1 Ottobre 2003
C'è bisogno di pace!
Di che cosa, in questo momento, ha veramente bisogno La Maddalena? Di pace! E non perché c’è stata o c’è una guerra, ma battaglie, queste sì. Ci sono state e ci sono tante piccole battaglie quotidiane, con tanto di vittime: i soliti cittadini. Queste battaglie si disputano nei luoghi dove maggiormente si spende la vita: in famiglia, sul posto di lavoro, nella scuola, nel palazzo dove si organizza e amministra la politica, nella Comunità parrocchiale, nella società. In famiglia: troppe, e in aumento, sono le famiglie dove incomprensioni, incapacità a saper perdonare, orgoglio, mancanza di rispetto reciproco, hanno portato alla separazione anche dopo tanti anni di matrimonio o, peggio, dopo pochi. Sul posto di lavoro: l’egoismo, gli interessi di parte, il non voler rinunciare nessuno a qualcosa affinché ognuno abbia il suo, sindacati troppo esigenti, contratti troppo rigidi, la mentalità del “posto fisso” a tutti i costi, facili guadagni, hanno generato tensioni, rivendicazioni assurde, prese di posizione infelici, manifestazioni inefficaci, lotte di categoria con divisioni interne, richieste al di là delle regole e delle leggi. Nella scuola: individualismo, mancanza di una vera collegialità, indifferenza o scarsa partecipazione dei genitori, stipendi non gratificanti, strumenti non più idonei, strutture vecchie, hanno fatto sì che anche la scuola sia attraversata da disagi e malessere, lamentele e disordine. Nel palazzo dove si organizza e amministra la politica: offese, aggressioni verbali, dispetti, mancanza di senso del dovere, scarsa attitudine al sacrificio, difesa d’interessi di parte, divisioni politiche che offendono il principio del “bene comune”, decisioni impopolari, mancanza di dialogo costruttivo, impossibilità di un confronto sereno tra le parti socio-politiche, interventi non edificanti, hanno, troppe volte, reso la Comunità civile quasi ingovernabile spegnendo fiducia, attese, speranze. Nella Comunità parrocchiale: gelosie, poca coerenza, testimonianze non conformi agli insegnamenti del Vangelo, corsa ai primi posti, umiltà inesistente o quasi, collaborazione a parole, opportunismi, servizi resi per averne poi un tornaconto, mancanza di strutture, hanno dato spazio a scoraggiamento, mormorazione, inefficacia dell’azione pastorale, critiche, difficoltà a svolgere un servizio evangelico a tutto tondo. Nella società: chiusura nel privato, rivalità, idea distorta di “servizio culturale”, “compartimenti stagni” da parte degli Enti presenti nel territorio, Enti gelosi dei loro “giardini”, inimicizie, divisioni tra parenti e vicini, hanno cancellato del tutto o quasi quei collanti sociali che sono alla base della riuscita d’ogni società che voglia progredire e guardare al suo futuro con sicura speranza. Allora, c’è bisogno di… pace, di concordia, di camminare insieme, di ritornare a pensare e agire avendo fiducia nell’”altro”, di solidarietà, di collaborazione, di grande passione verso l’Isola e la sua gente, di politica alta, di Fede sincera, di cultura umile e “popolare”. Allora, e solo allora, l’Isola prenderà il largo col vento in poppa.
15 Ottobre 2003
Marina: asso piglia tutto!
