N° 64 del 30 Settembre 2002 - pagina n°
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30 Settembre 2002
Pagine di Catechesi
domande a don Sandro Serreri
- D.
Quale linguaggio usa la Chiesa per rivolgersi ai fedeli? Nelle prediche, negli incontri, nelle riunioni, nei convegni, molti sacerdoti, molti vescovi, usano un linguaggio poco comprensibile dai più, difficile, per addetti ai lavori. Se non riescono spesso a farsi capire dai “vicini”, come pensano poi di poter evangelizzare i “lontani”?
- R.
Già il Concilio Vaticano II nella Costituzione Sacrosanctum Concilium sulla sacra liturgia (4 dicembre 1963) si era posto il quesito della lingua-linguaggio, la cui soluzione poteva “riuscire di grande utilità per il popolo” (SC, n. 36§2), ma anche per gli alunni dei seminari (cfr. Decreto Optatam Totius sulla formazione sacerdotale, 28 ottobre 1965, n. 13). Per i candidati al sacerdozio, il citato Decreto raccomandava “una diligente loro istruzione… nella predicazione” (OT, n. 19). Gesù è stato il comunicatore per eccellenza. Il suo fu il linguaggio tipico dei maestri del suo tempo: colto, ma, al contempo, sapiente; frutto d’istruzione, ma anche di sensibilità ed esperienza. Per capire, basti pensare alle parabole, vera sintesi del metodo dei grandi maestri contemporanei di Gesù. Ricche d’immagini, luoghi, personaggi, usi, propri della società del tempo, le parabole erano comprensibili a tutti i tipi di uditorio, specialmente a quello popolare. Gesù non disdegnava le citazioni tratte dalla Legge, dai Profeti e dai Salmi, ma li faceva passare attraverso immagini colorite per strappare il sorriso, estreme per attirare attenzione, semplici per far cogliere l’insegnamento morale, forti per scuotere le coscienze, convincenti, senza mezze misure, chiare. Si trattava di una vera arte capace di coinvolgere l’ascoltatore e finalizzata a catturare il suo desiderio di domande e risposte e, quindi, di dialogo. Il fascino che tale metodo esercitava era fortissimo e, quel che più contava, dava sempre i buoni frutti dell’ascolto, della domanda, della conversione. Leggendo i Vangeli, è facile trovare conferma di quanto detto. Oggi il problema di come comunicare gli insegnamenti del Vangelo non è risolto, ma la questione continua a far discutere, scrivere, organizzare e tenere lezioni, corsi, convegni. Credo, però, che il quesito sia mal posto. Penso, infatti, che il problema non stia tanto nel farsi capire, quanto nel saper coinvolgere e convincere. La mia osservazione punta il dito non tanto sui vocaboli difficili, le espressioni articolate, l’erudizione, le citazioni abbondanti, gli esempi ripetitivi, quanto sul “peccato” di cecità e di sordità. Mi spiego. Non si può comunicare, a qualsiasi livello, senza aprire veramente gli occhi sugli ascoltatori; non si può parlare senza aprire veramente gli orecchi sull’uditorio che non è mai totalmente passivo. Un esempio di comunicatore, predicatore, maestro attento e sensibile ai sensi della vista e dell’udito: Giovanni Paolo II. Tutto nel suo linguaggio faceva intendere il forte desiderio di coinvolgere e convincere l’ascoltatore: il tono della voce, l’espressività, le pause, il forte ed il piano, lo sguardo, i gesti, le interruzioni per poi proseguire e aggiungere a braccio, l’improvvisazione per cercare il dialogo con l’uditorio. Sarebbe, dunque, molto istruttivo ascoltare i discorsi di Giovanni Paolo II. È un modello da imitare, per tutti: Vescovi, sacerdoti, teologi, conferenzieri, catechisti, animatori.
30 Settembre 2002
Piante, storie e tradizioni
a cura di Giovanna Sotgiu
Giunco (nome scien. Juncus acutus, nome loc. juncu)
Pianta caratteristica dei luoghi umidi, cresce spesso vicinissimo al mare, dove arriva l’acqua dolce dei piccoli stagni costieri o delle vadine. I fusti rotondi, alti fino a 120 centimetri, portano nella parte sommitale le infiorescenze, superate da foglie che si sono indurite e acuminate in modo da proteggere il cespuglio con la loro pungente barriera. Diverse sono le zone che, assumendo il nome da questa pianta, si chiamano Junchiccia: cito ad esempio quella di Caprera lungo la strada sterrata, fra i due pozzi coperti della pineta grande sotto la casa Zicavo e il ponticello prima del bivio Stagnali-Punta Rossa: si tratta di una zona dove l’acqua tende a ristagnare prima di arrivare al mare e quindi si arricchisce di giunchi e tamerici. I fusti flessuosi, scelti scartando quelli vuoti, venivano estirpati preferibilmente in inverno, a partire dal mese di novembre (alcuni dicono a luna nuova, altri a luna vecchia), raccolti a mazzi, liberati dei fiori con un preciso taglio di accetta, messi al sole ad asciugare per una decina di giorni e quindi conservati in luogo fresco. Un giorno prima dell’utilizzo erano immersi in acqua, dove si ammorbidivano, perché fosse più facile maneggiarli. I pescatori preferivano estirpare i giunchi in estate, seguendo poi le stesse modalità di conservazione; li usavano (soprattutto i Ponzesi) per la costruzione delle nasse: quelle per gli zerri (di grandi dimensioni, alte fino a 220 centimetri) e quelle per murene e gronghi (alte un metro) erano composte esclusivamente di giunchi; quelle per le aragoste, invece, avevano i giunchi nella parte interna e le canne in tutti i giri esterni. Ogni anno bisognava rifare tutto il corredo di nasse che marcivano nella stagione della pesca. I bambini conoscevano bene la pianta: mangiavano la parte bianca, basale dei lunghi steli, che sapevano sradicare evitando di pungersi, ne facevano frustini per spronare i fantasiosi cavalli dei loro giochi. Un vecchio signore (il nonno della signorina Tina Milò), all’inizio del secolo scorso, creava delle tende da applicare alle finestre per proteggersi dal sole: su una tavola, lunga quanto l’apertura da coprire e abbastanza larga da sostenerne il peso, legava la stuoia fatta di giunchi tenuti insieme con spago intrecciato, rifiniti, di lato, da strisce di tela colorata e, in basso, da un’altra tavola che consentiva di alzare e abbassare la tenda.
1° parte