Invito alla Poesia
Invito alla Poesia
a cura di Gianfranco Impagliazzo
Archivio - Anno 2002 -

31 Agosto 2002
Notte

di Ernesta Palomba Scotto

  • Il mondo, tutto il mondo più non era
  • che un breve spazio, chiuso, roteante
  • nell’infinito della notte nera…
  • oltre il nulla...non più case né piante!…
  •  
  • ero sola, nell’incubo angoscioso,
  • vedevo intorno ombre irreali
  • in atto di abbandono, di riposo,
  • fantasmi forse, o come me mortali!
  •  
  • Una stanchezza greve ed infinita
  • me ghermiva, con filtri immateriali,
  • tutto un male e il peso della vita,
  • esausta, mi bruciavano le ali!
  •  
  • In doloroso attonito stupore…
  • tutto era pena… tutto sofferenza,
  • il silenzio dell’ombre ed il fragore
  • di quell’andare senza resistenza!
  •  
  • Oh invocata, benvenuta morte,
  • solitudo, angoscia, incomprensione
  • dell’eterno incupire della sorte
  • più angosciante…orribile prigione!
  •  
  • Improvviso… un sogno od illusione…
  • un chiarore diafano…azzurrato
  • una carezza lieve…mani buone
  • sul povero mio volto tormentato!
  •  
  • Presagio forse… un dono più imminente
  • dal nulla maturava ed io scrutavo
  • con ansia fonda ed uno sguardo ardente,
  • quella mano dolcissima e vibravo!
  •  
  • In quel deserto mondo che fuggiva
  • io…vinta ormai mi ripiegavo;
  • c’era dunque una luce ancora viva,
  • un sorso d’acqua, già mi dissetavo!…
  •  
  • Mi sembrò di rinascere, protesa
  • verso un nuovo più facile cammino…
  • quella pallida, lampada accesa,
  • a me parve un miracolo divino!
  •  
  • Ed ecco…il chiarore prodigioso
  • mutato tosto in aeree dolci mani
  • che placano il mio assillo prodigioso:
  • “Son gli occhi di mio figlio, sovrumani”!.
  •  
  • Il figlio non è morto: “dorme…dorme”!
  • Accanto a me, in dolce aspettazione…
  • ombre non più, hanno precise forme…
  • il mio spazio non è più una prigione!
  •  
  • Colui che porto m’ha il sublime dono,
  • nel nuovo corpo, anima ha trasfuso:
  • “non ero più, non ero…ora sono…
  • non sogno, vivo un languido abbandono”!…
  •  
  • Improvviso l’oriente trascolora
  • è un giorno vivo tutto oro e viola
  • ed il mio sogno si spegne con l’aurora,
  • “eccomi desta e ancor più sola…sola”!..
  •  

Le tredici quartine propongono in armonica rima il tema classico NOTTE-MORTE. Il sogno notturno di una madre addolorata per la morte del figlio, permette alla stessa, fisicamente e moralmente provata, di rivedere improvvisamente la propria creatura quale immagine luminosa e carezzevole immersa in un “chiarore diafano…azzurrato”. Ma l’illusione di credere la persona amata ancora in vita dura un solo attimo, perché la crudele realtà, rappresentata dall’improvviso albeggiare, sprofonda la madre in una solitudine ancor più dura da sostenere. Pur lunga, la lirica si fa leggere con partecipazione emotiva; le nuoce (peccato veniale) la ripetizione in rima, nella decima strofe, del termine “prodigioso”.
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15 Settembre 2002
Notte a Caprera

di Giovanni Molinari

  • Sfuma la luce del sole
  • fra malinconici colori,
  • vaghe ombre misteriose,
  • tardi voli d’uccelli.
  • La notte avvolge la pineta
  • ed io la sento arrivare
  • con mille fruscii e fremiti.
  • Poi dolcemente tutto s’addormenta,
  • riposano pur gli alberi
  • dopo un caldo giorno
  • e le molte vite intorno
  • han finalmente quiete.
  • Il rumore delle macchine,
  • le voci dei gitanti
  • i passi, i suoni, i canti
  • sono ormai del passato
  • e del domani.
  • Solo il fruscio del vento
  • e i miei pensieri inquieti
  • sembran vegliare stanchi
  • in questo scorcio di mondo.
  • Dal cuore, come una carezza,
  • mi giunge la Sua voce:
  • “E’ ora di pregare!”
  •  

