Meditazioni
Meditazioni
a cura di don Sandro SERRERI
Pubblicate su Il Vento nell'Anno 2004

1 Ottobre 2004
Meditazione, sulla XXVII domenica del T.O. Anno C
“Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare” (Lc 17, 10).
Questo insegnamento di Gesù suona come una domanda rivolta alla nostra coscienza di cristiani che, anche se a fatica, s’impegnano affinché si possa essere sinceramente suoi discepoli: Ho fatto quanto dovevo fare? Quando una parola fuori posto, un comportamento sbagliato, un insuccesso, una delusione, un dubbio, ci ferisce, sorprende, disorienta, allora è il momento di porsi la domanda: Ho fatto quanto dovevo fare? Come cristiani, discepoli di Gesù, questa domanda è legittima e doverosa. Il vero seguace di Gesù sa che non deve accontentarsi del sufficiente, del poco, ma sempre deve tentare di superare il proprio egoismo, orgoglio, pigrizia. Gesù mette in guardia i suoi discepoli dalla tentazione di accontentarsi di quanto si è fatto: né di più né di meno. Era questa, in fondo, la mentalità di molti farisei del tempo. Se siamo sinceri e vogliamo mettere in pratica, cioè vivere, gli insegnamenti del Maestro Gesù, dobbiamo spesso ammettere che non abbiamo fatto quanto dovevamo fare… per risolvere un problema, una incomprensione, un’offesa, una mancanza, un pettegolezzo, una diceria. Moralmente non è corretto non fare tutto ciò che è in nostro potere per ricucire un rapporto tra colleghi, riconciliare un’amicizia o parentela, chiarire un fraintendimento. Per quanti, poi, all’interno della comunità dei credenti, della Parrocchia, sono chiamati a compiere determinati servizi, a beneficio di tutti, vale ancor di più questo insegnamento, perché costoro potrebbero non sentirsi “servi inutili” e ritenersi a posto: “Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”. Questa tentazione, che colpisce i discepoli di Gesù, anche quelli in buona fede, è ricorrente e nuoce non poco all’interno delle Comunità parrocchiali. Ritenersi indispensabili, quasi insostituibili, è un vero e proprio peccato specialmente quando questa considerazione frena o, peggio, ostacola quanti, al contrario, sono disposti ad ascoltare e mettere in pratica gli “ordini” o, se vogliamo, le disposizioni ricevute; a ritenersi veramente, nei fatti, “servi inutili”; ad impegnarsi sempre di più in tutto ciò che è possibile fare per migliorare situazioni, persone, progetti, lavori, cammini. E’ proprio del vero discepolo di Gesù, il percepire, sempre e comunque, che alla fine di ogni opera, di ogni opera di Dio – opus Dei! –, riconosciuta come tale, che si poteva fare molto di più e meglio, e che ancora tanto resta da fare. Solo così qualsiasi opera alla quale si è messo mano può portare molto frutto, diventa opera di Dio in mezzo agli uomini, per il bene degli uomini, per l’annuncio del Vangelo, per l’edificazione di un unico popolo in cammino. Nessuno, dunque, nella Chiesa, nelle singole Comunità parrocchiali, nei gruppi, nelle Associazioni, nei Movimenti, creda di potersi accontentare del piccolo contributo dato in disponibilità di tempo, denaro, servizio, pazienza, dialogo, fraternità, perdono, perché Gesù ai suoi discepoli domanda… molto di più.
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15 Ottobre 2004
Meditazione sulla XXIX domenica, del T.O. Anno C
“E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18, 7-8). Quante volte abbiamo pregato, ma senza fede, convinzione, speranza. Eppure, Gesù ci ha detto e promesso “che farà” a coloro che lo pregano con fede “giustizia prontamente”. Però, a queste parole fa seguito la domanda: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”. Gesù conosce il nostro cuore, i nostri propositi, i nostri limiti. Per questo, chiede - quasi provocatoriamente -, se “troverà la fede sulla terra”. Voi sapete, che vi ho promesso la “giustizia” e, questa, “prontamente”. Ma, nonostante questa mia parola, voi pregate senza fede. Così, Gesù sembra rimproverarci e mettere a nudo uno dei nostri peccati spirituali: pregare senza fede. Ecco, allora, perché non ci viene fatta “giustizia prontamente”. Priva di fede, la nostra preghiera, tutte le nostre preghiere, sono… inutili. A che vale gridare, pregare, con le labbra “giorno e notte verso” il Signore, se, poi, il nostro cuore dubita che “farà giustizia ai suoi eletti”? C’è, dunque, uno scollamento tra quello che recitano le nostre labbra e quello che pensa il nostro cuore. Ecco, perché le nostre preghiere non sono gradite. Quando la nostra preghiera non è sincera, umile, fiduciosa, colma di speranza, innamorata di Dio, costante pur nelle tentazioni e prove della vita, allora… che cosa possiamo domandare? Troppe volte abbiamo rivolto a Dio preghiere come rose appassite, lumicini spenti, voci sommesse. Dio non può gradire la nostra rassegnazione di fronte al male, alle prove, alle cadute, all’aridità spirituale, al peccato. La fede e solo la fede vera, sincera, che sa combattere con le armi dell’umiltà e della pazienza, è gradita a Dio e, dunque, riceverà la sua giustizia. Quante volte abbiamo persino bestemmiato: Dio non esiste!, solo perché… non siamo stati ascoltati e troppo “a lungo” abbiamo aspettato la sua risposta, inutilmente. Spiritualmente sbaglia chiunque pensa che… è sufficiente la preghiera delle labbra, delle liturgie, delle pie pratiche, per essere ascoltati da Dio. Gesù, come un tempo metteva in guardia i pii farisei, così, oggi, mette in guardia noi tutti. La fede prima di tutto e, poi, tutto il resto. La fede che prega senza nulla pretendere, che opera senza nulla attendere in contraccambio. La fede che sa riempire il silenzio apparente di Dio con la speranza che lui sarà fedele alla sua promessa. Questa fede è quella che… muove le montagne dei nostri limiti umani e spirituali, che spiana le strade che portano alla comunione con Dio, che orienta le scelte piccole e grandi della vita quotidiana. Occorre, dunque, rimettersi in cammino di fede, se vogliamo che Dio gradisca e ascolti le nostre preghiere. Occorre, perciò, rientrare in se stessi per scoprire che la preghiera è… la fede che, come incenso profumato, sale sino a Dio e, poi, scende come pioggia autunnale sul terreno fertile della nostra vita cristiana.
