Storia della Parrocchia
Storia della Parrocchia
a cura di Claudio Ronchi
Archivio 2004

1 Gennaio 2004
Il vecchio sacrista (Antonio Bordignon)
“Era venuto qua con l’intendimento di costituirsi un gruzzoletto e tornar via, e invece ci rimase più di 40 anni. Non che fosse venuto meno il desiderio di possedere del terreno tutto suo, ma nonostante il regime di una eccessiva parsimonia, i risparmi erano pochi e quei pochi si assottigliavano o si esaurivano nelle brevi visite che soleva fare, a lunghi intervalli, al suo paesetto della Venezia Euganea. Le spese di viaggio, i regalucci da portare e qualche modesto sussidio finivano per ridurlo quasi alle condizioni di prima; ma non per questo cessava d’apparire tranquillo, come se quelle visite gli avessero ritemprato l’animo al raggiungimento del suo scopo … Egli era sacrista della chiesa parrocchiale e attendeva alle sua mansioni con premura meticolosa che era forse anche l’effetto della sua fede religiosa, fede senza titubanze e senza transazioni come quella di tutte le anime semplici. Bastava osservarlo nell’adempimento delle funzioni religiose, nelle quali dava l’impressione di essere spiritualmente assorto come il credente durante la preghiera. Solo durante le prediche del Quaresimale gli accadeva qualche volta di distrarsi per vigilare il contegno dei ragazzi, che gli pareva non stessero nell’immobilità da lui voluta. Allora arrancava nella ressa per tenerli a freno e non di raro era causa di uno spostamento più avvertito del po’ di scalpiccio che intendeva reprimere. Se essi avevano lo scopo di farlo muovere, quello scopo lo raggiungevano in pieno per la sua ingenuità. Coi ragazzi del resto, era sempre scontroso; trattava a muso duro anche quelli che bazzicavano in sacrestia e solevano porgergli, ogni volta, aiuti indispensabili. Ce l’aveva con loro perché nei primi anni c’era stata come un’intesa a dargli noia, per godersi lo spasso dei suoi sproloqui. Vederli e perdere la pazienza era per lui un tutt’uno; quelli allora a scappare e lui a inseguirli con la canna … Incapace di serbare rancore, non mancava di conceder loro, dopo un brontolio, l’accesso al campanile, quando v’era da scampanare. Così del resto egli se li rese benevoli e disposti ad ubbidirgli. Alto, ossuto, faccia sempre uguale, impenetrabile, era noto anche per l’ibridismo del linguaggio, per la singolarità del saluto nel sollevare la falda anteriore dell’annoso cappello, per il modo di camminare con un passo chilometrico e per quell’erigersi a zelatore della morale, che coi i bambini non sarebbe riuscita inopportuna se l’avesse limitata ad un breve rimprovero”.
(1 – continua)
Tratto da: “Il vecchio sacrista”, di Martino Branca. Pubblicato su ‘Il Giornale d’Italia’ del 21 gennaio 1934.
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1 Febbraio 2004
Il vecchio sacrista (Antonio Bordignon)
“… Egli conosceva tutti e con tutti cercava di scambiare qualche parola, pur tenendosi sempre umile e rispettoso. Una pecca erano quelle preferenze alle quali si lasciava andare nel distribuire le sedie della chiesa, preferenze che forse dipendevano più dall’abitudine a giudicare le persone dalla loro frequenza alle cerimonie che dall’entità delle mance. Non aveva da spendere né per il vitto né per l’alloggio e, quanto all’abito, era sempre nuovo, quello fattosi dal primo ritorno dal paesetto. Non ciondolava mai per le vie per alcuno svago; se usciva era per sbrigare qualche servizio, sempre in fretta e sempre in vena di dare sfogo alla sua tiritera moralista. Estraneo a tutto ciò che non aveva a che fare con le sue occupazioni, non si dilungò mai per i dintorni dell’Isola, se non per andare alla chiesetta della Trinità o là presso, e forse non mise mai piede a Caprera. Non avendo occasione di spendere perché senza vizi, senza amici e senza bisogni, la minutaglia la poteva mettere in serbo, e questa non vedeva più la luce se non per essere convertita in moneta meno ingombrante. Una vita di solitudine, dunque, la sua, che gli aveva procurato il nomignolo si ‘Eremita’, una vita di stenti e di lavoro dall’alba alla cena, ma per altro non vi si sarebbe mai sottratto senza la morte del parroco (don Antonio Vico, ndr) che era riuscito con la sua bontà ad affezionarlo a sé più che a persona di famiglia. Quella morte (del parroco, nel 1933, ndr) ha fatto rivivere in tutta la sua intensità il desiderio del ritorno per sempre a casa. Caduta la causa della sua permanenza, non indugiò a soddisfarlo senza alcun pensiero all’entità dei risparmi. Pareva refrattario ad ogni sentimento che non fosse il sentimento religioso, ma la sua partenza immediata ha dimostrato quanto addentro quell’affetto fosse penetrato nell’anima sua, chiusa alle manifestazioni, e quanto grande fosse l’amore alla sua terra, di cui il lungo tempo della lontananza non era riuscito a lenire il ricordo”.