Che tristezza quella porta chiusa! La porta chiusa è quella dell’Ammiragliato di La Maddalena. Nessuno lo può negare, è un “di fatto”: stiamo assistendo, da alcuni anni, alla lenta, ma progressiva agonia della presenza della Marina nella nostra Isola. Nei suoi ormai oltre duecento anni di storia maddalenina legata, nel bene e nel male, alla Marina, l’Isola non aveva mai visto nulla di simile. Non c’è bisogno di leggere i comunicati dell’ufficio stampa della Marina, perché ci si renda conto che questa sta mollando gli ormeggi. Abbiamo gli occhi… e il cuore! Solo che non si può salpare senza lasciare qualche regalo. Nelson non tirò su le ancore senza prima aver lasciato un dono, che oggi gli consente di venire ricordato con stima e affetto. La Marina occupa una grossa fetta del territorio dell’Isola madre. Per questo, possiamo dire – senza rischiare di offenderla –, che questa è stata una sorta di “asso piglia tutto”. La sua presenza nell’Isola sta subendo un notevole ridimensionamento. Basti pensare alla “questione arsenale”. Ecco, a riguardo, c’è da domandarsi: A chi verrà data l’enorme area che occupa questa struttura? Inoltre: E la “Caserma Faravelli”? Si sente dire che verrà assegnata alla USNavy. Si pensi, poi, a Cala Gavetta, vera porta d’ingresso dell’Isola, occupata per oltre la sua metà da mezzi della Marina. All’interno della “Scuola”, una piscina inutilizzata. Allora, perché non restituire ai maddalenini questi spazi. L’Arsenale, che rimanga pure alla Marina: i suoi moli potrebbero venire utilizzati per ormeggiare tutti i mezzi delle varie Marine che ora occupano Cala Gavetta. Ma la Caserma ed i campi “Faravelli”, perché non darli al Comune affinché questo, poi, li metta a disposizione di tutte quelle società sportive che ancor oggi mancano di sede e spazi propri? Cala Gavetta dovrebbe diventare ed essere solo il porto turistico di La Maddalena, naturale approdo per tutti coloro che in barca si recano nel nostro “scoglio”. Quale migliore “biglietto da visita” abbiamo da offrire? La piscina: è una vera ingiustizia che questa, solo perché si trova all’interno di una “zona militare”, non venga messa a disposizione, pur con le dovute garanzie, dell’intera popolazione. Abbiamo, un po’ tutti – a partire dall’uomo della strada, soprattutto –, l’amara impressione, che l’”asso piglia tutto”, voglia continuare a restare con un piede a terra, ma comunque, armate le vele, cazzata la randa, filato il fiocco, salpare senza regalare nulla a nessuno. La Marina è stata ed è ancora molto importante per l’identità e la società della nostra Isola. Il futuro dello “scoglio” è legato anche al futuro della Marina. Questo passa anche attraverso la capacità che questa avrà di continuare a farsi stimare e voler bene, al di là delle logiche economiche e strategiche, a partire dalla umanità degli uomini, politici e militari, che la governano. Così alla Marina, al Comune e ai maddalenini si presenta un’altra occasione per costruire un futuro sicuro e vicino. Allora: Che fare? Vogliamo farci sfuggire anche questa opportunità?
1 Novembre 2003
Una Base per sognare!
Roma ha parlato? Causa finita! Allora, non perdiamo tempo a discutere sopra una decisione presa per noi, ma senza di noi. Ecco, un altro caso di democrazia incompiuta. Sull’ampliamento della Base USNavy si è detto e scritto… di tutto. Ma, chi vuole strumentalizzare questa “questione”, a proprio uso e consumo, sbaglia. Perciò, non è questo il momento per restare divisi o dividersi, ma, anzi, è il tempo per tentare di costruire una unità forte e stabile, perché non c’è nulla di più deleterio nella società umana dei conflitti tra le sue diverse componenti. La Maddalena oggi, più che mai, è dentro quei processi socio-politici-economici inarrestabili che, da qui a qualche anno, cambieranno il volto delle civiltà e culture che si affacciano e vivono nel bacino del Mediterraneo. La nave, carica di questi processi e con il vento in poppa, è ormai salpata. A La Maddalena, allora, non resta che decidere se lasciarsi travolgere da questi processi o trarne dei benefici per il presente e, soprattutto, per il futuro. La nostra Isola è giunta al capolinea. Oggi, e non domani, deve decidere quale debba essere la sua vocazione: militare (come lo è stata per oltre duecento anni), turistica (da circa trent’anni), turistico-militare (per un futuro prossimo). La Maddalena, dunque, deve domandarsi: Qual è la mia vocazione? Prendiamo atto che… La Marina militare italiana sta diminuendo la sua presenza. Per questo, l’Isola non può più contare sul suo vento: soffia, e soffierà, da altre parti. Il turismo ha fatto conoscere l’Arcipelago all’Italia e oltre. La vicina Gallura deve il suo