Anno III
U Sciurinu - n° 36
1 Agosto 2005
Il Volontariato non va in vacanza
In questi giorni ospitiamo nella nostra parrocchia i volontari della Protezione Civile della Lombardia e del Trentino. La grande macchina del volontariato si è messa in moto per venire in aiuto ai vigili del fuoco ed al corpo forestale nel servizio antincendio. Li osservo con ammirazione – sono le persone che dedicano il loro tempo (alcuni addirittura le loro vacanze) e le loro forze per rendere la nostra vita più sicura. Fanno parte della grande famiglia del volontariato italiano. Quando sono  venuto in Italia  e ho conosciuto il fenomeno del volontariato ne sono rimasto affascinato. Sono tantissime le associazioni che rispondono  ai diversi bisogni  della società. Lì  dove non arrivano i servizi statali c'è il volontariato. La cosa che sorprende  di  più è la costanza dei loro interventi , il loro è un discorso che non si interrompe. I volontari lavorano sempre ..., di giorno ...di notte...al freddo...e al caldo ... Sono persone semplici animate da  grande spirito umano e cristiano. Si ,....cristiano,  perché alle radici del volontariato c'è l’esempio di Cristo che “è venuto non per essere servito ma per servire”. Altro elemento fondamentale è l'anonimato infatti non ha importanza il nome di chi lavora per gli altri , quello che conta è il servizio reso alla persona bisognosa. Tutto avviene nel più assoluto silenzio..., sembrerebbe quasi che la riservatezza di queste azioni ne valorizzino il significato. Anche nella nostra parrocchia ci sono tante persone che dedicano il loro tempo, le forze a servizio degli altri. È un bel segno,  di maturità umana e cristiana. Rinnovo a tutti voi , cari volontari, la mia stima.
don Andrea
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La Parrocchia per la gente
Continua il tour di solidarietà della comunità parrocchiale di Moneta. Il 30 luglio è prevista la serata “ci dai una mano?”, organizzata dai gruppi parrocchiali e dai ragazzi della nostra comunità è finalizzata per aiutare i bambini vicini e lontani, quelli colpiti dallo tsunami e per quelli vicini, cercando di offrire un Oratorio funzionale e rispondente ai bisogni dei giovani di oggi. Dalle 21 nel cortile dell’Oasi avremo sfilata di moda (vestiti ideati dalle ragazze della nostra parrocchia), musica e balli nonchè cena per tutti, partecipare è un dovere! Il 6 e 7 agosto altre giornate di solidarietà, si aprirà con la celebrazione della S. Messa in piazza d. Giuseppe Riva alle 19.00, a seguire cena e degustazione di cibi tipici, quindi esibizione del gruppo folk di Baltei. Domenica 7 alle 1930 dibattito “Solidarietà: una scelta di vita”, alle 2030 cena e degustazione di cucina afro-sarda, frittelle a volontà, quindi esibizione del gruppo folk Konkoba del Senegal e gruppo folk di Torralba. E’ indetta anche una lotteria con premi “Buoni viaggio” da 500, 400 e 300 euro. Il ricavato netto verrà utilizzato per: ristrutturazione Oasi Serena, acquisto medicinali e vestiario per il Senegal ed acquisto di computer e programmi insegnamento ai disabili della scuola pubblica. Per chiudere in bellezza questo mese di agosto avremo poi il giorno 20 la “Festa dell’amicizia” nel cortile dell’Oasi è prevista buona musica, la cena ed altre iniziative per affratellare la nostra comunità e quella americana senza escludere le altre comunità presenti nella nostra isola.
Orlando Barsi
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Guerra?
