Invito alla Poesia
Invito alla Poesia
a cura di Gianfranco Impagliazzo
Archivio - Anno 2002 -

1 Aprile 2002
Il mio Paradiso

di Pier Carlo Acciaro

  • Il mio paradiso
  • è…
  • un brivido
  • di colori nel mare,
  • timidi scogli
  • contesi
  • da venti in amore,
  • gemme preziose
  • di sole,
  • intrecci
  • di ali nel cielo a tessere
  • profumi sublimi!
  •  

“Qual è il mio paradiso?” pare domandarsi il poeta Acciaro…e con veloci e nitide pennellate mostra di ritrovarlo nella natura da favola che lo circonda. Il suo è un paradiso che acuisce ad un tempo i sensi – della vista e dell’olfatto – (“colori…mare…scogli…venti…sole…profumi”) e la sua partecipazione emotiva (“un brivido di colori…timidi scogli…venti in amore…profumi sublimi”). È facile intuire che il poeta voglia trasmettere al lettore il seguente messaggio: “noi maddalenini abbiamo avuto in sorte un luogo paradisiaco: sappiamolo amare e conservare ai posteri!”.
Torna alla prima pagina del n°52
.: Torna Su! :.
15 Aprile 2002
Ospedale

di Gennaro Avellino

  •  
  • Da antica vetrata
  • il cielo
  • entra nella stanza
  • di dolore
  • con bocche di nuvole
  • a succhiare
  • l’anelito di guarigione
  • mentre la speranza
  • s’adagia sull’ali
  • dei colombi
  • che nel davanzale
  • tubano
  • e s’innalzano.
  •  

“Datemi quattro oggetti – pare dire il poeta – ed io sarò capace di elevarli a poesia”. Sono infatti sufficienti una stanza d’ospedale, una vetrata, delle nuvole e dei colombi per creare, nell’insieme, un lirismo semplice e patetico, che in versi alati riesce a trasformare una situazione di dolore in speranza di vita. La vetrata d’ospedale è “antica” perché da sempre rappresenta la via di fuga dalla disperazione; le “bocche” fameliche delle nuvole paiono strappare all’ammalato l’esile speranza di guarigione, ma il guizzo dei colombi verso l’alto ridà voce all’ottimismo. La lirica, che si fa leggere tutta d’un fiato, ben rappresenta il dolore, le ansie e “l’anelito di guarigione” dei degenti in ospedale.
Torna alla prima pagina del n°53
.: Torna Su! :.
1 Maggio 2002
Come fosse l’ultimo giorno

di Giovanni Molinari

  • Come fosse l’ultimo giorno,
  • dopo una notte insonne,
  • corsi da voi trafelato
  • cose e presenze del passato.
  • L’alba era uggiosa e velata
  • e tu pietra sacra al mio cuore1,
  • umida per le ore notturne,
  • mi accogliesti pervasa da pianto.
  • Sollevai poi il lucido sguardo
  • alla verde collina del pastore
  • ai ginepri, ai lentischi, al campo.
  • Rivolsi un saluto alle “miniere”2
  • che a Padule conservano ancora
  • voci scanzonate e lontane
  • e un risuonar di metalli nei sacchi.
  • Volevo stringerti a me
  • come persona cara
  • e mai dimenticata
  • liscia, umana scogliera di Tegge.
  • Al mio passar il ridestar stupito
  • dei fantasmi di Nido d’Aquila3
  • impietriti ed emergenti dall’acqua
  • e il fiabesco frusciar di gigantesche ali.
  • Giunsi infine dove parve fermarsi il cuore4
  • e qui chiaramente sentii inquieti respiri
  • e fra di essi quello di mio padre.
  • Nessun eco di antico lavoro,
  • soltanto occhi corrucciati e tristi.5
  •  
  • (1) Scoglio Balena;
  • (2) discariche della batteria;
  • (3) scogli;
  • (4) Cava francese;
  • (5) per la sorte della Cava.
  •  
  • La lunga corsa attraverso luoghi cari, dettata dall’angoscia di una notte insonne, spinge il poeta ad un affannoso tuffo nella memoria. Fisicità e partecipazione emotiva si inseguono con malinconico stupore. La natura pare piangere insieme al poeta e trasformarsi in non materia (“fantasmi impietriti …e... fiabesco frusciar di gigantesche ali”). Ma l’apice della tensione emotiva viene raggiunto nel momento in cui il poeta richiama alla memoria gli ”inquieti respiri” del padre, che si aggira con “occhi corrucciati e tristi” fra i luoghi dove, purtroppo, non si rinnova più l’eco dell’antico lavoro degli scalpellini.
  •  
Torna alla prima pagina del n°54
.: Torna Su! :.
15 Maggio 2002
Ma ormai sono ladro