progresso all’industria del turismo. A riguardo, La Maddalena sembra aver difettato di una certa buona dose di miopia e di presunzione. L’Isola non può più permettersi il lusso di non guardare quel che sta accadendo oltre i confini del suo bellissimo mare. Pena: l’isolamento (oltre l’insularità). Ecco, allora, il turismo, promosso ed orientato anche grazie all’”Ente Parco nazionale”, può essere, ma di fatto lo è già, la naturale vocazione dell’Arcipelago. Occorre solo investire su questa industria mezzi, risorse, strutture, persone, professionalità. La presenza della Marina militare italiana, dell’”Ente Parco” e della USNavy, non vincolano questa vocazione, come invece solitamente si dice e scrive. Anzi, queste esercitano un controllo del territorio che impedisce l’abusivismo edilizio, l’inquinamento e garantisce, quindi, un turismo e servizi di qualità. Da ultimo, l’ampliamento della Base della USNavy o, meglio, la ristrutturazione di quanto già esiste a Santo Stefano e a La Maddelena a partire dal 1972. A riguardo, la decisione è già stata presa. Allora, che fare? Semplice: chiedere una contropartita! Innanzitutto: chiedere la massima sicurezza per la popolazione contro il rischio di inquinamento radioattivo. Poi: dotare l’abitato di tutte quelle infrastrutture e servizi atte a elevare la qualità della vita per tutti gli abitanti dell’Arcipelago (strade, parcheggi, rete idrica e fognaria, scuole, spazi pubblici, aree ludiche e sportive, portualità, Ospedale civile). Infine: contratti di lavoro stipulati prevalentemente con lavoratori residenti a La Maddalena. Per far questo, però, occorre che tutte le parti sociali dell’Isola (Amministrazione – maggioranza e minoranza –, sindacati, imprenditori, dirigenti scolastici e sanitari, Associazioni e Volontariato) si siedano attorno ad un grande tavolo dove, però, l’unico titolo valido per poter discutere e trattare sia l’essere maddalenini, e non solo gli interessi di parte o di categoria. Occorre, allora, un appello all’unità e alla mobilitazione delle forze migliori della Collettività. Questo nostro tempo, chiede, con urgenza, priorità assoluta, un amore, una passione grande per il presente e il futuro della nostra Isola. Allora, anche la Base ci potrà fare sognare e aiutare a realizzare alcuni di questi sogni.
15 Novembre 2003
Anziani, talenti nascosti
A La Maddalena gli uomini e le donne che hanno oltre sessant’anni sono quasi tremila. Perciò, ci domandiamo: sono un problema o una risorsa? Una spesa o un investimento? Un problema? Non direi, visto che molti di questi anziani con la loro pensione, anche se minima, sostengono economicamente figli ancora a casa o con famiglia, nipoti in via di sistemazione. Quelli, poi, che hanno pensioni alte permettono ai loro figli di avere già le spalle coperte. Dunque, sono certamente una risorsa, innanzitutto, economica, anche perché, pur essendo anziani, non per questo hanno smesso di tenere vivo il mercato. Infatti, continuano ad acquistare, alcuni a vendere in qualità di commercianti. L’economia maddalenina, insomma, non può fare a meno di loro. Un problema? No, ma una risorsa anche in termini di memoria storica. Infatti, sono loro l’anello di congiunzione tra passato e futuro, tra tutto ciò che era ieri e ciò che sarà nella nostra Isola. Tutto ciò che ricordano del passato, in particolare di quello grande della storia a cavallo della II Guerra mondiale, oggi è materia di studio nelle aule scolastiche, anche se non lo sanno. Nessuno come loro ha visto la nostra Comunità trasformarsi, cambiare, essere ieri la "piccola Parigi" oggi una "nave alla deriva".Questo patrimonio umano non si vede, non produce nessun tipo di reddito, non lo si può depositare presso una banca, ma c’è. C’è nella vita quotidiana di tutti i nostri anziani, tanti dei quali stanno invecchiando male perché sono soli, abbandonati, trascurati, sottovalutati, dimenticati. Per questo, la nostra società - fatta di famiglie, lavoro, servizi, scuola, sanità, volontariato, sport, Amministrazione - è colpevole. Colpevole, se tutti questi anziani dai più sono considerati un problema e non una risorsa. Però, nonostante tutto, i nostri anziani vivo con dignità questa situazione. Pochi si lamentano. Non scendono in piazza per manifestare i loro disagi. Non disturbano. Sono quasi tremila, ma sembra che non esistano. Questo loro comportamento, comunque, non autorizza la nostra società a vivere come se non ci fossero. E’ necessario e doveroso, allora, valorizzarli e per far questo bisogna investire anche su di loro. Questo, perché anche i nostri anziani non devono mai costituire tanto una "spesa sociale", quanto un "investimento sociale". Occorro, perciò, dei