Scrivere sul terrorismo, cioè sulla guerra, espone al rischio di dire cose banali. Ho pensato di tentare, di correre questo rischio, subito dopo gli attentati di Londra; la cronaca non mi ha dato il tempo di soffermarmi su quel singolo episodio. A ben vedere, ho appena commesso un lapsus: mi è scappato di dire che gli attentati di Londra erano “un singolo episodio”, ignorando la lunga serie di violenze di cui i fatti di Londra e quelli di Sharm-el-Sheikh fanno parte. A questo punto del discorso (ed è significativo che il discorso sia appena iniziato!), qualunque cosa io scriva per continuare, è inevitabile che salti fuori il tema della “guerra giusta”; è come una trappola ben congegnata che scatta non appena si parla di terrorismo, cioè di guerra. Da quando esiste l’uomo, sono esistite soltanto guerre giuste. Ve lo immaginate un generale, un esercito, un re, un presidente, un soldato, un kamikaze, che decidono di scatenare o sostenere una guerra sbagliata? Con quale coraggio si può ammazzare e morire, bombardare una piazza e mettere una bomba su un autobus, se non col coraggio che viene dal sentirsi nel giusto? Ecco cosa ci impedisce di isolare culturalmente e per sempre l’idea stessa della violenza, di sottrarle il terreno da sotto i piedi: è il sospetto che possa anche esistere una guerra giusta. Le guerre sono solo le eruzioni della lunga storia di violenza che ci portiamo dietro come specie: un magma che bolle al buio e che di quando in quando affiora (in Kosovo, in Iraq, in Bosnia, in Terra Santa, a Londra, in Italia, eccetera, eccetera, eccetera); e anche la guerra che ci sembra giusta, quella che accettiamo quando ci sentiamo vittime innocenti, provocate, costrette a difendersi, è fatta della stessa materia di quella lunga storia di violenza che la nostra specie si porta dietro come un’eredità, e di cui non riusciamo a vedere l’inizio e la fine, ma solo alcune ramificazioni. Mi piace pensare che la guerra giusta è quella che si ferma davanti agli innocenti, quella che non colpisce chi non la vuole, quella che non ti costringe nella sua logica; e siccome non ho mai visto una guerra del genere, sono costretto a pensare che la guerra giusta non esiste. E poi, c’è quello che per i Cristiani è un problema non da poco, uno di quelli che non dovrebbero far dormire la notte, altro che caldo o zanzare: sono le parole di Matteo 5,39, condensate nella formula “porgi l’altra guancia”; io non ne sono capace, e mi va bene anche l’idea che i passi della Scrittura vadano interpretati, contestualizzati e non presi alla lettera. Ma quelle parole rimangono, e mi disturbano.
Luca
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Stagnali in festa
Nonostante la giornata ventosa, la “Sagra della Madonna della Pace”, come si trova scritto persino in un sito internet, ha visto la partecipazione di tantissime persone. La S. Messa concelebrata da don Andrea e don Sandro è stata seguita da tanti fedeli che hanno riempito il cortile della chiesetta. Poco prima la processione che si è spinta (visto il vento) fino alla banchina, era un lungo serpentone. Animata in modo coinvolgente com’è lo stile “stagnalino”, ha fatto della parte spirituale un momento sentito e partecipato sottolineato dalle belle riflessioni dell’omelia di don Andrea. Subito dopo con un piacevole sottofondo musicale, molti hanno approfittato per fare quattro salti, la cena, abbondante e davvero ottima, a base di penne al sugo di cinghiale, capra in umido con patate e olive, salsiccia arrosto, fagioli e tonno in insalata, vino, bibite, dolci fatti in casa (sempre molto attesi) e caffè. Il tutto offerto con Un’organizzazione che quest’anno ha risolto molti problemi logistici a chi fa la fila e deve barcamenarsi tra piatti, bicchieri, posate e pane. Vassoi di cartone e bustine pic-nic sono state molto apprezzate e tutti andando via hanno ringraziato con un augurale arrivederci al prossimo anno.
Lella Rubbiani
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Grazie don Do
Se Monsignor Capula è stato un'istituzione per molti maddalenini, Don Domenico lo è per molti altri. Io faccio parte di questi ultimi e mi fa piacere, in occasione del suo quarantesimo di sacerdozio, ripensare ai tanti momenti in cui "Don Do" ha fatto parte della mia vita. Il primo ricordo che ho di lui è tra i banchi di scuola. Avevo credo nove o dieci anni, Allora la lezione di religione era affidata al sacerdote o, comunque la presenza del prete non era un evento eccezionale. Lo ricordo sempre magro, asciuttissimo, con gli occhiali neri, sorridente, pieno di energia e molto dolce. Ci raccontava le parabole del Vangelo, ci aiutava con esempi a comprenderne il significato e ci dava stimoli per applicare alla nostra vita di bambini la Parola di Dio. Spesso proiettava film riguardanti la vita di santi e ci invitava ad imitarli. Tutto, detto da lui, sembrava possibile, facile e, soprattutto, bello e invitante. Don Domenico non mi ha mai intimorito: anche quando mi interrogò per saggiare la mia preparazione alla prima comunione, ricordo di essere stata tranquilla; credo che questa fiducia in Don nasca dal fatto che da lui non mi sono mai sentita giudicata. Con lui ho vissuto anche la prima confessione, la prima di tante altre, in cui non ha mai mancato, di invitarmi alla preghiera assidua e alla partecipazione frequente alla Santa Messa. Ha sempre mirato in alto con i giovani. Allora, i suoi inviti stonavano dentro di me, mi mettevano in difficoltà, ma , da buon educatore, da buon padre spirituale, li ha fatti , perché era giusto così, senza preoccuparsi di sembrare retrogrado, non moderno e senza paura di defezioni. Di Don Domenico ho sempre ammirato la sua capacità di dire le cose difficili in modo semplice e di saper con poche parole colpire nel segno. Poche frasi, dette sempre con dolcezza, ma con fermezza. Erano parole - chiodi , mi bloccavano, mi ammutolivano, mi sfidavano, riempiendomi di profondi pensieri.. Sono state le fondamenta su cui ho costruito e continuo a costruire la mia vita. Un esempio: avevo avuto conferma di essere in attesa del secondo figlio, glielo dissi e conclusi "speriamo che sia sano" e lui di rimando " sia fatta la volontà di Dio". La sua fiducia nella Provvidenza e il non prendersi troppo sul serio, sono altre sue doti. Non voglio elogiarlo troppo, ai vivi non fa bene, mi riservo qualcosa per il suo cinquantesimo, per il momento chiudo con un sentito: grazie Don Do!