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1 Novembre 2004
Meditazione sulla XXXI domenica, del T.O. Anno C
“Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua. Oggi la salvezza è entrata in questa casa” (Lc 19, 5b.9a).
“Poiché era piccolo di statura”
Zaccheo sale su un sicomòro per vedere Gesù passare. Il capo dei pubblicani, considerato perciò un peccatore, vuole vedere Gesù. E Gesù vede lui e si ferma a casa sua. Zaccheo, “pieno di gioia”, lo accoglie e si salva, perché dà metà dei suoi beni ai poveri e ai frodati restituisce “quattro volte tanto”. Così Zaccheo diventa il simbolo di tutti coloro che davanti agli impedimenti personali (la statura) ed esterni (la folla) non si arrendono quando sentono passare Gesù nella loro vita e lo vogliono vedere. Il nostro carattere può avere dei limiti, ma se vogliamo vedere Gesù questi possono essere superati. L’ambiente dove viviamo può crearci delle barriere, ma anche queste, se vogliamo accogliere Gesù dentro la nostra casa, possono essere abbattute. Basta seguire l’esempio evangelico di Zaccheo che, volendo vedere Gesù, si fa alto, da basso qual’era, salendo su un sicomoro e non resta impedito dalla folla nel suo desiderio di fare esperienza del Maestro. Zaccheo sa di essere basso (peccatore), schiacciato dalla folla (curiosa e subito pronta a mormorare contro il comportamento di Gesù). Ma la statura (il peccato) e la folla (il giudizio) non le impediscono di vedere Gesù che passa. I limiti e le barriere non le tolgono la visione del Maestro che passa per “cercare” e “salvare ciò che era perduto”. La sua fede è grande. La sua gioia è accogliente e salvifica. Eppure, poteva rinunciare a causa della sua statura e della folla o poteva rimandare l’incontro desiderato. Ed invece, il “sicomòro”, simbolo di quel che siamo capaci di fare quando vogliamo accogliere Gesù, gli permette di vedere e di essere visto e di fare entrare la salvezza nella sua casa. Non importa il peccato, la ricchezza, la mormorazione della folla, le frodi, conta solo la gioia della salvezza, dell’avere Gesù ospite seduto alla propria mensa. Importa solo la misericordia di Gesù: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa”. Quante volte non siamo stati come Zaccheo, ma abbiamo preferito restare piccoli e peccatori, impediti e timidi. Così abbiamo impedito a Gesù di vederci e poterci dire: “Scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. Se siamo rimasti bassi e dietro la folla, siamo rimasti con i nostri peccati, paure, vergogne, pregiudizi, dubbi. E Gesù è passato oltre, per sempre. E, forse, lui non passerà più. E la salvezza si è allontanata, è passata oltre i nostri complicati ragionamenti. Solo chi è come Zaccheo si salva, perché il ricco e peccatore capo dei pubblicani vedendo Gesù ha capito che i poveri erano i destinatari di metà dei suoi beni e che i da lui frodati dovevano essere risarciti quattro volte tanto e che, dunque, era necessaria la conversione assicurata dalla gioia, dall’accoglienza, dall’ospitalità, dalla carità e dalla giustizia. La storia di Zaccheo è la dimostrazione evangelica che… nulla è impossibile per coloro che credono che Gesù è il salvatore, che perdona, che non giudica, che si lascia ospitare, che siede a tavola con noi, che ci cerca e dopo averci trovato e visto ci salva. Anche noi, allora, saliamo sul primo “sicomòro” che troviamo e lasciamoci vedere e chiamare da Gesù che passa. Saremo salvi.
