Meditazione sulla XXVII domenica
del T.O., Anno A
Anche oggi il Vangelo ci parla della Vigna che il Signore edifica per noi. Fa tutto il necessario perché non vi manchi nulla, dopo di che ce la consegna e se ne va, lasciandoci cosi piena libertà nel gestirla. L'unica cosa che domanda è la sua parte di raccolto: di quale raccolto trattasi, visto che si riferisce al Regno di Dio? D'amore, di fede, di speranza e di carità. Se ti do amore spero di ricavarne amore. Non è una pretesa ingiusta, o esagerata. Lo sarebbe se Dio promettesse la vigna solo a coloro che riescono ad amarlo e a fidarsi delle sue promesse. Ma qui è lui che prende l'iniziativa e ci dà la vigna dove stiamo già vivendo da anni. Ci siamo nati! Com'è possibile essere cosi ostili e diffidenti nei confronti di un Dio cosi? Tante volte è proprio il contesto in cui viviamo, le esperienze fatte, a renderci diffidenti, e questo ci rende diffidenti anche nei confronti di Dio. Vivo con la paura che Dio mi voglia togliere qualche cosa, per questo preferisco eliminarlo dalla mia vita. Penso che oggi il Signore, la sua Vigna non la voglia togliere a nessuno, ma c'è chi la rovina o la snobba. E' bello entrare in un paese e trovarvi la chiesa aperta e gente dentro a pregare. Trovarla vuota è già qualcosa, trovarla chiusa, o trasformata in un bar o qualcos'altro, è segno che tutto è finito. Andate in quei paesi e vedrete quanta tristezza e pesantezza c'è. Mi riferisco soprattutto al Nord-Europa. Signore aiutaci a vedere e ha tutelare le nostre ricchezze più vere.
Padre Paul Devreux
Meditazione sulla XXIX domenica del T.O., Anno A
“Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (Mt 22, 21b).
I farisei, ancora una volta, tentano Gesù: “E’ lecito o no pagare il tributo a Cesare?” (Mt 22, 17b). Gesù, infastidito dalla loro ipocrisia
, risponde, lapidariamente, con una sentenza che, attraversando i secoli, ha ricollocato Cesare e Dio al loro posto, senza, però, assolutizzare nessuno dei
due, ma, comunque, relativizzando Cesare. Infatti, mentre Isaia annuncia l’unicità sovrana di Dio: “Io sono il Signore e non v’è alcun altro” (45, 6c), il
Salmista ci fa cantare: “A te, Signore, la potenza e la gloria” (95). E per Paolo Gesù Cristo è sempre: il “Signore nostro” (1 Ts 1, 3). Nulla, dunque,
nell’insegnamento di Gesù sopra la signoria di Dio, è più chiaro di questa sentenza che, però, se da una parte ammutolisce i farisei, dall’altra darà adito,
lungo i secoli, a confusione e sarà motivo di lotte tra il potere spirituale e quello temporale. La chiarezza di Gesù nell’esporre la giusta gerarchia tra
Dio e Cesare non ha prodotto pari chiarezza nell’uomo che si è trovato a dover giustificare con cavilli biblico-teologici un potere spirituale confuso con
quello temporale o ad assolutizzare Cesare così tanto da far sì che questo negasse persino l’esistenza di Dio. Allora, la confusione è stata tale che molti
hanno creduto di dare gloria a Dio ponendolo al di sopra e al posto dei poteri temporali. Tutti questi, si ingannavano. Purtroppo, i danni le sciagure
derivate dalla cattiva interpretazione dell’insegnamento di Gesù furono tante. Gesù, che riesce a sfuggire all’inganno dei farisei, non riesce, però, a
evitare che gli uomini relativizzando il potere temporale mettano Dio al suo posto. Ma Dio non è un potere temporale, non è Cesare. Eppure Gesù era
stato chiaro, aveva distinto Dio da Cesare (Tiberio: 14-37 d.C.). Per Gesù, infatti, Cesare è relativo e a lui si deve il tributo, mentre a Dio spetta
la lode e la gloria. L’antica tentazione di instaurare una teocrazia tra tutti i popoli – tentazione sempre ricorrente nella storia dell’umanità –,
oggi minaccia la pace tra le nazioni. Dio non va confuso con i poteri temporali. Per questo, chiunque tenta di metterlo al loro posto bestemmia
e tradisce l’insegnamento di Gesù. Invece, chi sa rendere “a Dio quello che è di Dio”, sa anche rendere “a Cesare quello che è di Cesare”.
In forza di questo insegnamento, infatti, i veri cristiani non disdegnano di pagare i tributi, le tasse, dimostrando così di essere non solo
buoni cittadini del cielo, ma anche buoni cittadini della terra. I veri cristiani assolvono i loro doveri verso Dio e verso Cesare, non assolutizzando
il primo, ma relativizzando il secondo. Dalle parole chiare e distinte di Gesù si ricava un modello di cristiano fedele a Dio e rispettoso di Cesare,
che vive nella Legge di Dio e non viene meno ai suoi doveri sociali. E’ questo il cristiano che Gesù vuole educare all’amore per il prossimo, amore mai
disgiunto dall’obbedienza alle leggi e ai doveri verso la società civile. Si tratta, perciò, di non essere solo buoni cristiani la domenica, ma anche
buoni cristiani e cittadini tutti i giorni della settimana.
Meditazione sulla XXXII domenica del T.O., Anno A
“Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora” (Mt 25, 13).
