N° 69 del 15 Dicembre 2002 - pagina n°
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15 Dicembre 2002
Pagine di Catechesi
domande a don Sandro Serreri
- D. A La Maddalena sembra che alcuni proprietari di appartamenti o di villette, dopo averle affittate nei mesi estivi, le affittino anche nei mesi invernali a studenti e giovani, in genere minorenni o comunque poi frequentate anche da minorenni, ragazzi e ragazze. Di ciò i genitori spesso sono ignari, o lo ignorano più o meno consapevolmente, non preoccupandosi dove e come i loro figli trascorrano molte ore della giornata. È possibile?
- R.Il fenomeno esiste e molti genitori lo approvano visto che sono loro a pagare l’affitto. A La Maddalena ci sono appartamenti e villette dove adolescenti minorenni e maggiorenni, ragazzi e ragazze, si ritrovano " pensiamo " per ascoltare musica e divertirsi insieme. E fin qui non vi è nulla di male. Ma sorge una domanda: chi vigila su di loro, soprattutto durante i raduni notturni? Chi controlla il loro stare insieme? Non credo sia sufficiente per un genitore sapere dove sia il proprio figlio o figlia, ma anche con chi e che cosa fa. E’ vero che non si può continuamente vigilare sui nostri adolescenti, perché anche loro hanno diritto a veri spazi e tempi di libertà e privacy. Ma questi hanno anche il diritto di non essere lasciati completamente soli, privi di qualsiasi concordata e rispettosa forma di controllo. Il fenomeno degli appartamenti affittati e frequentati da adolescenti, è anche segno che i nostri ragazzi non hanno altri luoghi dove incontrarsi per stare insieme, ascoltare della musica, divertirsi, che non siano il bar, la piazza, il vicolo, la scalinetta. Questi appartamenti affittati sono una risposta a questi bisogni tipicamente adolescenziali. E sono anche un altro segno della mancanza nella nostra città di strutture sociali create e destinate ai nostri adolescenti e giovani dove essi possano soddisfare i loro bisogni di libertà, di gruppo, d’interessi comuni (musica, informatica"), di ricerca di una propria identità. Strutture sociali dove però vi sia anche l’educatore, che controlla che il loro stare insieme sia anche ordinato ad una progressiva educazione alla vita e alle responsabilità sociali. Credo che ancora una volta ci troviamo di fronte a un altro fenomeno che chiama noi adulti in causa e ci trovi manchevoli nei riguardi dei nostri figli, oggi adolescenti domani cittadini.
15 Dicembre 2002
Piante, storie e tradizioni
a cura di Giovanna Sotgiu
Ginepro fenicio (nome scient. Juniperus phoenicea, nome loc. ajacciu)
Dopo avere, nel numero precedente, cercato di evitare all’aiacciu il poco dignitoso destino di albero di Natale, vediamolo ora più da vicino. E’ il componente più comune della macchia, presente in varie forme secondo le situazioni ambientali: può raggiungere dieci metri di altezza o adattarsi alla condizione strisciante di alcune piante della gariga costiera. Nella prima fase della crescita ha un aspetto spinoso che lo fa rassomigliare all’erica, poi le foglie diventano morbide, piccolissime, squamose. I fiori compaiono nei mesi invernali, sono minuti, giallognoli e non contengono gli elementi dei due sessi come nella maggior parte delle piante, ma sono solo maschili o solo femminili. Difficilmente le bacche che cadono naturalmente a terra sono in grado di dare origine a nuove piante: ad aiutare la propagazione del ginepro provvedono invece gli uccelli che digerendo la bacca, depositano sul terreno semi pronti a germogliare. Chi volesse ottenere delle piantine di ginepro deve raccogliere le bacche mature (che presentano, cioè, un colore marrone intenso) sfregarle nel palmo della mano per rompere la copertura esterna e quindi depositare tutto a terra. I vecchi maddalenini costruivano con i rami contorti ma resistenti dell’aiacciu i cancelli (i catri) che chiudevano tanchi e mindi, ne ricavavano i furconi per la pulitura del grano in occasione della trebbiatura e ne usavano i lunghi tronchi come travi dei tetti: ancora oggi si può vedere questo tipo di copertura nella casa di Fangotto della famiglia Berretta e in alcune vecchie abitazioni del centro storico. Significativo il nome aiacciu col quale ancora oggi si designa la barra del timone dei gozzi. Quest’albero forte, resistente e longevo ha come solo nemico il fuoco che lo annienta: mentre le altre pianta della macchia, se le loro radici non sono state compromesse dalle fiamme, alle prime piogge autunnali fanno spuntare polloni che, anche se lentamente, ricostituiranno l’aspetto originario, l’aiacciu bruciato è definitivamente perso. Quando ne cerchiamo l’ombra profumata d’estate al mare, ricordiamo che a cala Corsara, a Santa Maria, a Caprera con i ginepri andati in fumo abbiamo perso tutti una ricchezza.