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15 Novembre 2004
Meditazione sulla XXXI domenica, del T.O. Anno C
“Guardate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome dicendo: - Sono io! -. E: - Il tempo è prossimo -; non seguiteli!” (Lc 21, 8).
Gesù – mentre passeggia lungo il portico di Salomone – gela l’orgoglio di alcuni, che “parlavano del tempio” di Gerusalemme “e delle belle pietre e dei doni votivi che lo adornavano” dicendo da profeta: “Non resterà pietra su pietra”. Infatti, il tempio sarà distrutto nel 70 d.C. Il gelo che assale gli uditori, spinge a porre la domanda: “Maestro, quando accadrà questo?”. Gesù risponde: “Guardate di non lasciarvi ingannare”. L’imbroglio, la truffa, è sempre in agguato! Tanti sono venuti e vengono nel nome del Signore Gesù. Tanti ci hanno disorientato e intontito, dicendoci: “Il tempo è prossimo”. E molti di noi sono caduti nella trappola. Alcuni di noi hanno preferito ascoltare i Testimoni di Geova, anziché ascoltare la Parola di Gesù trasmessa fedelmente dalla Chiesa; ascoltare e seguire questi e altri per i quali la Chiesa rappresenta l’anti-Cristo. Gesù continua a dirci: “Non seguiteli; non vi terrorizzate”. È un invito a “varcare la soglia della speranza” (Giovanni Paolo II). Al di là dei “terremoti, carestie e pestilenze”; al di là delle guerre di popoli contro altri popoli, la speranza. Abbiamo già varcato, oltrepassato, “la soglia della speranza” entrando in un nuovo secolo e millennio. Questo nostro nuovo secolo, sarà il secolo della speranza, di un nuovo umanesimo, di un nuovo rinascimento, perché Gesù ci ha mostrato che Dio è Padre, che Dio ci ama; perché: “Nemmeno un capello del vostro capo perirà” (Lc 21, 17). Con la nostra perseveranza salveremo le nostre anime. Dunque: uomini e donne della speranza; che sperano “contro ogni speranza” (Rm 4, 18). Affinché la speranza non ceda mai il posto alla disperazione, occorre la fede e la carità: fede in Dio e carità per tutti e tutto. Perciò: stare dalla parte di Dio, vincere il male con il bene, essere solidali con chi cade nelle trappole sistemate lungo i sentieri della nostra vita da imbroglioni senza scrupoli. È necessario sperare; è necessario essere cristiani e veri figli della speranza; è necessario seminare e coltivare speranza; è necessario non lasciarsi ingannare da coloro che parlano solo di guerre e di rivoluzioni. Seguire e ascoltare Gesù dentro la storia della Chiesa è la nostra salvezza, sarà la nostra salvezza, oggi e domani.
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15 Dicembre 2004
Meditazione sul Natale del Signore
a cura di don Sandro Serreri
“Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. (…) Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza” (Is 9, 1. 52, 7).
“Il popolo” che vide Isaia profeta eravamo anche noi, che camminavamo “nelle tenebre” e sui quali “una luce rifulse”.Le “tenebre” sono l’immagine della disperazione, dello scoraggiamento, di una vita vuota vissuta male, di un egoismo esasperato, di un presente che non prepara il domani, di uno smarrimento dei valori religiosi. Al contrario, la “grande luce” è simbolo della speranza che non muore, di un coraggio che non viene meno, di una vita che ogni giorno che passa è sempre più ricca di Dio, di un aiutare gli altri – in fondo – per aiutare noi stessi, della fatica a credere in un domani migliore, di una costruzione sulla roccia di una abitazione che ha per mattoni gli insegnamenti del Vangelo. Il senso del Natale del Signore sta nel passaggio dalle “tenebre” alla “luce”, nel cammino da uno stato di vita dove non si vede ad uno dove tutto è chiaro e, quindi, sereno, pur nelle difficoltà della vita quotidiana. Il Natale è cammino di chi tutti i giorni, nonostante abbia vissuto una “giornata storta”, non si ferma, ri-nasce, spera in un domani privo di altre prove. Così troviamo il senso per il Natale di quest’anno con il cuore e la mente rivolti ad una violenza che porta altra violenza, ad una pace che manca a Gerusalemme e, quindi, pur indirettamente, in tutte le nostre case. Non possiamo restare indifferenti, insensibili, perché come cristiani siamo chiamati ad annunciare le venuta del “Principe della pace” (Is 9, 5d). A partire dalle nostre famiglie dobbiamo annunciare la pace, la salvezza. La pace è vera e duratura quando le nostre case sono luoghi del dialogo, della comprensione, del perdono, della solidarietà, dell’educazione ad amare Dio e il prossimo. Dalla pace in famiglia dipende la pace nella nostra società e Comunità, in tutto il mondo. Non possiamo pretendere di vivere in un mondo dove regni la pace, se in famiglia non viviamo in un clima di giustizia e di pace. Quest’anno il Natale del Signore porta a tutti un dono: l’appello ad essere messaggeri di bene. Pace dentro le nostre case, dunque, per vedere con occhi ricchi di fede e di speranza il presente e il futuro. Quindi, quest’anno a Natale regaliamoci la pace!
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