di Gennaro Avellino

  • Fra due polpastrelli
  • serro la farfallina
  • che felice ballava
  • attorno alla lampada
  • delle mie notti d’incubo.
  •  
  • A me leggiadro
  • il suo frullo
  • di disperazione.
  •  
  • Pentito la libero.
  • Ma ormai sono ladro:
  • mi resta la cipria
  • che si era messa
  • per il suo ballo.
  •  

A chi non è capitato nell’incubo delle notti insonni di scaricare la propria tensione contro un povero insetto che gli ronza attorno, forse in cerca di compagnia? Nell’uomo comune sorge spontanea una sorta di sadica soddisfazione nel veder incespicare l’amico-nemico delle nostre notti da incubo, ma al poeta Avellino ciò non è permesso: alla soddisfazione del primo momento infatti subentra in lui il dolore per la visione del ”frullo di disperazione” della farfallina, che un attimo prima ballava attorno alla lampada, avvolta nel suo abito da festa. Il quadretto, descritto con incisiva delicatezza, viene sviluppato sapientemente su tre sentimenti che investono l’animo del poeta: la soddisfazione per la cattura della farfallina, la gioia contrapposta alla disperazione dell’insetto, il dolore per averne rovinato la veste. La brevità delle strofe ben evidenzia la velocità dell’azione e del rinsavire del poeta.
Torna alla prima pagina del n°55
.: Torna Su! :.
1 Giugno 2002
Vie al mattino

di Giovanni Molinari

  • Sonnolente e fredde le vie
  • ancora lontane dal sole
  • disperdono stanche nell’aria
  • echi di voci notturne
  • e residui aromi di cibo.
  • Vagano in esse passi solitari,
  • odissei sguardi s’incontrano
  • in rapidi dolorosi racconti.
  • Compaiono esili figure 1
  • riflesse da lucidi vetri 2
  • e con esse vivide luci
  • rischiarano il grigio granito. 3
  • Coi sicuri gesti di sempre
  • due mani use e fraterne 4
  • si tendono in solidale bontà.
  • Incerte riprendono vita
  • segrete trame amorose
  • avvolte dai fumi del caffè
  • o nascoste da complici veli. 5
  • Le navette ecologiche intanto 6
  • provvedono esperte a curare
  • ferite un po’ dappertutto.
  • Si allungano lente le ore
  • riportano vita alle vie,
  • i caldi raggi del sole
  • alleviano freddo e dolore.
  •  
  • Note: 1) commesse; 2) vetrine; 3) lastre; 4) di un venditore; 5) tendine dei bar; 6) mezzi della nettezza urbana.  
  •  

È il primo albeggiare. Ad un capo di una via centrale (poco importa se della nostra o d’altra città) l’obiettivo del poeta è posizionato a riprendere la vita di sempre: l’ultimo vociare notturno; i profumi del cibo consumato a tarda notte; i brevi e dolorosi racconti degli sbandati; l’affrettarsi delle “esili” commesse; le prime luci dell’alba; la quotidiana azione caritatevole di un abitante della via; l’apertura dei bar; i primi loro frequentatori, segretamente innamorati; l’arrivo degli operatori ecologici, pronti a curare le “ferite” della via e a restituirle decenza per il nuovo giorno che sta per cominciare. Il quadretto urbano è completo. Il poeta attraverso i sensi della vista e dell’olfat-to e la sensibilità artistica, che lo contraddistingue, è riuscito a trasformare un comune momento della vita del centro urbano in una fantastica aura di sogno e in un quadro che rasenta il metafisico. Ci scusiamo con i lettori se la scelta delle liriche ricade solitamente sugli stessi autori, ma ciò è dovuto alla loro evidente bravura e al fatto che altri poeti maddalenini, seppure sicuramente altrettanto validi, non inviano loro componimenti o perché non sono a conoscenza di questa finestra poetica de “IL VENTO” o perché non amano il confronto.
Torna alla prima pagina del n°56
.: Torna Su! :.