Storia della Parrocchia
Storia della Parrocchia
a cura di Claudio Ronchi
Archivio 2004

15 Marzo 2004
Ampliamento e restauro del 1948
Il 13 febbraio 1948 il Consiglio Comunale di La Maddalena, presieduto dal sindaco Giuseppino Merella, e nel quale il partito della Democrazia Cristiana aveva la maggioranza assoluta, approvò la deliberazione che disponeva, su richiesta del parroco dell’epoca don Salvatore Capula, l’ampliamento e la sistemazione della chiesa parrocchiale di Santa Maria Maddalena. L’argomento venne introdotto da Pietrino Isoni, democristiano, assessore ai lavori pubblici. Il verbale di quella seduta consiliare riporta la relazione dell’Assessore il quale, dopo aver ricordato che la chiesa venne costruita “nel 1820 circa”, quando la popolazione dell’Isola “ascendeva a circa 3000 unità” e che da allora “il nostro centro progredì fino a quadruplicarsi numericamente come popolazione e questo fenomeno va attribuito alla metamorfosi che subì la nostra isoletta, che da centro dedito alla pastorizia ed alla pesca, quale era al tempo del regno Sardo Piemontese, assurse ai fastigi di centro militare, a difesa del Tirreno e dell’Isola Madre” proseguì descrivendo le condizioni della Chiesa. “Da allora – affermò Pietrino Isoni – la nostra Parrocchia non ebbe alcuna conveniente manutenzione ed il tempo, con la sua inesorabilità e fatalità lavorò nel senso distruttivo, per cui, ora, nel 1948, con una popolazione di circa 12.000 anime, si ha una chiesa inadeguata alle esigenze dei fedeli ed instabile, intendendo per instabilità il tetto che tramanda abbondante umidità e pioggia; gli altarini delle cappelle cascanti; un pavimento indecoroso e consunto; un’entrata inadeguata esteticamente ed insufficiente alle esigenze; un campanile inadatto ed incompleto; una fonte battesimale che mal si adegua all’importanza del sacramento cui è destinata; una meridiana che testimonia un tempo che fu e che richiama nostalgicamente ai fedeli la necessità di restaurare l’orologio che i bombardamenti distrussero; un tutto – proseguì l’assessore Isoni – che sa di vecchio e di stantio, di cadente e di ammuffito, con un interno scortecciato che desta un certo senso di sdegno; che offende terribilmente il nobile sentimento dei fedeli. Certo, in tanti anni trascorsi dalla costruzione della nostra chiesa, la cazzuola del muratore non penetrò a rinvigorire le spente mura e gli archi a tutto sesto, trasudanti liquame da ogni poro, ed il pennello degli imbianchini (che un sentimento semplice ed altruistico del popolo elevò a dignità di pittori) vi penetrò solamente per danneggiare, con sgorbi carnevaleschi, la semplicità austera della chiesa, mentre il pavimento, attraverso la sua consumazione, testimonia l’afflusso dei fedeli e la mancanza di manutenzione”.
