stiamo mettendo in pratica il Vangelo o di quanto ne siamo distanti. Certamente, non si può eludere la dimensione sociale del Vangelo, vale a dire: non si può pensare di vivere il Vangelo senza incontrarci con ogni prossimo che vive in società. “Chi è il mio prossimo?”: per Gesù è l’uomo che “scendeva da Gerusalemme a Gerico” (v. 30), per noi il coniuge in crisi, i figli adolescenti, i genitori anziani e malati, i colleghi antipatici, i parenti invidiosi, i vicini impiccioni, i compagni ipocriti, gli amici opportunisti. Essere cristiani, dunque, significa anche vedere, riconoscere e sforzarsi di accogliere ogni nostro prossimo, se vogliamo essere testimoni del Vangelo, altrimenti continueremo a passare “oltre” (vv. 31-32).