progetti mirati al recupero e alla valorizzazione di questo importante patrimonio umano. Pensiamo a tutti quegli anziani che hanno delle competenze in campi professionali quali: la cantieristica navale, la pesca, la meccanica navale. Allora, come sarebbe istruttivo e utile per le nuove generazioni avvalersi delle loro conoscenze, poterli vedere e ascoltare sul banco di lavoro. Ovviamente, ci sono tante altre competenze nascoste, talenti nascosti. Anche questi sono da scoprire e tentare di mettere a disposizione della collettività. Questi progetti, innanzitutto, devono essere promossi dalla scuola media e superiore. Poi, dal mondo del volontariato sociale e del lavoro. Infine, dall’Amministrazione comunale. Ci sono mille modi per poter coinvolgere molti anziani nella vita attiva e produttiva della nostra società. Bisogna trovare alcuni di questi modi, disegnare un progetto, realizzare l’inserimento della risorsa anziani nel tessuto sociale della nostra Comunità, investire con coraggio e lungimiranza sugli anziani che danno la loro disponibilità a continuare ad essere protagonisti. Molto in questo recupero, valorizzazione, investimento, possono fare le associazioni di volontariato e la comunità parrocchiale con l’aiuto dell’Amministrazione comunale e del mondo del lavoro. Allora, i nostri anziani, veri talenti nascosti, forse saranno meno tristi e soli e non si sentiranno né un peso né trascurati dalla società che hanno contribuito a costruire.
1 Dicembre 2003
Come nel 1973...
Nei giorni che vanno dal 22 al 25 febbraio 1793 la giovane Comunità maddalenina, composta da circa 800 abitanti, tra famiglie di marinai e di pastori corso-galluresi, si difese e resistette al tentativo francese di occupare l’Isola. La spedizione franco-corsa era comandata dal colonnello Colonna-Cesari imbarcato sulla fregata Fauvette mentre al comando dell’artiglieria c’era il futuro imperatore dei francesi: il luogotenente colonnello della guardia nazionale corsa Napoleone Bonaparte. In questa occasione, sotto la guida del piemontese Felice de Costantin, ufficiale della reale marina sarda e comandante generale dell’Isola, e di Domenico Millelire, luogotenente di vascello della medesima marina, i maddalenini ebbero la volontà e la forza di organizzarsi contro un comune nemico, presi dal timore di perdere, tra l’altro, anche la libertà religiosa. I maddalenini si trovarono uniti a combattere la politica giacobina e per difendersi dagli interessi politici, sociali ed economici della Francia rivoluzionaria. Il de Costantin e il Millelire distribuirono i compiti a tutti gli uomini abili e questi, sotto un unico stendardo (cucito a mano in chiesa dalle donne) – quello conservato e custodito nella sala del Consiglio comunale –, sventolante sul forte sant’Andrea, respinsero il nemico salvando così l’Isola dal nuovo vento francese che, da lì a poco, sarebbe soffiato impetuoso per tutta l’Europa. Possiamo dire, dunque, che in quel lontano 1793 (esattamente 210 anni fa), per la prima volta nella loro storia, i maddalenini presero coscienza di essere una Comunità civile, di non essere una massa di gente senza identità, di avere la capacità di combattere sotto un’unica bandiera per la difesa di tutte le sue libertà. Allora, proprio in questi giorni, difficili e contraddittori, i fatti del 1793 dovrebbero ritornare alla memoria collettiva, perché, alla luce di quella reazione che ha segnato la storia maddalenina, oggi la stessa Comunità civile, pur come allora divisa in tante anime, trovi l’unità e la concordia per costruire il futuro dell’Isola. Come nel 1793 i nostri avi riuscirono a mettere da parte gli interessi di parte, derivanti dalle diverse origini etniche ed economiche, così oggi credo sia possibile fare altrettanto. E’ necessario riguardare al 1793 per ritrovare la stessa volontà e forza, unità e passione. I fatti del 1793, pur così lontani dal nostro tempo e dall’attuale situazione (oggi non c’è nessun nemico), possono ridare vigore alla nostra Comunità che, soprattutto in questi ultimi tempi, sembra aver smarrito la rotta, il timone, le vele, il vento. Nulla è perduto quando, mettendo da parte ognuno di noi il proprio tornaconto, si fa unità e si naviga insieme. Tutto può essere perduto quanto, invece, ci lasciamo vincere dall’egoismo e dalla miopia. Il maddalenino, dopo Napoleone e Nelson, Mussolini e la II Guerra mondiale, re e presidenti, sa di che cosa è capace quando vuole navigare in buone acque e costruire il suo futuro. Come nel 1793, i maddalenini saranno in grado di superare ogni invidia e divisione per garantire, oggi e domani, il benessere a tutti e consegnare l’Isola, con il vento in poppa, alle prossime generazioni.