(1 – continua)
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1 Aprile 2004
Ampliamento e restauro del 1948
“In sintesi” proseguì l’assessore ai Lavori Pubblici Pietrino Isoni, “la nostra parrocchia ha necessità di una conveniente sistemazione, restauro generale ed adeguato ampliamento, al fine di renderla consona all’importanza della città e degna del culto che rappresenta. Il parroco nostro, reverendo don Capula, ha fatto lodevolmente approntare un progetto, redatto a cura dell’ingegner Battino, progetto che è stato depositato dal sindaco, durante una sua recente visita, alle Prefettura, in attesa che il Consiglio Comunale si pronunci in merito. L’opera verrebbe chiesta mediante esecuzione a cura dello Stato, gravante per il 50% sullo Stato ed la restante parte sul Comune, con anticipazione totale da parte dello Stato, salvo il rimborso in trenta annualità, costanti senza interessi, decorrenti dal terzo anno successivo a quello del collaudo dei lavori. Il Consiglio Comunale – andò a concludere l’assessore Isoni – è invitato ora a pronunciarsi, e nel chiedere il suo pronunciamento favorevole, mi sia permesso rivolgere un monito sulla spiritualità dell’opera, sulla necessità della stessa, sulla caducità delle cose umane e sulla necessità di ispirarci, nelle nostre azioni, ai sani precetti del cristianesimo e che, in definitiva, anche la Chiesa di Dio, tanto obliata in questo centro nella sua struttura materiale, merita il caldo ed affettuoso apporto della Civica Amministrazione, la quale, nel nome di Dio, intende adeguare la sua Chiesa alle giuste esigenze, specie nel tormentato periodo storico nel quale il materialismo ed il facile abbandono delle rette vie pare che conturbino seriamente l’umanità. Diamo al nostro centro una Chiesa degna dei fedeli, diamo alla nostra città dignità e decoro”. Prima di passare a ricordare la discussione che sull’argomento si ebbe in Consiglio Comune, vediamo come questo era composto. Eletto il 7 aprile 1946, era composto da 24 democristiani, 5 socialisti ed 1 comunista. Oltre al sindaco Giuseppino Merella (eletto dopo le dimissioni di Elindo Balata) sedevano tra i banchi della maggioranza: Vincenzo Carrega, Angelo Facchini, Armando Neri, Luigi Papandrea, Pasquale Porchedda, Felicita Guccini, Ercole Lobrano, Lorenzo Grondona, Luigi Guccini, Ercole Molinari, Bartolomeo Cannarsa, Salvatore Deiana, Andrea Del Monaco, Pietrino Isoni, Michele Secci, Pietro Leoni, Giuseppe Ogno, Primo Giagnoni, Giovanni Battista Vico, Adilio Culiolo, Vincenzo Farina, Mario Rossi. I socialisti erano Anselmo Cuneo, Salvatore Vincentelli, Manlio Sorba, Giacomo Pittaluga e Giacomo Arras. Il PCI era rappresentato da Giuseppe Rassu, ex membro dell’Azione Cattolica.
(2 – continua)
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15 Aprile 2004
Ampliamento e restauro del 1948
Conclusa la relazione dell’assessore Isoni, il sindaco Giuseppino Merella aprì la discussione. Chiese ed ottenne la parola il consigliere comunale Anselmo Cuneo, socialista, il quale obbiettò come il Comune avesse problemi più urgenti cui far fronte, come “strade vicinali, fognature ecc.” e come “il cinquanta per cento della spesa”, comportasse “la cifra di diversi milioni, che il Comune non può addossarsi”. Gli rispose il sindaco precisando che “il lavoro della chiesa non pregiudica gli altri”. Prese poi la parola il consigliere Manlio Sorba il quale obbiettò che non si rovinasse “né la chiesa né la piazza antistante. Si facciano pure nuove chiese – affermò- ma si lasci com’è quella esistente, che è sufficiente”. La parola fu poi data al consigliere Salvatore Vincentelli, socialista anche lui come Sorba, il quale si dichiarò contrario all’ampliamento e favorevole invece al restauro. Successivamente intervenne il democristiano Battista Vico (fratello di padre Salvatore Vico) il quale rassicurò anche lui il consigliere Cuneo circa gli altri lavori da realizzare a La Maddalena ed affermò che “non si dica che l’ampliamento della Chiesa sia in contrasto coi desideri dei vecchi maddalenini, essendo tra i fedeli plebiscitaria l’adesione”. Intervenne di nuovo il sanguigno consigliere Sorba gridando che “la Chiesa deve rimanere dov’è “ e ricordando che “un tempo furono fatte delle offerte da parte dei fedeli alla Chiesa e non si sa dove siano andate a finire”. Alla domanda di Sorba rispose Vico dichiarando che quelle offerte raccolte vennero destinate “alla sistemazione del tetto”. Alla risposta di Vico ribatté con decisione Sorba ricordando che il tetto della Chiesa era stato fatto dal Comune”. Venne ancora risposto che il Comune non aveva fatto spese in tale senso, poi si giunse a votazione. Per l’ampliamento votarono in 17; 5 furono per il no, e precisamente i consiglieri Grondona, Cuneo, Vincentelli, Arras e Sorba. Era il 13 febbraio 1948. Per qualche anno tuttavia, sebbene le polemiche imperversassero, non se ne fece niente. Poi l’incarico del progetto venne affidato ad un altro tecnico, Simon Mossa di Sassari. Il 18 dicembre 1951, quando i lavori stavano per cominciare, circa 150 persone presentarono una petizione al sindaco Giuseppino Morella con la quale chiedevano la “non attuazione dell’ampliamento della chiesa secondo il progetto dell’architetto Simon”. Primo firmatario della richiesta era il farmacista Paolino Loriga, seguito da Domenico Scotto. Tra i tanti firmatari risulta anche don Salvatore Vico. Testardamente il sindaco Merella ed il parroco Capula procedettero.