Simonetta
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Ama la tua parrocchia
(Carlo Carretto 3° parte)
Quando ero giovane non capivo perché Gesù, nonostante il rinnegamento di Pietro, lo volle capo, suo successore, primo Papa. Ora non mi stupisco più e comprendo sempre meglio che avere fondato la Chiesa sulla tomba di un traditore, di un uomo che si spaventa per le chiacchiere di una serva, era un avvertimento continuo per mantenere ognuno di noi nella umiltà e nella coscienza della propria fragilità. No, non vado fuori di questa Chiesa fondata su una roccia così debole, perché ne fonderei un'altra su una pietra ancora più debole che sono io. ...E se le minacce sono così numerose e la violenza del castigo così grande, più numerose sono le parole d'amore e più grande è la sua misericordia. Direi proprio, pensando alla Chiesa e alla mia povera anima, che Dio è più grande della nostra debolezza. E poi cosa contano le pietre? Ciò che conta è la promessa di Cristo, ciò che conta è il cemento che unisce le pietre, che è lo Spirito Santo. Solo lo Spirito Santo è capace di fare la Chiesa con delle pietre mai tagliate come siamo noi!...E il mistero sta qui. Questo impasto di bene e di male, di grandezza e di miseria, di santità e di peccato che è la Chiesa, in fondo sono io... Ognuno di noi può sentire con tremore e con infinito gaudio che ciò che passa nel rapporto Dio-Chiesa è qualcosa che ci appartiene nell'intimo. In ciascuno di noi si ripercuotono le minacce e la dolcezza con cui Dio tratta il suo popolo di Israele, la Chiesa. A Ognuno di noi Dio dice come alla Chiesa: "Io ti farò mia sposa per sempre" (Osea 2, 21), ma nello stesso tempo ci ricorda la nostra realtà: "La tua impurità è come la ruggine. Ho cercato di toglierla, fatica sprecata! E' così abbondante che non va via nemmeno col fuoco" (Ezechiele 24, 12). Ma poi c'è ancora un'altra cosa che forse è più bella. Lo Spirito Santo, che è l'Amore, è capace di vederci santi, immacolati, belli, anche se vestiti da mascalzoni e adulteri. Il perdono di Dio, quando ci tocca, fa diventare trasparente Zaccheo, il pubblicano, e immacolata la Maddalena, la peccatrice. E' come se il male non avesse potuto toccare la profondità più intima dell'uomo. E' come se l'Amore avesse impedito di lasciar imputridire l'anima lontana dall'amore. "Io ho buttato i tuoi peccati dietro le mie spalle", dice Dio a ciascuno di noi nel perdono, e continua: "Ti ho amato di amore eterno; per questo ti ho riservato la mia bontà. Ti edificherò di nuovo e tu sarai riedificata, vergine Israele" (Geremia 3 1, 3-4). Ecco, ci chiama "vergini" anche quando siamo di ritorno dall'ennesima prostituzione nel corpo, nello spirito e nel cuore. In questo, Dio è veramente Dio, cioè l'unico capace di fare le "cose nuove". Perché non m'importa che Lui faccia i cieli e la terra nuovi, è più necessario che faccia "nuovi" i nostri cuori. E questo è il lavoro di Cristo. E questo è l'ambiente divino della Chiesa...
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Copyright © 2005 "U Sciurinu - Bollettino della Parrocchia Agonia N.S. Gesù Cristo - La Maddalena (SS)"