Piante, storie e tradizioni
Piante, storie e tradizioni
a cura di Giovanna Sotgiu

1 Gennaio 2003
Lillatro (nome scin. Phillyrea angustifolia, nome loc. liternu)

È una delle piante della macchia, molto diffusa in tutti gli ambienti delle nostre isole, di aspetto variabile e di altezza massima di tre metri. Forma dei bei cespugli che non sfigurano anche nei giardini grazie alle foglie lunghe e sottili di colore verde cupo e alle bacche nere, opache, tondeggianti, delle quali sono golosi molti uccelli. I fiori giallastri con leggere sfumature rosate, minuscoli e poco evidenti, suppliscono all’aspetto dimesso con la quantità: spesso sono talmente numerosi da coprire completamente l’attaccatura delle foglie. I bambini usavano il legno di lillatro per fabbricare temibili fionde (i strumbuli): sceglievano dei rametti biforcati a forma di ipsilon: nelle parti terminali della forcella praticavano due incavi sui quali venivano fissate le estremità di due elastici; alle estremità opposte una striscia di cuoio o di gomma dura costituiva l’alloggio del proiettile. Anche le trottole (marrocculi) erano ricavate dai tronchetti della pianta: chi aveva la fortuna di avere un literninu poteva garantirsi se non la vittoria, almeno la salvezza della trottola quando, a fine gioco, il perdente vedeva la sua trottola colpita senza pietà da quella del vincitore. Gli scalpellini usavano il lillatro per i resistenti manici dei loro attrezzi, mentre i pescatori ne ricavavano gli aghi per le reti (cuccelle): alle due estremità di un rametto lungo 10-15 cm facevano due tacche che provvedevano ad accentuare avendo cura di far trascorrere qualche giorno fra i vari tagli in modo che il legno non si deformasse. Nella cuccella così preparata si avvolgeva il cotone e si procedeva alla realizzazione della rete con l’aiuto di un pezzetto di canna (che segnava la dimensione del buco) e dell’alluce che manteneva tesa la parte di rete già fatta. Il filo era tenuto in diverse posizioni dalle dita della mano sinistra, mentre la cuccella nella destra provvedeva a far passare il cotone e a stringere i nodi. È lo stesso procedimento del filet, un tempo arte del ricamo più elegante, oggi quasi completamente dimenticato.
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15 Gennaio 2003
Sughero (nome scien. Quercus suber, nome loc. suaru)
Non è certo una pianta spontanea delle nostre isole (anche se il toponimo Suareddu sembrerebbe indicare il contrario), visto che predilige clima e altitudine identificabili, in Gallura, nelle zone interne, trovando la sua massima espansione fra Aggius, Tempio e Calangianus. Nell’arcipelago esistono, però, diverse stazioni riconducibili ad interventi umani ed alcune di spiegazione dubbia. Le prime sono soprattutto a Caprera: si tratta per lo più di piante isolate, probabilmente originate da inserimenti casuali in rimboschimenti di lecci. A Santo Stefano, invece, c’è una vera sughereta di non vaste dimensioni ma ben definita, che partendo dalla strada a sud della casa Serra, arriva vicino a quello che era una volta lo stagno di Villamarina: quest’anno le piante sono state scortecciate e hanno assunto il caratteristico colore rosso mattone della nuova scorza. La presenza di un folto nucleo di sugheri spontanei alla Villa, presso gli edifici che ospitano attualmente la scuola americana, è giustificata, secondo alcuni studiosi, dagli itinerari degli uccelli migratori: questi, nelle loro rotte dall’Africa all’Europa settentrionale e viceversa, sfruttano il ponte costituito da Corsica e Sardegna e, in parte, quello del nostro arcipelago: si spiegherebbe così il fatto che queste piante sono localizzate solo in una estremità dell’isola Maddalena dove gli uccelli in arrivo si sono posati depositando semi inghiottiti in altre aree. La stessa origine avrebbero le piante della zona di Coluccia, di Porto Pozzo e della valle retrostante. I pescatori isolani usavano il sughero per farne galleggianti in genere e, soprattutto, quelli (chiamati còrcite) che dovevano tenere alto il bordo superiore della rete: si preferiva il sughero maschio, cioè quello proveniente dalla prima scorza tolta all’albero, più difficile da lavorare, ma più resistente all’azione del mare rispetto al sughero femmina che tendeva a gonfiarsi e a spaccarsi.
