Piante, storie e tradizioni
Piante, storie e tradizioni
a cura di Giovanna Sotgiu

15 Maggio 2004
Cetriolo (nome scient. Cucumis sativus, nome locale cucummeru)
Originario dell’India orientale, coltivato in tutta l’area mediterranea, è uno degli elementi più frequenti della dieta estiva. La pianta, incapace di ergersi, striscia allungandosi anche per qualche metro e cercando sostegni attraverso i cirri. I frutti giovani si riconoscono, normalmente, perchè rivestiti da superficie densamente tubercolata che tende a diventare liscia quando essi invecchiano. Difficilmente rinvenibile allo stato spontaneo (solo se sfuggito dagli orti), il cetriolo ha bisogno di cura e annaffiature frequenti, che ricambia poi donandoci la grande quantità di acqua di cui è composto; ciò non deve far dubitare delle sue qualità e dei benefici apportati all’organismo umano: infatti, essendo un prodotto prettamente estivo, esso contribuisce a farci reintegrare i liquidi che perdiamo con l’aumentata sudorazione della stagione. E’ quindi innegabile l’importanza alimentare e il successo del cetriolo che viene consumato crudo nelle insalate nelle quali si accompagna soprattutto con pomodori. Per molti, però, risulta difficile da digerire; per questo chi non vuole rinunciarvi lo taglia a fette e lo lascia per qualche tempo a spurgare dopo averlo spruzzato con sale: ma questo sistema, che ne rende più facile la digestione, gli fa perdere gran parte del succo e quindi degli importanti integratori liquidi. Raramente viene consumato cotto. I frutti piccoli sono conservati sottaceto. A molti sarà capitato di vedere, nei film americani, le attrici con il viso coperto di una maschera fatta da fettine di cetriolo: ebbene, anche le donne maddalenine ne conoscevano e apprezzavano l’uso cosmetico; il grande apporto di liquidi assorbito direttamente dall’epidermide, sostituiva le creme idratanti, ancora inesistenti, per mantenere giovane la pelle. Qualcuna faceva anche una poltiglia mischiando i semi di cetriolo macinati con quelli di zucca e di melone, amalgamati poi con un po’ di latte: dopo aver lasciato agire questa crema per una mezzora, ci si lavava con acqua di rose. Anche le screpolature delle labbra causate da eccessiva esposizione al sole venivano curate applicando la polpa di cetriolo sola o mescolata con altri ingredienti fra i quali risultava fondamentale, per l’applicazione e come emolliente, lo strutto. L’acqua di cottura, non salata, era usata per la pelle grassa. Nella medicina popolare, il cetriolo contribuiva a curare le irritazioni intestinali e la calcolosi renale.
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1 Giugno 2004
Zucchina (nome scient. Cucurbita, nome locale zucchina)
È un ortaggio troppo noto per doverlo descrivere, ma mi è parso utile parlarne per diversi motivi: per riproporre un curioso piatto gallurese ormai quasi scomparso, per ricordare un uso della medicina popolare locale del quale non si trovano riscontri e, infine, per evidenziare una punta di nostalgia per i nostri vecchi orti. La ricetta gallurese si differenzia, con alcune varianti significative, da quella comunemente nota come zucchine ripiene. Bisogna far cuocere lentamente, fino a creare una poltiglia, cipolle tritate e pomodoro maturo in tegame con olio: si aggiunge quindi la polpa delle zucchine (bollite e fatte accuratamente scolare), schiacciata o passata in un largo passaverdura; quando il composto è bene asciutto si aggiunge uovo, pane grattato, abbondante cannella e zucchero. Questo composto non viene appoggiato, come abitualmente si fa, nelle barchette ricavate dalle bucce delle zucchine svuotate (il cui sapore non è particolarmente definito), ma nelle tuniche interne delle cipolle sfilate una ad una dopo averle tagliate a metà. La cottura va fatta in forno caldo. Nella medicina popolare locale non si trovano riferimenti a cure con questo ortaggio, tranne una curiosa segnalazione della signora Rosina Codina che mi aveva raccontato la particolarissima cura alla quale era stata sottoposta la nonna: feritasi alla gamba, questa aveva visto peggiorare la situazione con una infezione che pareva inguaribile e che andava estendendosi: solo una lunga applicazione di foglie di cavolo era riuscita e bloccare l’infezione e successivamente, per rimarginare la ferita e favorirne la cicatrizzazione, una altrettanto lunga cura con zucchine grattugiate appoggiate direttamente sulla pelle e cambiate in continuazione. Oggi questi ortaggi sono presenti nei nostri mercati in tutte le stagioni, ma sono importati e non sono paragonabili a quelli che un tempo costituivano uno dei prodotti dei numerosi orti locali ormai scomparsi: e se non possiamo ricordare quelli che per necessità si ritagliavano anche nei piccoli spazi lungo le vadine e i fossi (e i vari nomi di ortareddu con i quali venivano identificati la dicono lunga sulle loro dimensioni), tutti ricordiamo quelli più grandi rimasti fino quasi ai nostri giorni: l’orto di Ferruvecchiu, poi chiamato di Bertulu, che si stendeva lungo la vadina di Cala Chiesa nella zona oggi quasi interamente occupata da via Aldo Moro, quello di Cardaliò gestito dalla famiglia Demontis, quello di Padule, più conosciuto come l’orto di Leopoldo.
