A un circo periferico
di Gennaro Avellino
- Ora pulito, ora sporco,
- il tuo cielo è sempre un brandello.
-
- E la terra, che ti ha peregrino,
- sovente ti dà poco pane
- volendo inalterata
- la tua faccia da buffone.
-
- Le ansie “di umana creatura”
- devi sempre nasconderle
- dietro una movenza di danza,
- un volteggiar di cavalli,
- e un motto sapido
- che, solleticando
- il masticator di noccioline,
- e carezzando
- la sognante ingenuità infantile,
- a te non dà che la nausea
- di una ripetizione
- vecchia come il dolore.
-
- Devi imitare l’allegria,
- anche se ululante vento
- ti ha sbranate le tende;
- e il tarlo della fame
- ti ha indeboliti pure i trapezi,
- donde, ogni sera,
- stanca coppia di giovani
- crea voli di cherubini
- col desiderio, talvolta,
- di chiudere per sempre
- l’ali sulla pista.
-
- La tua musica logora
- dice la tua agonia.
-
Quadro verista e romantico insieme! Il circo è fotografato nella sua globalità: tendone, danza, cavalli, clown, trapezi, musica, pubblico. Ma al poeta interessa evidenziare il contrasto tra l’apparente clima di gioia e di allegria, che si respira sotto il tendone, e il tormento umano di chi nel circo lavora, nauseato dalla ripetitività dello spettacolo e fisicamente provato dalla fame. Il pubblico irriconoscente, infatti, avvezzo allo spettacolo circense di tipo classico, troppo spesso si mostra contrario alle novità (“volendo inalterata la tua faccia da buffone”), diserta le tribune, con conseguente esiguità d’incasso, e non si cura dello stress dei trapezisti, talvolta desiderosi di “chiudere per sempre l’ali sulla pista”. Anche la musica, con le sue note melanconiche, pare annunciare l’agonia del Circo. Peccato…!
Pregevole nella poesia di Avellino anche l’utilizzo di espressioni cariche di lirismo: “il masticatore di noccioline”, “la sognante ingenuità infantile”, “stanca coppia di giovani crea voli di cherubini”.