Meditazione
Meditazione
a cura di don Sandro Serreri

Meditazione sulla II domenica di Avvento, Anno B
“Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri” (Mc 1, 3; Is 40, 3).
Con questa “voce” ha inizio il Vangelo secondo Marco, che ci accompagnerà durante tutto il Tempo di Avvento e ci aiuterà a preparare “la strada del Signore” e a raddrizzare “i suoi sentieri”. La “voce” è quella di “uno che grida nel deserto”; è una “voce” antica: quella di Isaia profeta, che, vedendo la venuta del Messia, invitata il popolo a preparare la strada e a raddrizzare i sentieri. Al tempo di Gesù la “voce” era quella di Giovanni, che battezzava nel “deserto”. Il “deserto” non era semplicemente un luogo fisico. Infatti, il “deserto” era il simbolo, già in Isaia, dello smarrimento dell’uomo che si riconosce peccatore e, dunque, colpevole. Colpevole di essersi allontanato dalla Legge del Signore, di aver infranto l’Alleanza. Questo riconoscimento di colpevolezza conduce l’uomo a smarrirsi, perché si scopre solo e, quindi, in una situazione interiore di “deserto”. Ecco: il peccato ci conduce nel deserto dove solitudine e smarrimento ci impediscono di servire il Signore. Per tutta la durante di questo nuovo Tempo di Avvento, allora, dobbiamo darci da fare per rispondere all’invito: “Preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri”, affinché possiamo spezzare le catene e, finalmente, allontanarci, per sempre, dal deserto. Il Tempo di Avvento, perciò, sia tempo dedicato a preparare la venuta del Signore, e non può esserci migliore preparazione di quella che inizia con il rientrare in noi stessi e così fare un sincero e serio esame di coscienza. Nel “deserto”, dunque, parli la nostra coscienza e ci rimproveri per i molti peccati di omissione. Quante volte, allora, riconosceremo di non aver fatto nulla di male, ma neanche nulla di bene, e che, perciò, non siamo stati testimoni del Vangelo che chiede ad ognuno di noi di vivere ciò che ascoltiamo. Il resto della preparazione passa, necessariamente, attraverso la porta stretta della carità. La carità del perdono, della solidarietà, della disponibilità, del rispetto, del dialogo, della collaborazione, sarà il terreno sul quale cimentarsi quotidianamente, se si decide d’intraprendere quel faticoso lavoro che consentirà al Signore di farsi, ancora una volta, dono, l’Emmanuele, il Dio-con-noi. Pertanto, non dobbiamo avere paura di preparare “la strada del Signore” e di raddrizzare “i suoi sentieri”, perché il Signore vuole venire ad abitare nelle nostre case, nel nostro lavoro, nella nostra società.
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Meditazione sulla IV domenica di Avvento, Anno B
“ … l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una cittá della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine … La vergine si chiamava Maria” (Lc 1, 26-27).
L’angelo “fu mandato da Dio” per annunciare a Maria di Nazaret, che concepirá un figlio, lo dará alla luce e lo chiamerá Gesú. La scena dell’annunciazione a tutti noi ben nota, perché rappresentata dai piú grandi artisti del passato, contiene l’annuncio fondamentale e centrale di tutta la storia della salvezza: il concepimento e la nascita da una vergine di Gesú Figlio di Dio. Per questo, é carica di suggestioni e viene ascoltata, letta, pregata e meditata con la chiara coscienza di trovarci davanti all’ “eccomi” decisivo dell’umanitá desiderosa, dopo la caduta, di salvarsi. Gabriele annuncia la nascita del Figlio dell’Altissimo, Gesú. Tale annuncio ha come protagonista la vergine di Nazaret, ma, indirettamente, tutta l’umanitá, perché Maria la rappresenta e la riassume. L’annuncio, infatti, é rivolto alla nuova Eva, madre della nuova umanitá. L’annuncio, dunque, é rivolto anche ad ognuno di noi. Ad ognuno di noi é annunciata la nascita del Salvatore. Perció, l’annuncio riguarda personalmente ognuno di noi, cosí personalmente che nessuno di noi puó restare indifferente. Allora, dobbiamo rafforzare la convinzione che Gabriele ha annunciato, e continua ad annunciare, ad ognuno di noi la nascita di Gesú, Figlio di Dio. Ascoltiamo questo annuncio. Non lasciamoci stordire dai suoni, dalle luci e dalle immagini del consumismo. Quest’anno facciamo in modo che ci siano: meno doni e piú dono! Vale a dire: piú l’Emmanuele, il Dio-con-noi nelle nostre abitazioni, famiglie, lavoro e societá; piú dono di noi stessi, della nostra umanitá, dei nostri sentimenti, della nostra sensibilitá. Lasciamoci illuminare dall’annuncio per poter essere testimoni del Signore Gesú. La luce dell’annuncio rischiari le nostre ombre affinché vi sia spazio solo per una vita bella, buona e vera. Ascoltare l’annuncio dell’angelo vorrá dire anche diventare annunciatori di giustizia e di pace, di dialogo e di generositá perché Dio mai si stanchi di vivere con noi.
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Meditazione sul Natale del Signore
“... troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia” (Lc 2, 12b).
Il “bambino” é Gesú. “Avvolto in fasce”, perché neonato. E “giace in una mangiatoia”. Questo abbiamo cantato, per nove giorni di seguito: Vieni, Signore! Si tratta di una famiglia: Giuseppe, Maria e Gesú. Seguendo la stella, dunque, il cammino percorso ci ha ha condotto a contemplare “la” famiglia che porta “il” dono dell’amore infinito di Dio: il Figlio suo, incarnato per la nostra salvezza. Il Natale, perció, pone al centro della nostra contemplazione, illuminata e allietata dalle luci, colori e suoni della festa, la famiglia. Entrare nel significato piú profondo del Natale significa capire che Dio si manifesta a tutti i popoli come famiglia. Dio, nel suo disegno di salvezza, ha voluto assumere la carne dell’umanitá nascendo da una donna e in una famiglia stabile, riconosciuta, dove il calore é quello dell’amore e della fedeltá. Dio ha cosí stabilito che é la famiglia la migliore abitazione dove concepire, far nascere, crescere, educare e promuovere ogni uomo. Per questo, non vi é dovere esercitato piú meritorio di quello di tutelare la famiglia, consacrata dal Mistero dell’incarnazione, da tutto ció che viene a minacciare gravemente la sua funzione, identitá, modello antropologico, morale e sociale. Gesú, “bambino avvolto in fasce”, trasmette a tutti noi un messaggio di amore e pace indirizzato soprattutto a tutte le famiglie. Ecco, perché, i primi veri adoratori nelle mille e mille nativitá dei presepi sono le nostre famiglie riunite per festeggiare il Natale del Signore Gesú. É, dunque, la famiglia il presepe vivente costruito da Dio Padre, perché ad ogni uomo sia annunciata la salvezza. Allora, in questi giorni di festa, di gioia contagiosa, siamo invitati e sollecitati dal bambino Gesú, nato per noi, a riappropriarci del valore, fondamentale e insostituibile della famiglia come culla e casa sicura dell’amore, della fedeltá, del dialogo, dell’educazione, della solidarietá, della comprensione e del perdono.
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