(2 – fine)
Tratto da: “Il vecchio sacrista”, di Martino Branca. Pubblicato su ‘Il Giornale d’Italia’ del 21 gennaio 1934. La prima puntata è stata pubblicata sul numero 93 del 1.1.2004. Su Antonio Bordignon si veda anche quanto pubblicato da Il Vento sul n. 91 del 1.12.2003 e sul n. 92 del 15.12.2003.
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15 Febbraio 2004
I banchi di legno
In questa puntata vogliamo ricordare coloro che, in tempi passati e recentemente, hanno donato alla chiesa un banco di legno. Sono particolari, tipici delle chiese, ad incastro, nel senso che ciascuno funge da sedile sul davanti, ed il retro (la schienale) serve anche da poggia gomiti, porta oggetti ed inginocchiatoio per chi siede nel banco retrostante. I banchi che si trovano nella chiesa di Santa Maria Maddalena sono relativamente recenti. Prima dei lavori di ristrutturazione, ampliamento (fu allungata di circa otto metri) ed impoverimento della chiesa (nel senso che vennero cancellati gli affreschi, tolto il pulpito di marmo e le colonnine delimitanti le cappelle) effettuati a partire dal 1952, non c’erano gli attuali banchi ma solo sedie e panche, in gran parte diseguali. Terminati i lavori si cominciò a collocare i nuovi banchi, sostanzialmente uguali, anche se realizzati da falegnamerie diverse (Leoncini, Ornano e recentemente Bifulco), donati dai fedeli. I banchi mostrano una targa indicante da chi e/o in memoria di chi, furono donati. Cominciamo l’elenco partendo dalla fila di destra guardando e sotto l’altare maggiore. Leggiamo insieme le targhe. 1) In memoria di Ermanno Verde; 2) In memoria di Rosa Piras; 3) In ricordo di Maria Perifano, 1982; 4) In memoria di Antonio ed Efisia Burranca, una prece; 5) In memoria di Totò e Gioacchino Apogeo, una prece; 6) Giovanetta Tanca vedova Vargiu; 7) In memoria di Giovanni ed Anita Amalfi; 8) Famiglia Igino Sabatini; 9) La famiglia in memoria, Cav. Mario Sangaino, 8.6.1998; 10) In memoria di Angelo Birolo; 11) Donato da Fastame Annibale e famiglia; 12) Gruppo Famiglie II Base; 13) Famiglia Chirri Barengo; 14) Marta Raffo Susini; 15) Francesca e Giov. Battista Murasso; 16) Donne Cattoliche II Base; 17) Maestrale Ginevra, alla memoria dei genitori; 18) Remilda ed Ettore Licheri, in memoria dei loro cari; 19) Vedova Carbini, in memoria di Antonio Carbini (manca però ancora la targa).
(1 - continua)
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1 Marzo 2004
I banchi di legno (2° fine)
Proseguiamo nel ricordare coloro che, in tempi passati e recentemente, hanno donato alla chiesa di Santa Maria Maddalena un banco di legno. I banchi mostrano una targa indicante da chi e/o in memoria di chi, furono donati. Riprendiamo l’elenco partendo dalla fila di sinistra guardando e sotto l’altare maggiore. Leggiamo insieme le targhe. 1) In memoria. Famiglia Leoni-Azara; 2) Un Gruppo di Famiglie; 3) In memoria di Emma Guccini; 4) In memoria di Giuseppe e Fannj Carrega; 5) Siffo Giovanna ved. Sposito, in memoria dei suoi cari; 6) Vincenzo e Maria Carrega; 7) Anna e Luigi Orlando; 8) L.M.; 9) Famiglia Grondona; 10) Alla memoria dei suoi cari, Fam. Piero Leoncini, 1998; 11) Volpe Vincenzino, in memoria dei suoi cari; 12) Fam. Grondona; 13) In memoria del comandante Filippo Ogno; 14) Associazione Nazionale Marinai D’Italia, Gruppo Domenico Millelire, La Maddalena; 15) Elia – Isidoro – D’Apice; 16) Una prece per la defunta Anna Procopio; 17) Alla memoria di Piero Giribaldi, la mamma; 18) Francesca Maria Ornano; 19) Michele e Laura Demontis; 20) Vedova Carbini, in memoria di Antonio Carbini (manca però ancora la targa). Negli ultimissimi anni, nelle cappelle laterali, sono state introdotte alcune panche: quattro a destra e quattro a sinistra. Cominciando da sinistra dell’altare maggiore leggiamo: 1) in memoria di Pietro Pintus; 2) Senza targa; 3) Floris Tatiana, in memoria del marito Giovanni Deligia; 4) In memoria dei defunti Colavin. Le panche a sinistra invece recano: 1) Senza targa; 2) In memoria di Lino Grondona; 3) Senza targa; 4) Senza targa.
(2 – fine)
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