Invito alla Poesia
Invito alla Poesia
a cura di Gianfranco Impagliazzo
Archivio - Anno 2002 -

15 Giugno 2002
A mia Madre

di Maria Madrau

  • Rimani
  • con me madre
  • ancora un poco
  • per guardare
  • tua nipote
  • dormire.
  •  
  • Ascolta
  • i suoi sogni
  • con me
  • e accarezza
  • le mie mani
  • e tienile
  • tra le tue.
  •  
  • Abbraccia
  • i ricordi
  • di piccina
  • e cingimi
  • il cuore
  • tra parole
  • non dette
  • e cose non fatte.
  •  
  • Sul tuo grembo
  • riposo
  • chiudendo gli occhi
  • mentre
  • cingo
  • i pensieri
  • nella mente
  • tra un sospiro
  • e un
  • sorriso.
  •  

In attesa della oramai prossima proclamazione dei vincitori del 2° Concorso di poesia, organizzato dal quindicinale Il Vento, abbiamo ritenuto fare cosa gradita ai lettori e di buon auspicio ai poeti concorrenti, riproporre il testo della lirica 1° classificata nel precedente agone poetico. Questa la motivazione della Giuria: ”La lirica riesce a fotografare, attraverso un costrutto e un lessico improntati ad armonica semplicità, l’eterna trasmissione dei sentimenti familiari. L’amore filiale defluisce e si sublima spontaneamente nell’amore materno, a giustificazione del provvidenziale divenire umano. L’inno all’amore familiare trova ieratica rappresentazione nell’atmosfera di incantato sogno che avviluppa i tre personaggi: madre, figlia, nipote.”
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30 Giugno 2002
Quando

di Salvatore Pilo

  • Mamma,
  • sei tu la rosa più bella e deliziosa tra tutte le rose
  • e Dio nella sua benevolenza
  • ha dato a te in eredità l’eterna bellezza.
  • Tu con gli occhi pieni di dolcezza
  • riesci a penetrare in fondo al cuore e all’anima mia.
  • Sei tu l’angelo che con le forti braccia tieni saldi i miei cedimenti.
  • E la sera, quando il sole si tinge di rosa e di azzurro,
  • un lampo nei tuoi occhi si accende di raggiante gioia,
  • perché sai che sono sempre accanto a te.
  • E quando il tramonto ci fa più intimi,
  •  
  • il tuo viso si colora dei più bei colori del firmamento:
  • E quando il tramonto si è fatto notte,
  • quello che amo di più è il dolce tuo respiro,
  • perché sono sicuro che tu sei sempre
  • vicino a me,
  • facendomi dormire sogni tranquilli.
  •  

Dopo un iniziale utilizzo di immagini alquanto scontate ( “sei tu la rosa più bella e deliziosa……e Dio ha dato a te ….l’eterna bellezza”) il poeta gradualmente scopre il vero rapporto di intimità madre-figlio; i versi acquisiscono profondità e spontaneità artistica ( “sei tu l’angelo che con forti braccia tieni saldi i miei cedimenti”) e la figura della madre assurge al ruolo di guida morale. La seconda metà della lirica fotografa il rapporto madre-figlio in tre momenti susseguenti della giornata, evidenziati in maniera incisiva dall’anafora dell’av-verbio “quando”, che ha dato anche voce al titolo della poesia. La “gioia raggiante” per il rientro a casa del figlio al calar della sera si trasforma, a tramonto avvenuto, in esplosione di colori sul volto della madre ( “i più bei colori del firmamento”) e poi, nella notte seguente, in presenza intima confortante ( “quello che amo di più è il dolce tuo respiro”). La lirica avrebbe sicuramente trovato degno spazio nel I° Cocorso di poesia lanciato dal periodico Il Vento nel 2001 sul tema “La mamma”.
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15 Luglio 2002
Beneficenza all’ospizio

di Gennaro Avellino

  • Una creatura,
  • deforme e rattratta
  • su sé stessa,
  • avida striscia
  • ad afferrare
  • due fette di torta
  • rivestendosi
  • di briciole:
  •  
  • opulenza
  • di briciole
  • sopra una briciola
  • d’esistenza.
  •  

Lirica garbata e snella, che si fa leggere tutta d’un fiato. L’amara ironia del poeta riesce a trasformare una visione, “purtroppo” comune ai nostri occhi, di esistenza condannata agli stenti e alle privazioni in sarcastico finale, in cui all’abbondanza delle briciole di torta si contrappone la “briciola d’esistenza” della “creatura deforme e rattratta”. Provi il lettore a rileggere la poesia caricando “alla francese” il suono della erre, utilizzato in assonanza, e noterà come il verseggiare bene ritragga l’azione “famelica” della povera infelice creatura del nostro quadretto.
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31 Luglio 2002
Pietrajaccio

di Agostino Canu

    • Bellezza e Durezza
    • si sono incontrati
    • in un incavo d’amore
    • per una perenne promessa.
    • Un rifugio han preparato
    • per la loro nidiata:
    • ha spiccato il volo il primo
    • per gli immensi cieli;
    • otto saranno
    • gioie e affanni,
    • fatiche e speranze.
    • Sessanta primavere,
    • più duri gli inverni
    • ma sempre avvinghiati
    • dagli stessi ideali.
    • Severi e vivaci
    • pronti al comando
    • ma con piedi stanchi
    • e con mani dure
    • unite dalla stessa corona.
    • Mai rassegnati,
    • mai sconsolati,
    • piegati nel tempo
    • e da bufere e dagli anni e da malanni,
    • ma da tanta saggezza rafforzati.
    • Un solo Dio
    • un solo Vangelo
    • questa è la parola d’ordine,
    • questo è il testamento.
    • Il vostro nome avete scolpito
    • tra rocce e ginepri,
    • la vostra storia per sempre sarà,
    • nell’incavo d’amore, “Petrajaccio”
    • fino all’ultimo albore.
    •  

L’amore e la riconoscenza filiale (par di capire in occasione del sessantesimo anniversario del matrimonio dei genitori) han messo le ali al novello poeta Agostino Canu. La solidità di un tipo di famiglia tradizionale, ancorata ai sani principi di amore, fatica e sopportazione cristiana, viene ben identificata nel simbolo “petrajaccio”, amalgama perfetto di roccia e ginepro (ajaccio per i Maddalenini). La lirica esaltazione dell’amore coniugale è orchestrata sui temi del “rifugio” e della prole numerosa, della sopportazione del duro lavoro e delle avversità, dell’educazione amorevolmente severa dei figli e dell’attaccamento ai valori cristiani. Essi sono i giusti ingredienti per un legame coniugale sano, forte, tenace, indissolubile e rappresentano i valori ai quali le nuove generazioni sembrano, purtroppo, aver rinunciato. Questo è il messaggio che il poeta Canu pare lanciare al lettore, unitamente al tripudio di gioia filiale.
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