1 Novembre 2002
Una Messa per Des Geneys

Giorgio Andrea Des Geneys (Chiomonte 1761- Genova 1839), conte, barone, ammiraglio, fondatore a La Maddalena della Marina Sarda e comandante della stessa, tra i fondatori dell’arma dei Carabinieri, fu sempre legato a La Maddalena ed ai suoi abitanti, anche quando, dopo la bufera napoleonica, lasciò definitivamente l’Arcipelago (1814) per raggiungere Genova dove era stata trasferita la sede della Marina. Privilegiò i maddalenini negli arruolamenti, ne perorò le cause, difese l’Arcipelago dalle mire francesi, si oppose alla sua cessione alla Marina americana che gia da allora voleva farne una propria base. Fu generoso anche con la Chiesa, alla cui costruzione contribuì, donandole inoltre il pulpito, l’altare ed il quadro di San Giorgio, (pare) la balaustra, e contribuendo all’acquisto dell’altare maggiore. Il profondo legame del Des Geneys con La Maddalena (e la sua devozione e fede), è attestato e confermato dal suo testamento, pubblicato a Genova il 10 febbraio 1839. In esso dispose il seguente legato: “Lascio … scudi sardi otto equivalenti a lire nuove cinquanta, ed in perpetuo tanto per l’elemosina di due Messe Cantate secondo la mia intenzione da febbraio l’una nel giorno della ricorrenza di San Giorgio, l’altra nella ricorrenza di Sant’Andrea, nella cappella del mio gius sotto l’invocazione di San Giorgio, nella Parrocchiale dell’Isola Maddalena, quanto per la manutenzione della stessa cappella, e da pagarsi annualmente dal mio erede e dai suoi successori al Reverendissimo Parroco pro tempore della stessa Chiesa che sarà obbligato di procedere alla manutenzione medesima e da presentare il conto dell’eseguimento al detto mio erede, o chi per esso, e suoi eredi, colle fede di applicare delle Messe secondo la mia intenzione. Ed alla presentazione di questo annuo legato assoggetto ed ipoteco la mia campagna vignata e seminativa situata in dett’Isola della Maddalena, denominata La Padule, onde sempre debba rimanere tale obbligo”. Non sappiamo per quanti anni questa pia disposizione fu rispettata. Certo è che da tempo immemorabile non si è celebrata una messa in suffragio dell’anima dell’ammmiraglio Giorgio Andrea Des Geneys né alcun conto è stato più presentato dai parroci della chiesa di S.Maria Maddalena agli eredi succedutisi in oltre un secolo e mezzo. È per questo che il giorno 8 gennaio prossimo, ricorrenza della sua morte avvenuta a Genova l’8 gennaio 1839, nella chiesa di Santa Maria Maddalena, dal Des Geneys fatta costruire ed in parte arredata, verrà celebrata una messa, con l’intenzione di celebrarla in seguito ad ogni anniversario.
Sull’argomento: “Due Messe per il Des Geneys”, di Antonio Ciotta, numeri di marzo ed aprile 1999 de “Lo Scoglio”.
