Meditazione
Meditazione
a cura di don Sandro Serreri

Meditazione sulla XIV domenica del T.O., Anno A

“Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò” (Mt 11, 28).
L’invito di Gesù, rivolto agli “affaticati e oppressi”, di recarsi da lui affinché possa ristorarli, è un’espressione della sua tenerezza. Gesù, che conosce il cuore dell’uomo e, dunque, le sue fatiche e angosce, è il solo che veramente può offrire e dare sollievo e riposo. L’uomo, allora come oggi, indebolito e rattristato dalle miserie della vita quotidiana, ha bisogno del ristoro spirituale. Gesù, visto dai suoi contemporanei come uomo tutto di Dio, era in grado di trasmettere sollievo e conforto. Molti andavano da lui, perché trovavano quella pace che le vicende umane toglieva loro. I suoi insegnamenti ristoravano e aprivano vie nuove indirizzate verso la conversione. Tanti, dopo averlo seguito ed ascoltato, ritrovavano la tranquillità della coscienza, la spinta della speranza, il balsamo benefico della carità. Recarsi da Gesù per molti uomini e donne ha significato cambiare vita, perché incontrarlo, seguirlo e ascoltarlo non lasciava mai indifferente nessuno. Oggi, come allora, sono tanti gli uomini e le donne che, “affaticati e oppressi”, cercano rifugio nel Signore Gesù: nella sua Parola e nei suoi doni spirituali. Per diversi motivi l’uomo contemporaneo è molto più affaticato e angosciato dell’uomo antico del Vangelo. Infatti, ha molte più paure e ansie. Questo, rispetto agli uomini dei secoli passati, sente maggiormente il bisogno interiore di assicurarsi il ristoro spirituale. Gesù, anche a questo uomo, dalle grandi e superbe conquiste tecnico-scientifiche, dice: “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò”. Il Signore Gesù per mezzo della sua Chiesa, spiritualmente sgorgata dal suo costato trafitto, offre ristoro, sollievo, riposo a quanti, dopo aver gustato le amarezze della vita ed esserne rimasti rattristati, cercano pace, vera e duratura; a quanti, dopo aver assaggiato il vuoto da vertigine che dà una vita spesa lontano da Dio e dai suoi comandamenti, cercano motivazioni forti e solide per dare senso e compimento a tutta la loro vita. La Chiesa, come istituzione insieme divina e umana, offre l’acqua fresca del silenzio dei suoi luoghi di preghiera, di ascolto interiore della voce di Dio. Questa Chiesa, pertanto, è lo spazio fisico, ma soprattutto spirituale, dove il Signore Gesù si manifesta come colui che ristora il corpo e lo spirito, che ha il potere di illuminare le coscienze e di volgere i cuori verso l’amore di Dio. Non ci si libera del peso delle fatiche e delle oppressioni che rendono l’uomo schiavo negando Dio e i valori dello spirito o, peggio, fuggendo dalla paternità di Dio e dalla missione evangelizzatrice del Figlio suo Gesù. Per questo, la Chiesa, esperta in umanità, è e resta, per usare una felice immagine di papa Giovanni XXIII, la “fontana del villaggio” dalla quale tutti possono attingere acqua che veramente ristora. L’uomo e la donna che sanno rispondere all’invito di Gesù: “Venite a me, voi tutti”, saranno salvi e troveranno pace e felicità, mentre tutti coloro che continueranno a camminare tra le paludi del non senso, dell’egoismo, della superbia, della mediocrità, continueranno a restare sotto il peso della fatica e dell’oppressione.
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Meditazione sulla XVI domenica del T.O., Anno A
“Lasciate che l’una [la zizzania] e l’altro [il grano] crescano insieme fino alla mietitura…” (Mt 13, 30).