Questo insegnamento di Gesù fa parte del grande discorso escatologico (cfr. Mt 24-25), sugli ultimi tempi, suscitato dalla domanda dei discepoli: “Dicci quando accadranno queste cose, e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo” (Mt 24, 3b). Gesù, utilizzando il linguaggio che fu tipico dei profeti apocalittici (Ezechiele e Daniele), nella parabola del fico consiglia la vigilanza: “Vegliate, dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà” (24, 42); “Perciò anche voi state pronti, perché nell’ora che non immaginate, il Figlio dell’uomo verrà” (24, 44). Consiglio che rafforza con le successive parabole del servo (cfr. 24, 45-51) e delle dieci vergini (cfr. 25, 1-13). Il discorso termina con il giudizio finale (cfr. 25, 31-46), che, veramente, “impone” la vigilanza come naturale comportamento spirituale del discepolo. Per questo, il cristiano deve saper utilizzare al meglio i talenti affidati. Ecco, perché tra la parabola delle dieci vergini e il giudizio finale, c’è la parabola dei talenti. A chiunque, nella speranza, attenda la venuta del Cristo, è richiesto un impegno costante nella messa in pratica dell’annuncio evangelico durante la vita quotidiana. Si tratta di saper vivere come se la venuta del Signore sia ormai imminente. Non bisogna lasciarsi sorprendere. Il giovane beato Pier Giorgio Frassati (Torino 1901-1925) è stato un grande testimone del consiglio evangelico della vigilanza. Infatti, alla luce di questo, ha vissuto dando a tutte le realtà terrestri e materiali il giusto valore senza mai lasciarsi vincolare e distrarre da nessun bene umano. Il suo esempio eroico rappresenta la possibilità reale di poter vivere nel mondo guardando instancabilmente verso l’alto. E’ necessario, pertanto, considerare relative tutte le realtà terrestri, materiali, umane, affinché queste, pur usandole, non diventino motivo di distrazione. Il segreto, allora, sarà quello di vivere alla presenza del Signore, senza per questo disprezzare e trascurare il mondo con tutte le sue realtà che, pur facenti parte della nostra vita, sono da noi considerate di passaggio e non permanenti e definitive. Di permanente e definitivo, lo crediamo e speriamo nella vigilanza, ci sarà solo questo giudizio: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo” (25, 34b).
Meditazione sulla XXXIV domenica del T.O., Anno A
don Sandro Serreri
Gesù Cristo Re dell’Universo
“Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 40b).
Il Vangelo dell’ultima domenica dell’anno liturgico ci presenta il grandioso affresco del giudizio, quando il “Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria” per separare “gli uni dagli altri”. Si tratta del giudizio per tutti i “benedetti del Padre” e i “maledetti”, per tutti coloro che riceveranno “in eredità il regno” o il “fuoco eterno”. Il giudizio finale non consente ulteriori tempi di attesa, giustificazioni. Sarà l’amore a separarci per andare “al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna”. Questo, perché solo l’amore ci consentirà di riconoscere nell’affamato, nell’assetato, nel forestiero, nell’ignudo, nel malato e nel carcerato Gesù. Quindi, non saranno i codici civili e penali, l’opinione pubblica e i tribunali, ma la bellezza dell’amore tradotto in carità e solidarietà sociale a stabilire il giudizio definitivo ed eterno. Allora, il bene sarà separato dal male, per sempre. Perciò, la zizzania non crescerà più con il grano. Riconoscere Gesù nelle antiche e nuove povertà, quelle che continuano ad affliggere l’umanità, consentirà ad ogni uomo e donna di sentirsi chiamato benedetto, giusto, e di avere il regno e la vita eterna. Chiudendo il grande discorso dedicato ai tempi ultimi, Gesù, servendosi del linguaggio apocalittico, dipinge in modo inequivocabile la scena solenne del re che, separando, giudica per mezzo dei “fratelli più piccoli”. Sono questi, infatti, i veri giudici, perché saranno le povertà non riconosciute, trascurate, occultate, a pronunciare il giudizio e, quindi, a condannare chiunque ha vissuto non riconoscendosi custode del fratello. L’anno liturgico si chiude con la proclamazione della universale signoria di Gesù Cristo, ma, insieme, con un severo monito rivolto a tutte le coscienze di buona volontà affinché, nonostante il mistero del male, che si esprime attraverso l’egoismo e la superbia, nessuna povertà ci lasci indifferenti. All’inizio del nuovo secolo e millennio la nostra società è scossa dal terrorismo, dalla piaga della fame, dal relativismo etico e morale, dal pensiero debole, dalla irrazionalità dell’impero della scienza e della tecnica, dall’assenza dei valori spirituali. In questo inarrestabile divenire, che appare sempre più contro l’uomo, la pagina evangelica del giudizio viene non ad incutere paura, ma a scuotere le coscienze assopite, ingenue, indifferenti. “La bellezza salverà il mondo”, ebbe a dire il servo di Dio papa Giovanni Paolo II. Parafrasando questo insegnamento, direi che sarà la bellezza dell’amore ritrovato a salvare il mondo. Per questo, i cristiani guardano con speranza il grandioso affresco del giudizio. Impegnati a riconoscere Gesù, specialmente nei poveri, i cristiani del nuovo millennio vogliono, sempre più, assumersi la responsabilità di essere protagonisti nella storia guidata dalla signoria di Gesù Cristo. Forse, il prossimo passo sarà quello di riconoscere che siamo entrati dentro il tempo del post-cristianesimo. Ma questa presa di coscienza non dovrà privarci di continuare a sentirci luce, sale, e a vivere l’amore di Dio, quell’amore che si manifesta soprattutto quando la notte sembra avanzare prepotentemente o non vuole lasciare il posto all’alba di un nuovo giorno.