(3 – continua)
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1 Maggio 2004
Ampliamento e restauro del 1948
I lavori della nuova facciata della chiesa di Santa Maria Maddalena iniziarono nel 1952 e terminarono nel 1953. Ad eseguirli fu la ditta Giorgio Sacchetti di La Maddalena, con capo cantiere Adolfo Virgola che eseguì l’opera sulla base del progetto dell’architetto Simon Mossa di Sassari. Fu prima edificata la nuova facciata (in stile vagamente mediterraneo), avanzata di otto metri rispetto all’antica (in stile barocco piemontese) che venne demolita successivamente. Paolo Mureddu, allora giovane operaio della ditta Sacchetti, ricorda le difficoltà alle quali si andò incontro per l’edificazione della nuova, imponete facciata, più alta rispetto alla precedente, recante un muro di larghezza pari 1 metro e 20 centimetri.. Il problema nasceva dal fatto che sotto piazza Santa Maria Maddalena esisteva (ed esiste tuttora) una cisterna (grande quasi quanto tutta la piazza), che si regge secondo il millenario sistema degli archi, realizzati con mattoncioni pieni di terracotta. I tecnici dubitavano che le volte della cisterna fossero in grado di sopportare il nuovo peso. Provarono con un lunghissimo trave di calcestruzzo, ma senza risultato. A risolvere il problema fu – secondo il racconto di Mureddu – Adolfo Virgona il quale, nel fondo della cisterna realizzò due massicci pilastri di granito (uno all’imboccatura di via Barone Manno e l’altro all’imboccatura di via Ilva). Su questi grossi pilastri armò e realizzò un imponente, unico, arco di granito (a doppio ‘cantone’ di Cava Francese, legati tra loro da calce e sabbia) sul quale fu costruita la nuova facciata. La chiesa, internamente, ebbe dunque un ampliamento longitudinale e l’aggiunta di un’arcata. “In quella occasione – si legge nella relazione tecnica dell’architetto Pier Luigi Cianchetti, incaricato nel 1991 di ripristinare, come avvenuto, l’antica facciata ottocentesca - si procedette pure ad una nuova intonacatura e tinteggiatura dell’interno con operazione che, pur avendo lasciato gli stucchi originari, ha cancellato tutti i motivi floreali e la gamma cromatica delle terre che davano risalto ai rilievi, con una probabile combinazione armonica e ben calibrata di colori. Vennero pure smantellate le balaustre delle navate laterali ed il pulpito di marmo intarsiato, i cui pezzi oggi sono ammassati in una delle logge laterali”. Fu sostituito anche l’antico pavimento di cotto con lastre di marmo bianco e scuro mentre gli zoccoli, successivamente, furono realizzati con mattonelle bianche e viola, di dubbio gusto, così come il sagrato. Dopo la demolizione del Cimitero Vecchio* (iniziata il 6 febbraio 1948), le sostanziali modifiche della chiesa cancellavano un’altra parte della memoria storico-cristiana della comunità isolana.
( 4 - fine )
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