15 Gennaio 2002
Il crocifisso in Comune
L’affissione del crocifisso nel salone consiliare diede luogo, oltre cinquant’anni fa, ad una accesa polemica. Era il 1946 e da un paio di mesi si erano tenute le prime elezioni comunali dalla caduta del fascismo; le aveva vinte la Democrazia Cristiana che, aggiudicandosi 24 consiglieri su 30, aveva eletto sindaco Elindo Balata. L’opposizione era composta da 5 socialisti ed 1 comunista. Nella seduta consiliare del 21 giugno 1946 (dal verbale della quella quale attingiamo queste notizie) prese immediatamente la parola il consigliere Manlio Sorba, socialista.“In un’aula consiliare non si è mai visto un crocifisso !” affermò con veemenza Sorba il quale attribuì “la novità” al fatto che la maggioranza fosse democristiana. Il sindaco Balata “tentò amichevolmente di sedare la verbosità del consigliere Sorba e di indurlo alla calma e alla ragione”. Ma a buttare benzina sul fuoco ci pensò Giovanni Battista Vico, segretario della D.C.,“il quale lanciò parole altrettanto veementi contro le critiche del Sorba affermando che tanto è la nobiltà che dal crocifisso sprigiona che tutti dovrebbero portargli riverente rispetto”. Anselmo Cuneo, socialista, osservò invece come si potesse essere “buoni cristiani pur non collocando il crocifisso nelle aule consiliari” e obbiettò che mai a La Maddalena ve ne furono presenti. Perentoria fu la risposta del democristiano Andrea Del Monaco il quale controbatté che ciò era dovuto al fatto che “i vecchi Consigli Comunali rispecchiavano i principi massonici, ma poiché ora rispecchiano i principi cristiani sembra giusto che il simbolo cristiano sia rappresentato”. Giacomo Arras, socialista, sottolineò che “pur ritenendosi un buon cristiano non poteva non stigmatizzare la collocazione del crocifisso. E ciò non per il crocifisso in quanto simbolo ma per il fatto di essere stato collocato sopra la bandiera, simbolo della nazione e cosa diversa dalla religione”. Nell’accesa discussione intervenne di nuovo Giovanni Battista Vico il quale affermò come certe prese di posizione fossero “frutto di errate ideologie politiche”. Il sindaco Balata, dopo alcune sospensioni, mise ai voti la seguente proposta: il crocifisso sarebbe rimasto dove di recente collocato mentre il tricolore sarebbe stata spostato nel lato opposto, sopra il busto di Garibaldi. La proposta raccolse 19 voti favorevoli e 3 contrari.
1 Febbraio 2002
La tomba dei Millelire
Una lettera conservata nell’Archivio parrocchiale, datata 23 febbraio 1929, proveniente da Genova (via Cessarotti 42) firmata da un certo “Ing. Susini-Millelire”, e indirizzata al canonico don Antonio Vico, con la quale il primo chiede al parroco l’invio di alcuni atti di nascita e di morte di alcuni suoi avi isolani (tra i quali quello della bisavola Maria Ventura Guidacciolo moglie del comandante Domenico Millelire, e di Pietro Millelire morto nel 1808) ci fornisce alcune notizie non solo sulla famiglia in questione ma anche sul Cimitero Vecchio, quello demolito nel 1948. “La nostra tomba di famiglia – scriveva l’ing. Susini-Millelire – era una volta nel mezzo del cimitero vecchio di La Maddalena. Molti anni addietro fu demolita, non saprei per quali ragioni, e tutte le salme che vi si trovavano – delle quali ho l’elenco – e fra esse quelle dei miei bisavoli predetti, furono raccolte religiosamente, in presenza di mio zio Pietro Susini Millelire e della di lui figlia, e collocate in una sola cassa nella tomba che porta la scritta “Famiglia Susini Millelire”, sempre nello stesso Cimitero. Forse ciò avvenne in occasione dell’ingrandimento dello stesso Cimitero (ma di ciò non sono sicuro) mentre pare certo che in tale occasione sia stata inclusa nel nuovo recinto del Cimitero, l’oratorio o cappella con altare, nella cui cripta trovasi la salma del comandante Agostino Millelire, fratello primogenito del mio bisavolo, nella quale cappella, prima dell’ingrandimento del Cimitero, si poteva accedere anche dall’esterno del recinto. Da documenti originali che ho qui del 20 gennaio e dell’11 agosto 1812, firmati da S.E. “E. Stanislao vescovo d’Ampurias e Civita” (mons.Stanislao Paradiso, ndc) risulta che lo stesso, mentre autorizzava il Vicario Parrocchiale della Maddalena (don Giovanni Battista Biancareddu, ndc) per la benedizione, “secondo rito” della cappella di cui si tratta, concedeva a detto Comandante lo “jus seppellendi (sic), nella medesima, per sé, i suoi eredi e successori in perpetuo. Ho pure qui una lettera del 22 novembre 1869 del “Rev. Cavalier Michele Mamia, Vicario Perpetuo”, che accenna a tale cappella ed alle celebrazioni ivi fatte da lui”.