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1 Febbraio 2003
Verbasco di Sardegna (nome scien. Verbascum conocarpum, nome loc. trivodda)
Il verbasco di Sardegna è una pianta endemica presente nelle isole di Montecristo, Corsica (dove è piuttosto rara) e Sardegna (dove è molto diffusa sia sulla costa che all’interno). Non passa inosservato sia per le dimensioni (può raggiungere un metro di altezza) e per i colori. Si tratta infatti di una di quelle piante rivestite interamente da tomento, cioè da quella peluria bianca, formata, in questo caso, da peli stellati, che sovrapponendosi al verde di fondo, lo schiarisce al punto da farlo apparire grigio chiaro. Le foglie basali formano una larga rosetta tondeggiante, fitta e compatta, dalla quale si innalza un dritto stelo che si arricchisce, a partire dal mese di aprile, di numerosi fiori gialli. Occupa luoghi aridi, aperti, sassosi, prediligendo quelli vicini a ruderi o case abbandonate: è facile vederlo presso le vecchie batterie dove, a volte, appare come la componente più numerosa della flora. La zona più ricca di verbasco che io conosca è la spianata sulla quale sorgono le postazioni di cannoni della batteria di Guardia del Turco. Non ricordano alla Maddalena usi medicinali di questa pianta che invece in Corsica era nota e usata soprattutto per la cura delle emorroidi, che si effettuava attraverso bagni o fumenti delle foglie bollite; tale pratica, molto antica, era segnalata anche da uno studioso del Cinquecento, Andrea Mattioli anche se con le seguenti curiose modalità: "I fiori impiastrati con tuorli d’uova, midolla di pane e foglie di porri, cotte vagliono mirabilmente all’emorroide; il medesimo fa la polvere messa sovra un pezzo di pietra di macina di molino affocata e presone il fumo per il sedere".
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15 Febbraio 2003
Gigaro mangiamosche (nome sc. Dracunculus muscivorus,nome loc. aricchia di porcu)
Parliamo di questa pianta ben prima del periodo della fioritura (che avviene fra aprile e maggio) perché la cronaca della Nuova Sardegna del 5 febbraio le ha concesso l’onore della prima pagina e di un bel servizio dando notizia della interessante ricerca scientifica avviata 4 anni fa nel dipartimento di biologia sperimentale dell’Università di Cagliari: i ricercatori vorrebbero ora brevettare i risultati fin qui ottenuti riguardanti il particolare sistema di fecondazione della pianta che prevede anche la cattura e la morte di alcuni insetti. A fronte di tanta importanza il nome datole dai maddalenini suona un po’ troppo familiare, quasi volgare: si chiama infatti aricchia di porcu, a causa della forma del fiore, una spata pelosa, appuntita ad una estremità e quasi chiusa alla base che la fa rassomigliare, appunto, all’orecchio di maiale. L’odore che emana, i contrasti accentuati di colori e forme conferiscono al gigaro mangiamosche (che è endemico di Sardegna, Corsica e Baleari) un’aria particolare; le foglie verde brillante, divise in tre segmenti a punta si suddividono a loro volta creando un intrico di lance verdi che a volte si contorcono quasi avvolgendosi su se stesse: in mezzo spunta un sorta di lungo cartoccio, che può raggiungere i 35 centimetri, di colore verde chiaro con numerose macchiette brune, che aprendosi rivela un apparato simile a quello delle comuni calle e dell’Arum pictum (di cui abbiamo già parlato nel n°19). In questa spata dall’interno rosso, rivestita di peli, domina lo spadice nero e l’odore fetido che attira in maniera irresistibile molti insetti: alcuni, quelli destinati alla fecondazione possono scendere all’interno (dove, in un piacevole ambiente caldo, sono sistemati i fiori maschili, ben separati da quelli femminili), riempirsi di polline e faticosamente risalire per ripetere l’operazione con un altro fiore fecondandolo; altri rimarranno intrappolati non riuscendo a risalire a causa dei filamenti uncinati rivolti verso il basso. Quando la pianta si secca, lembi del “cartoccio” avvolgeranno ancora il frutto, simile ad una pannocchia giallastra (che diventerà poi arancione), circondata dall’intrico di foglie appuntite e sottili.
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