N° 50 del 1 Marzo 2002 - pagina n°6 -
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1 Marzo 2002
Pagine di Catechesi
domande a don Sandro Serreri
- D. Immaginando che, per ipotesi, tutti i maddalenini leggano “Il Vento” e in particolare questa rubrica (praticanti, meno praticanti, ma soprattutto tiepidi, lontani, scettici, non credenti), cosa direbbe a ciascuno di loro, in questo preciso contesto e in questo momento storico, sulla Quaresima?
- R. Certo di venire letto da circa cinquecento persone, sono anche sicuro che molte di queste non sono “praticanti”. Pertanto, raggiungere soprattutto i “lontani” non è impresa facile. Comunque, tentiamo di trasmettere a tutti un messaggio per questa terza Quaresima di inizio Millennio, sperando di venire letto - ancora una volta - con interesse e stima. Ho sempre sentito e vissuto la Quaresima come tempo di riflessione, di sosta per esaminare più profondamente la mia coscienza. E questo, osservando più attentamente – senza aver paura di trovarmi manchevole – il mio rapporto con il prossimo, con i beni materiali, con me stesso. Ecco, allora, quel che direi ai miei lettori, praticanti e non. Partire dall’esaminare il rapporto con l’altro, gli altri, a iniziare dalla famiglia. Non si può pensare di fare un serio esame di coscienza senza prima osservare quale sia il nostro rapporto con il coniuge, con i figli, con i genitori, con i parenti. Credo che un limite, permettetemi: un peccato, dentro le mura domestiche sia: la sopraffazione, il volersi imporre a tutti i costi sull’altro, il fare di tutto per dominare tutti e tutto. Si tratta di un limite (peccato) che genera tensioni, disparità, squilibri, rancori, piccole vendette, cattiverie nascoste, silenzi pericolosi, bugie nocive. Dalla famiglia, poi, passare all’ambiente di lavoro. Questo costituisce una continua palestra di vita della quale molti farebbero a meno. Nei luoghi di lavoro ci si può fare del male quando scatta l’invidia nei riguardi di un collega, l’antipatia che può persino diventare odio, il dispetto che può trasformarsi in vendetta. E poi, domandarsi: Faccio tutto il mio dovere? Agisco sempre e comunque nella legalità? Mi lascio sedurre dall’interesse di parte? Mi chiudo in un lavoro dove non dò il massimo delle mie capacità, ma mi accontento di fare il minimo indispensabile? Il lavoro – manuale o intellettuale, secondo i diversi mestieri e le diverse professioni – è un tavolo di prova al quale non si può sfuggire, se vogliamo esaminare seriamente la nostra coscienza. Da come esercitiamo il nostro lavoro dipende la serenità con noi stessi, con gli altri, la gratificazione o la frustrazione. Passiamo ora al rapporto con i beni materiali, soprattutto osserviamo quale sia il nostro rapporto con il denaro. Non vi è dubbio che il denaro sia necessario, ma, domandiamoci: Quale valore diamo al denaro? In una scala di valori qual è il posto che occupa? E i beni materiali? Quanto contano? Il denaro, i conti che non tornano, i debiti, acquisti sbagliati o esagerati, forse non ci tolgono il sonno, non ci rendono nervosi e scontrosi in famiglia, sul lavoro? Ma, dopo tutto, a che servono tutte queste tribolazioni, se poi non riusciamo ad essere sereni in famiglia, con i colleghi e in pace con noi stessi? In fine, l’ultima domanda: Che rapporto abbiamo con noi stessi? Ci stimiamo? Accettiamo i nostri limiti? Ci impegniamo nel correggere quei difetti – imputabili al carattere – che ci fanno stare male con gli altri? Ci sacrifichiamo nel far sì che la nostra vita sia migliore? Ecco, la Quaresima è … tentare di affrontare questo esame di coscienza per accorgerci che abbiamo bisogno di Dio; che da soli non ce la facciamo ad essere uomini e cittadini felici; che abbiamo bisogno di fare entrare Dio dentro la nostra vita, la nostra famiglia, il nostro lavoro, la nostra società, perché l’inquietudine è dell’uomo, ma la pace è dono del Signore Gesù, nato morto e risorto per i praticanti e per i “lontani”; per l’uomo che si ferma e si domanda (commosso): Chi sono? Da dove vengo? Dove sto andando?
1 Marzo 2002
Piante, storie e tradizioni
a cura di Giovanna Sotgiu
Fior d’oro, crisantemo giallo (n. scient. Chrysanthemum coronarium, n. loc. cacaranciu)
Anche se non è ancora in piena fioritura, il cacaranciu è gia abbastanza alto e si distingue fra le altre piante erbacee per le dimensioni (può raggiungere fino a 80 cm) e per la ricchezza della articolazione delle foglie di colore verde scuro ma brillante. I fiori giallo dorato caratterizzati dal margine dentellato incominciano a spuntare e proseguiranno la loro splendente esibizione fino a maggio inoltrato. La pianta è fra le più conosciute dai maddalenini, anche se gli usi di un tempo sono ormai scomparsi: se la vecchia abitudine di mangiarne i gambi sbucciati può non dispiacere per ovvie questioni igieniche, non altrettanto si può dire per l’abbandono dei giochi che vedevano il cacaranciu protagonista: quando si giocava “alle signore”, ad arricchire il tavolo della padrona di casa (spesso una cassetta rovesciata o una pietra piatta) c’era un mazzetto di cacaranci o di altre essenze spontanee; a dire il vero anche le signore, quelle vere, non disdegnavano il giallo di questi fiori, magari mischiato al bianco delle margherite coltivate nei giardini. Ma il ruolo più importante il cacaranciu lo rivestiva nella preparazione dei “tesori”, realizzati a terra in un fossetto, il cui fondo veniva coperto con carta argentata (quella dell’uovo di Pasqua era ricercatissima); sopra si disponevano piccoli oggetti brillanti che potessero far pensare a gioielli o cose preziose: pezzetti di vetri colorato, gli involucri dei cioccolatini o delle caramelle e qualche fiore, soprattutto quelli splendenti di cacaranciu. Su questo tesoro veniva appoggiata una lastrina di vetro trasparente e quindi il tutto veniva ricoperto di terra avendo cura di prendere qualche punto di riferimento preciso per ritrovare il tesoro quando si decideva di mostrarlo agli amici asportando la terra con le mani per rivelare la “ricchezza” nascosta.