N° 58 del 30 Giugno 2002 - pagina n°
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30 Giugno 2002
Pagine di Catechesi
domande a don Sandro Serreri
- D. Domenica 16 giugno, alla presenza anche di una ventina di parrocchiani maddalenini, Giovanni Paolo II ha inserito nel Canone dei santi padre Pio da Pietrelcina. Anche lei era tra i pellegrini accorsi per questo straordinario evento. Può offrirci la sua testimonianza?
- R. La gente chiedeva: “Padre, la Comunione!”. La gente era quella che la domenica mattina del 16 giugno si schiacciava dentro un vero e proprio forno: Piazza san Pietro. Il santo Padre Giovanni Paolo II con voce – stranamente – forte e chiara aveva dichiarato, alla Città e al Mondo: “Decernimus” (lo ordiniamo). Il frate Pio da Pietrelcina veniva – finalmente – proclamato santo. La richiesta era disorientante e commovente. Uomini e donne, anziani e giovani, esprimevano un solo desiderio: ricevere la Comunione. Passando per i roventi corridoi della Piazza ridiventata capitale del mondo, con Gesù Eucaristia tra le mani sudate, insieme ad altri circa quattrocento sacerdoti, mi sono sentito seguito da mille e mille occhi. Raggiunto il settore dove dovevo distribuire la Comunione mi sono commosso, perché – dimenticando dove ero e a quale evento stavo partecipando – ho visto un solo grande popolo: quello dei cercatori di Dio, quello di chi vuole nutrirsi di Dio. “Padre, la Comunione!”, mi chiedevano. E dando loro la Comunione sentivo forte che li stavo nutrendo di Dio. Quando, poi, vedendo la pisside svuotarsi lentamente, ho pensato, quasi con angoscia: molti resteranno senza! E così è accaduto. Dispiaciuto di non aver potuto soddisfare tutte le richieste, ritornando presso la basilica, guardando chi tendeva ancora la mano e mi chiedeva: “Padre, la Comunione!”, ripetutamente mi sono domandato: Quanti sono rimasti senza la Comunione? Quanti? E, ancora, ho pensato: Quale grande responsabilità abbiamo noi sacerdoti! Il dovere assoluto verso questa responsabilità ce lo ha testimoniato P. Pio, come nonostante la canonizzazione continueremo a chiamarlo. Papa Paolo VI di lui così ebbe a dire: “Guardate che fama ha avuto, che clientela mondiale ha adunato intorno a sé! Ma perché? Forse perché era un filosofo? Perché era un sapiente? Perché aveva mezzi a disposizione? Perché diceva la Messa umilmente, confessava dal mattino alla sera, ed era, difficile a dire, rappresentante stampato delle stimmate di Nostro Signore. Era un uomo di preghiera e di sofferenza” (20 febbraio 1970). Avvicinandomi sempre più, con timidezza e – lo confesso – tante riserve mentali, alla persona di P. Pio sto scoprendo, forse, ciò che manca al mio sacerdozio e alla mia vita pastorale.
30 Giugno 2002
Piante, storie e tradizioni
a cura di Giovanna Sotgiu
Fico (nome scien. Ficus carica, nome loc. ficu)
Come albero o arbusto selvatico il fico cresce fra le rocce, preferibilmente presso vene d’acqua; coltivato grazie alla bontà dei suoi frutti, è conosciuto in tutto il mondo anche se originario dell’area mediterranea e della fascia che dal Medio Oriente arriva fino all’India. E’ facile ottenere nuove piante trapiantando un pollone staccato dalla base, oppure inserendo nella terra la parte frondosa di un ramo che, secondo gli intenditori locali, dovrebbe formare nuove radici. Il legno troppo morbido non consentiva usi di falegnameria e non aveva grande successo neanche come combustibile per il camino: se ne facevano però delle trottole, più economiche, ma più fragili rispetto a quelle di lilatro. I frutti (in realtà si tratta di infruttescenze che racchiudono i numerosi e piccolissimi fiori che si presentano a partire da giugno), malgrado il loro potere lassativo, trovavano largo impiego nella dieta, non solo estiva: infatti quasi tutte le famiglie preparavano per l’inverno i fichi secchi che servivano per completare il pasto di chi doveva restare tutta la giornata fuori casa per lavoro, e costituivano, nel periodo natalizio, una prelibatezza se imbottiti con noci o mandorle. Non era molto comune, anche se conosciuta e apprezzata, la marmellata. Il latice urticante veniva usato per eliminare porri, calli, verruche. Essendo stata io una di quelle ragazzine un tempo tormentate dalla presenza di tanti porrini sul dorso delle mani, e dall’idea che non sarebbero mai andati via, ho provato tutti i rimedi che di volta in volta mi venivano suggeriti. Alcuni erano sicuramente una benevola presa in giro, come quello di contare le stelle in una notte d’estate senza staccare mai gli occhi dal cielo fino ad arrivare non ricordo più a quale numero. Ma altri sistemi venivano dati come seri: mettere le mani nell’acqua piovana del primo temporale di agosto, quello della “rottura dei tempi”, causa della brutta schiuma che avrebbe dovuto compiere il miracolo; tenere le mani a lungo nel liquido ottenuto dopo aver messo le melanzane col sale in un colapasta; far cadere su ogni porrino una goccia di latice di euforbia o di quello che sgorga dal picciolo dei fichi non perfettamente maturi: il tormento era costituito dal fatto che il liquido biancastro finiva sulla pelle provocando pruriti e irritazioni. Per la cronaca: i miei porrini hanno resistito a tutte le “cure” e sono scomparsi da soli senza che io me ne accorgessi.