15 Dicembre 2003
Natale con i tuoi!
Il Natale è festa da vivere in famiglia. Anzi, è la festa della famiglia. Forse, perché tutto ruota attorno ad una famiglia palestinese di Nazareth trovatasi - oltre duemila anni fa - al centro della storia umana: un uomo, Giuseppe, una giovane donna promessa, Maria, e un bambino, Gesù. Oggi, come ieri, la festa del Natale trova il suo vero senso solo a partire da questa famiglia. Tutto il resto è solo coreografia. Non è Natale là dove al posto di questa famiglia palestinese, e d’ogni altra famiglia, si mette altro. Se c’è una festa che richiama l’attenzione sulle fondamenta di tutta la nostra vita, è proprio il Natale. Il resto è solo colore. Per questo, tutti sentiamo quanto bisogno ci sia di riscoprirsi famiglia, oggi più di ieri. Allontanarsi dal luogo naturale di questa festa - la casa e la famiglia -, è tradire lo spirito del Natale, che chiama ogni famiglia a riunirsi, attorno ad una tavola imbandita e a doni incartati, per ritornare a guardare la famiglia di Nazareth. In ogni casa, a partire da quella della propria famiglia, c’è bisogno di ritrovarsi insieme, senza fretta e distrazioni. Il Natale ha anche lo scopo di ferma le nostre giornate, tutte uguali e monotone. Grazie al Natale, infatti, si lascia tutto fuori della porta - lavoro, studio, preoccupazioni - per concentrarsi su noi stessi e sulla nostra famiglia, come solitamente non riusciamo a fare. Ecco, perché c’è sempre bisogno di un "Natale con i tuoi!". Se poi vogliamo vivere proprio tutto il vero spirito del Natale, allora bisogna allargare la festa invitando parenti ed amici. In questo caso, il Natale diventa festa di una famiglia di famiglie, come lo fu il Natale di Gesù di Nazareth. Una festa di Natale allargata, è sempre una felice occasione per rinsaldare quei legami di parentela e d’amicizia, che invece la vita quotidiana tende ad allentare. Infatti, non vi è nulla di più salubre per il cuore dell’uomo, del trascorrere qualche ora o giorno in piacevole compagnia di persone con le quali fare festa. Il Natale, da molti visto più come ulteriore occasione consumistica, che come festa della famiglia che si riconosce nel riferimento cristiano della nascita di Gesù di Nazareth, può essere per tutti il luogo per rivivere rapporti umani più intensi nel segno della gioia, del dividere la stessa mensa, dei regali, dei bambini. Veramente non è possibile pensare un Natale diverso da questo; diverso da quello che, secondo la tradizione, è sempre stato. Il mondo della pubblicità (magico inventore di bisogni artificiali) può continuare a proporci altro, ma la formula sempre vincente, in ogni caso, resta quella del "Natale con i tuoi!". Perciò, non mettersi dentro il vero spirito del Natale significa sentirsi fuori luogo, stancarsi persino del riposo, non cogliere il significato profondo di un regalo o di una cena in compagnia. Il Natale viene, ancora una volta, per offrirci la lezione dei buoni sentimenti, degli occhi lucidi per la commozione, dei sorrisi sinceri, delle risate contagiose, del piacere dei doni, della negazione della solitudine. Per tutto questo, il Natale in famiglia, come tutti gli anni, è un rito umano indispensabile, se si vuole riscoprire ciò che veramente conta nella nostra vita: la famiglia, l’amore coniugale, i figli, i genitori, i nipoti, la condivisione, l’amicizia. Se, dunque, permetteremo al Natale cristiano di entrare anche nelle nostre case e famiglie, allora possiamo stare sicuri che, nonostante tutto, non smarriremo il perché il nostro mondo si ferma per rivivere la nascita del bambino Gesù.