Al quadro iniziale di malinconico tramonto fa seguito la descrizione della notte con la sua sonorità fatta di “fruscii e fremiti”. La natura vegetale ed animale si addormenta e dimentica il travaglio diurno provocato dal rombo delle marmitte e dal vociare dei gitanti. Il sonno liberatorio toglie vita a tutto tranne che al sibilo del vento e all’inquieta anima del poeta, che gode del momento di pace e avverte l’impulso primordiale alla preghiera di ringraziamento al Creatore. La lirica è sviluppata con garbata naturalezza e i pregnanti vocaboli utilizzati ben riproducono l’atmosfera della quiete notturna.
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30 Settembre 2002
Sardegna

di Maria Concetta Greco

  • Rami contorti sterpi scogli erosi
  • - dibattersi dei corpi nel dolore -
  • Un rabbioso lamento il vento soffia
  • - ribellione degli animi repressi -
  • Cime pietrose cavità sconnesse
  • - soprusi povertà, piaghe di sempre -
  • Aspri cespugli e sassi degradanti
  • fino ad un mare inquieto e misterioso
  • - tormento di chi cerca e mai non trova -
  • Calma totale a tratti verso l’alba
  • - tregua a chi spera nonostante tutto -
  • Ma la bufera squassa e non distrugge
  • la forza cupa dell’antica terra
  • - sempre risorge da una linfa arcana
  • la vita che si abbarbica a ogni male -.
  •  

Asperità del paesaggio che si identifica nella fatica esistenziale dell’uomo sardo; vento rabbioso, sinonimo di ribellione umana ai soprusi subiti per secoli; misterioso agitarsi del mare che partecipa all’inquietudine del popolo sardo, da sempre impegnato, senza successo, a riscattare la propria condizione di povertà. Nonostante tutto, in questo quadro doloroso, di tanto in tanto, la speranza ridona vitalità alla caparbia resistenza degli abitanti dell’“antica terra” sarda. L’uso continuato di fonemi con consonante doppia, nonché il ripetersi ossessivo del suono r rendono musicalmente aspro il paesaggio, così come visivamente appare all’occhio attento della poetessa, e il messaggio umano si carica di pathos.
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15 Ottobre 2002
A un circo periferico

di Gennaro Avellino

  • Ora pulito, ora sporco,
  • il tuo cielo è sempre un brandello.
  •  
  • E la terra, che ti ha peregrino,
  • sovente ti dà poco pane
  • volendo inalterata
  • la tua faccia da buffone.
  •  
  • Le ansie “di umana creatura”
  • devi sempre nasconderle
  • dietro una movenza di danza,
  • un volteggiar di cavalli,
  • e un motto sapido
  • che, solleticando
  • il masticator di noccioline,
  • e carezzando
  • la sognante ingenuità infantile,
  • a te non dà che la nausea
  • di una ripetizione
  • vecchia come il dolore.
  •  
  • Devi imitare l’allegria,
  • anche se ululante vento
  • ti ha sbranate le tende;
  • e il tarlo della fame
  • ti ha indeboliti pure i trapezi,
  • donde, ogni sera,
  • stanca coppia di giovani
  • crea voli di cherubini
  • col desiderio, talvolta,
  • di chiudere per sempre
  • l’ali sulla pista.
  •  
  • La tua musica logora
  • dice la tua agonia.
  •  

Quadro verista e romantico insieme! Il circo è fotografato nella sua globalità: tendone, danza, cavalli, clown, trapezi, musica, pubblico. Ma al poeta interessa evidenziare il contrasto tra l’apparente clima di gioia e di allegria, che si respira sotto il tendone, e il tormento umano di chi nel circo lavora, nauseato dalla ripetitività dello spettacolo e fisicamente provato dalla fame. Il pubblico irriconoscente, infatti, avvezzo allo spettacolo circense di tipo classico, troppo spesso si mostra contrario alle novità (“volendo inalterata la tua faccia da buffone”), diserta le tribune, con conseguente esiguità d’incasso, e non si cura dello stress dei trapezisti, talvolta desiderosi di “chiudere per sempre l’ali sulla pista”. Anche la musica, con le sue note melanconiche, pare annunciare l’agonia del Circo. Peccato…! Pregevole nella poesia di Avellino anche l’utilizzo di espressioni cariche di lirismo: “il masticatore di noccioline”, “la sognante ingenuità infantile”, “stanca coppia di giovani crea voli di cherubini”.
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