ella parabola della zizzania - frutto di immagini tratte dall’ambiente agropastorale del tempo di Gesù -, si coglie la particolare attenzione che Gesù riserbò a quegli insegnamenti con i quali voleva far comprendere ai suoi discepoli e ad ogni uditore il mistero della convivenza del bene con il male, in questo testo sotto i simboli del grano e della zizzania. Si tratta di una convivenza antica, che, talvolta, da pacifica si trasforma in una vera e propria guerra. L’uomo, misteriosamente e contemporaneamente capace e artefice di tanto bene come di tanto male, da sempre è come angosciosamente e dolorosamente diviso tra il bene e il male, tirato e persino strattonato ora dall’uno ora dall’altro. Molti uomini, giusti e poi santi, hanno dovuto lottare interiormente non poco per far sì che prevalesse il grano sulla zizzania. Molti hanno vinto, ma tanti hanno perso. In questa lotta antica si è dovuto cimentare anche Gesù assalito, da più fronti, da quelle tentazioni del tutto umane che lo hanno perseguitato sin sul monte Calvario e che, dopo, perseguiteranno e, oggi, perseguitano i suoi discepoli. La coabitazione del bene con il male è stata vissuta da Gesù anche e persino dentro lo stesso collegio apostolico dove si consumò a suo danno il tradimento di Giuda Iscariota. Dunque, il male - la zizzania - non ha risparmiato neppure quella comunione di uomini che Gesù personalmente aveva scelto, cosciente, però, che non tutti sarebbero stati dei buoni discepoli. Oggi, nelle nostre Comunità, come in quelle di fondazione apostolica, il grano cresce insieme alla zizzania. Il mistero della convivenza del bene con il male è presente anche dentro la nostra Comunità dove il Signore continua a seminare il “buon seme”, ma dove anche “il suo nemico” continua a seminare la zizzania. Questa semina, comunque, non impedisce al Signore di avere fiducia in tutti coloro che, essendo buoni discepoli, fanno in modo che la zizzania non soffochi il buon seme della Parola affinché, questo, porti molto frutto. La zizzania produce i suoi mali, come: l’invidia, il pregiudizio, il pettegolezzo, l’individualismo, ma, per questo, non senza dover fare i conti con il grano della solidarietà, del perdono, dell’accoglienza, della sincerità. Nella Chiesa, ieri come oggi, il “nemico” continua a seminare divisione e inimicizia tra i discepoli del Signore. Lo sanno bene tutti coloro che iniziano a percorrere un cammino di fede. Costoro non devono scoraggiarsi nello scoprire la presenza della zizzania anche là dove si pensava si potesse esserne esenti. C’è, invece, chi si scandalizza e si scoraggia sino ad arrestare il proprio cammino di fede e a perdere quanto il Signore aveva donato loro. Costoro, piuttosto, riprendano il cammino con umiltà e mansuetudine fuggendo dalla tentazione di credere di non aver nulla a che fare con la zizzania. La mietitura, poi, sarà il Signore a farla.
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Meditazione sulla XVIII domenica del T.O., Anno A
“Date loro voi stessi da mangiare” (Mt 14, 16b). Mentre i discepoli consigliano, spaventati dalla moltitudine accorsa, di congedarla “perché vada nei villaggi a comprasi da mangiare”, Gesù risponde loro: “Date loro voi stessi da mangiare”. Si trattava di una folla di “circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini”, stanca e affamata. Per questa grande folla, Gesù aveva provato compassione. Non la si poteva congedare, ma bisognava saziarla. I discepoli, ancora una volta, si lasciano intimorire e sopraffare dagli eventi. Perciò, consigliano di congedarla. Ma Gesù ha in mente di sfamare tutta la folla con il poco che hanno i suoi discepoli. “Non abbiamo che cinque pani e due pesci!”. Ecco, tutto ciò che hanno da mangiare. Gesù vuole che siano i discepoli a dare alla folla da mangiare. Infatti, sfamerà la moltitudine accorsa con i cinque pani e i due pesci dati da loro. Il Signore compirà solo il miracolo della moltiplicazione, mentre resterà vera la parola di Gesù: “Date loro voi stessi da mangiare”. Gesù si è servito della collaborazione dei suoi discepoli facendoli entrare, contro il loro consiglio, dentro il mistero del miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Non vuole, ancora una volta, fare a meno della partecipazione dei suoi discepoli, anche se questi sembrano dubitare sui poteri messianici di colui che riconoscono come il loro Maestro, ma sul quale resta sempre aperto l’interrogativo su chi sia veramente Gesù di Nazareth. Gesù applicherà il principio della partecipazione e collaborazione da parte di coloro che ha scelto e chiamato durante tutto il corso della sua vita pubblica. Non farà a meno di fare entrare nella storia della salvezza tutti i suoi discepoli domandando loro di contribuire alla buona riuscita di un insegnamento, di un incontro, di un miracolo. Questo modo di considerare i suoi discepoli, sempre e comunque, come suoi primi e indispensabili collaboratori Gesù non ha mai smesso di insegnarlo, attraverso il tempo, a coloro che come suoi vicari lo rappresentano e nel suo nome guidano e governano il gregge. Ai discepoli, allora come oggi, spetta solo la fatica di superare la difficoltà di ritenere che partecipare e collaborare non sia né necessario né indispensabile e che non si abbia nulla da dare al Signore che possa veramente essergli utile. Come i discepoli che consigliarono a Gesù di congedare la folla, così oggi noi possiamo suggerire al Signore di non intervenire per portare ancora una volta una parola e un segno di salvezza, perché “non abbiamo che…”. Ieri come oggi il Signore ha bisogno della nostra partecipazione e collaborazione, della nostra pochezza; ha bisogno delle nostre mani e dei nostri piedi, della nostra voce, dei nostri orecchi e dei nostri occhi, del nostro cuore. Così, ancora una volta, scopriamo, meravigliandoci, che il Signore Gesù, che può salvarci senza il nostro contributo, continua a salvarci con noi, servendosi anche di noi. Questa scoperta è incoraggiante, perché ci fa capire quanto ci ama il Signore e quanto noi tutti possiamo realmente fare per la salvezza di tanti uomini.