15 Febbraio 2002
La morte di mons. Urru
Il 3 febbraio scorso è deceduto a Perugia mons. Carlo Urru. Aveva 86 anni. Era nato a Todi (Umbria), da padre sardo, il 28 dicembre 1915. Ordinato sacerdote nel 1942 era laureato in Lettere. Rettore del Pontificio Seminario Regionale di Assisi (1964-1971), fu consacrato vescovo nel 1971. Dal 7 marzo 1971 all’8 maggio 1982 era stato vescovo di Ampurias e Tempio (come allora si chiamava la diocesi), succedendo a mons. Giovanni Melis (vescovo dal 1963 al 1970). “Vescovo umile, povero, amabile”, scrisse su “L’Isola” del 9 maggio 1982 mons. Gino Grimaldi, commentando il suo trasferimento in Umbria. “Aveva il cuore aperto per tutti. Con un suo Decreto costituì la Caritas Diocesana, per i bisogni vicini e lontani, seguendone personalmente il lavori e facendosi lui stesso tramite dei soccorsi che i suoi appelli richiamavano!”. Il mite mons. Urru (portava la croce pettorale ed il baccolo di olivastro) si trovò a condurre, nei primi, difficili, contraddittori, anni post conciliari, una Chiesa diocesana nella quale non mancavano incomprensioni e spaccature tra coloro che spingevano per il cambiamento e chi vi resisteva, oltre che non pochi campanilismi, particolarmente tra Tempio e Castelsardo. Fu in quegli anni, tra l’altro, che alcuni giovani sacerdoti (tra i quali due vice parroci di La Maddalena Tonino Cau e Italo Cossu) lasciarono la vita sacerdotale. Mons. Carlo Urru fu legato da stima ed amicizia con mons. Salvatore Capula, tanto da invitarlo ad accettare l’incarico di Vicario Generale (l’amicizia si protrasse nel tempo tanto che mons. Capula, fino all’ultimo, non mancava di recarsi appositamente a trovarlo a Castelsardo dove immancabilmente mons. Urru passava alcuni giorni di vacanza, d’estate, ospite delle suore Celestine, “sotto il benefico sole della Sardegna”, come lui stesso diceva). Venne più volte a La Maddalena e difficilmente fece mancare la propria presenza nel giorno della Santa Patrona. Fece una Visita Pastorale a Moneta nel 1978, nella parrocchia retta da don Giuseppe Riva, programmandone poi una a Santa Maria Maddalena, mai svolta. Fu mons. Urru che nel 1982 conferì – per la prima volta in Diocesi - il ministero del Lettorato ai maddalenini Alessandro Conti e Annibale Fastame e l’Accolitato a Fernando Del Bene e Mario Sangaino. A La Maddalena c’è chi ricorda come una volta si recò a Caprera a salutare un gruppo di giovani dell’Azione Cattolica in ritiro e come rinunciò al pranzo in ristorante per mangiare panini con loro, sotto i pini. C’è anche un anziano parrocchiano che ricorda come in un giorno d’estate, accompagnato da mons. Capula, mons. Urru gli fece visita allo Strangolato. Dopo aver visitato la zona, dove gli sarebbe piaciuto costruire un istituto per gli esercizi spirituali, gli fu chiesto se gradisse qualcosa: “Una noce”, rispose. Ai funerali, tenutisi a Perugia il 4 febbraio, era presente una folta rappresentanza della Diocesi guidata dal vescovo mons. Atzei. Era presente anche il parroco don Domenico Degortes (che fu commensale di mons. Urru in episcopio, a Tempio, per due anni, e che fu da lui inviato a La Maddalena il primo ottobre 1973, in qualità di vice parroco), accompagnato da Agostino Canu.