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15 Giugno 2004
Stramonio (nome scient. Datura stramonium)
a cura di Giovanna Sotgiu
Per tutta l’estate, a partire da giugno, gli ambienti apparentemente più sfavorevoli allo sviluppo vegetale, quali bordi di strade, ammassi di ruderi e discariche di materiali diversi, spesso si arricchiscono dell’elegante e rigoglioso sviluppo dello stramonio. Le grandi foglie articolate, con margini dentati, creano un cespuglio alto anche più di un metro, nel quale spiccano i fiori ad imbuto bianchi, su un lungo calice: chiusi durante il giorno, essi si aprono al tramonto mostrando cinque curiosi denti lungo il bordo della corolla. I semi sono contenuti in una capsula protetta da aculei. La pianta ha origine incerta: alcuni autori le attribuiscono, come zona di provenienza, l’area del Mar Caspio; altri l’America Centrale dalla quale sarebbe stata esportata dai conquistatori spagnoli. Nell’ambiente temperato del Mediterraneo si è diffusa largamente, date le scarse necessità e l’adattabilità, dal livello del mare fino all’altitudine di 800 metri. La specie è tossica. Le foglie costituiscono una droga riconosciuta nella farmacopea ufficiale, grazie alla presenza di una sostanza che si trasforma in atropina. Trova perciò largo impiego nella preparazione di balsami per alleggerire dolori. Molto conosciuto l’uso delle foglie da “fumare” per curare l’asma; seccate e conservate all’ombra, esse venivano poi tritate e mescolate al tabacco: con questa mistura si caricava la pipa; ma le stesse foglie, arrotolate diventavano delle vere “sigarette”da fumare. Recentemente si è parlato di qualche riscontro positivo registrato nella cura del morbo di Parkinson, ma tali notizie abbisognano di assicurazioni serie prima di essere ritenute valide. La tossicità della pianta sconsiglia, comunque, qualsiasi uso non controllato. Qualche tempo fa qualche giovane sprovveduto maddalenino, nel tentativo, forse, di stordirsi con questa droga, ha avuto seri problemi di intossicazione che potevano rivelarsi molto pericolosi. In conclusione, apprezziamo lo stramonio per il suo aspetto, mettiamolo pure nei giardini dove contribuirà, senza nulla pretendere, ad abbellire le nostre serate estive, ma evitiamo di fare gli apprendisti stregoni.
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1 Luglio 2004
Elicriso (nome locale Scavvicciu)
a cura di Giovanna Sotgiu
Caratterizzata da un intenso profumo, è forse la pianta meglio conosciuta dai maddalenini. Costituisce infatti un elemento comune della gariga costiera e delle zone aride interne alle isole, che punteggia con i suoi cuscinetti grigiastri fino alla tarda primavera, quando si riempie di minuscoli capolini giallo dorati. Abituata ai lunghi periodi di siccità si mantiene bene anche come pianta secca ornamentale e per questo la si vede spesso decorare cesti all’interno dei camini della case isolane con un duplice scopo: uno (sicuro) è quello di mimetizzare le pareti affumicate del camino, l’altro (meno certo) è quello di allontanare zanzare e insetti nocivi. Ancora oggi l’elicriso è adoperato nella medicina popolare in fumenti contro il raffreddore, in decotto contro le affezioni epatiche e come regolatore della pressione del sangue. In questo ultimo caso bisogna far bollire una decina di capolini (o rametti apicali) in circa un litro d’acqua, lasciare per una notte “riposare al sereno”, cioè all’aperto (o fra finestra e persiana), e bere la mattina a stomaco vuoto piccoli quantitativi della tisana. I fiori dell’elicriso erano anche componente importante dell’”acqua di san Giovanni” preparata in vasche di terracotta la notte del 23 giugno con acqua pura di fonte (non so se in mancanza di questa oggi valga anche quella del rubinetto!) nella quale venivano lasciati cadere petali di fiori di campo. Durante la notte scende dal cielo “la manna”, ovvero la benedizione di San Giovanni e la mattina seguente l’acqua benedetta viene usata per lavare il viso e le mani di tutti i componenti della famiglia, specialmente delle ragazze da marito. La benedizione del Santo riguardava anche l’acqua di mare per cui non si poteva iniziare la stagione dei bagni prima del 24 giugno. La pianta era conosciuta anche dai pescatori che “profumavano” al fuoco dell’elicriso il polpo da utilizzare come esca nelle nasse: questo ultimo uso è attestato anche in Corsica.
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