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Meditazione sulla XXIII domenica del T.O., Anno A
“Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello” (Mt 18, 15).
Così Gesù ci offre il criterio per quella che comunemente chiamiamo, un po’ tutti, correzione fraterna, ma che, in realtà, è molto di più. Infatti, non si tratta semplicemente di una ammonizione atta a far riconoscere la propria colpa a chi l’ha commessa, ma anche di una azione esercitata per guadagnare il proprio fratello. Però, per poter fare questo, occorre riconoscere in chiunque abbia commesso una colpa un fratello non da giudicare e condannare, ma ammonire e riacquistare. Poi, serve avere un cuore sgombro da pregiudizi. Non è facile vedere in chi si è macchiato di una colpa un fratello da guadagnare e, quindi, da ricollocare nell’ambito delle proprie relazioni sociali. Non è facile, perché la colpa, che può aver recato offesa e ingiustizia, difficilmente spinge gli uomini verso la correzione fraterna basata sul dialogo e la sincerità. Infatti, gli uomini per loro natura non sono disposti né a riconoscere nel colpevole un fratello né, tantomeno, a correggerlo con l’unico scopo di riacquistarlo. Ma il Vangelo chiede e stabilisce come criterio di attuazione, che si ammonisca il fratello per guadagnarlo. E’ chiaro, che nella correzione fraterna si debba mettere da parte il proprio orgoglio e la convinzione che le ammonizioni non servano a risolvere i conflitti tra gli uomini. Gesù, dunque, ancora una volta immette nella vita sociale e morale degli uomini un criterio che diventa misura per la corretta e coerente osservanza degli insegnamenti evangelici nel vissuto quotidiano degli uomini. Si tratta di un altro criterio che viene a disturbare quanto gli uomini solitamente fanno quando si sentono offesi o vittime di ingiustizie, vale a dire: agire secondo la logica dell’occhio per occhio, dente per dente! Affrontare la fatica di una correzione fraterna, che ha come premessa il riconoscimento dell’altro come mio fratello e, perciò, come degno del mio rispetto e della mia azione di recupero, lo sappiamo molto bene, non è abitudine dell’uomo di tutti i tempi. Gesù insegna la correzione fraterna, perché vuole, in primo luogo, che tutti gli uomini si riconoscano fratelli e, poi, perché desidera che nessun uomo si smarrisca nella notte del pregiudizio, della condanna, della emarginazione. Nel c’è peccatore che non possa essere riacquistato e fatto capace di venire perdonato da Dio. Questo, però, a patto che anche il peccatore sia fratello. La nostra società, che vive immersa nell’ipocrisia, nei compromessi, nelle bugie, tarda ad accogliere nel proprio codice etico questo insegnamento di Gesù, perché lo ritiene non applicabile alla vita degli uomini. Si sbaglia, questa società che sa trasformare ogni reato in legge repressiva e restrittiva, ma che non sa distingue la colpa dal peccatore e, soprattutto e di fatto, non accetta l’uguaglianza tra i diversi uomini riconoscendoli e considerandoli come essi veramente sono, vale a dire fratelli. Il Vangelo, pertanto, viene in soccorso alla incapacità della società degli uomini di saper recuperare quanti si perdono sotto il peso delle loro colpe, per lasciare posto ad una solidarietà sociale che, se venisse veramente attuata, recherebbe un enorme beneficio alla soluzione delle tante tensioni sociali che dividono gli uomini impedendo loro di giudicarsi e condannarsi reciprocamente, ma di accogliersi, ascoltarsi, capirsi e salvarsi l’un l’altro. Allora, il mondo sarebbe veramente diverso.
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