N° 86 del 15 Settembre 2003 - pagina n° 1 -
15 Settembre 2003
Arsenale : tristi rintocchi

Sono tristi i rintocchi della campana dell’Arsenale di Moneta. Dal 1° gennaio al 9 settembre 2003 sono andate in pensione, senza essere sostituite, 25 persone, facendo calare ‘a picco’, all’inimmaginabile numero di 192, le maestranze ancora occupate in Arsenale. E, dato ancora più preoccupante, si prevede che entro la fine dell’anno un’ altra trentina di persone (parte delle quali avrebbero già presentato domanda, altre avrebbero seria intenzione di farlo) saranno autorizzate, pare senza troppa difficoltà, a porsi in quiescenza, con la conseguente, ulteriore riduzione degli occupati a circa 160 unità. Ad aggravare questa realistica previsione si aggiungono poi le notizie provenienti dall’Agenzia Industrie Difesa, dalla quale attualmente dipende l’Arsenale, che avrebbe ultimato uno studio di ristrutturazione prevedente in pochi mesi una ulteriore drastica riduzione del personale dipendente a sole 65 unità. I lavoratori in esubero verrebbero ‘dirottati’ presso le Scuole Sottufficiali. Se così dovesse avverarsi si realizzerebbe sostanzialmente il vecchio piano ‘Difesa 2000’ che prevedeva la soppressione dell’Arsenale di Moneta considerato Ente inutile. Il tutto purtroppo si sta consumando nell’incomprensibile indifferenza dell’Amministrazione Comunale che solo su decisa richiesta delle opposizioni ha convocato per il 24 settembre prossimo il Consiglio Comunale, e nell’ assordante, profondo silenzio dei sindacati.
(Sullo stesso argomento: Il Vento n°81 del 15 giugno 2003)
15 Settembre 2003
Meditazione sulla
XXIV domenica T.O., Anno B.
a cura di don Sandro Serreri
"...la fede: se se non ha le opere, è morta in se stessa” (Gc 2, 17).
Mentre la fede viene dall’alto, è un dono del cielo, la nostra pratica esteriore vuole manifestare accoglienza e adesione all’intervento divino. Infatti, da Dio viene la fede, ma da noi vengono tutte quelle opere buone che da questa hanno origine e fondamento. Nella vita del cristiano, non c’è fede senza opere, non ci sono opere senza fede. Dunque, la fede da sola non basta; la fede da sola non può dire tutto. Chi dice di accogliere e di aderire alla fede, ma non ha le sue opere, s’inganna e non è testimone credibile. La nostra fede per essere autentica ha bisogno di manifestarsi nelle opere buone. Questo, perché anche noi sentiamo l’esigenza di vedere e toccare la fede, che diciamo d’avere, attraverso i suoi frutti. Appunto, le opere buone. La fede è un dono, ma le opere buone sono il risultato del nostro impegno a far sì che questa non sia soltanto un vissuto interiore, ma abbia la sua ricaduta anche nella vita del nostro prossimo. La fede è un dono che non può restare nascosto, pena la sua sterilità e morte. Non si può nascondere quanto per sua natura è stato donato affinché molti vedano le nostre opere buone e vedendole benedicano Dio. Chi pensa che sia sufficiente il culto esteriore, la religione, per fare parlare la fede si sbaglia. La fede è molto, molto di più. Infatti, la fede supera i nostri riti, le nostre belle liturgie, le nostre preghiere, per farsi Vangelo vivente. Questo, significa che abbiamo il dovere come cristiani di operare il bene in tutte le sue forme, in tutti i luoghi, in tutte le circostanze, con tutti. Ecco, allora, la necessità di non sentirci mai pienamente soddisfatti del dono della fede che abbiamo ricevuto, perché questo non è opera nostra. Piuttosto, dobbiamo darci da fare, con l’aiuto del Signore, perché le nostre opere buone siano le prime testimoni della nostra fede, dicano l’amore di Dio. Allora, si comprende il valore che può avere la nostra carità, la capacità di perdonare, il non giudicare nessuno, il rispetto per tutti, il servizio disinteressato, il tempo donato a chiunque si trovi nel bisogno, il combattere contro l’egoismo e l’orgoglio. Ecco le opere buone, ecco la nostra vera fede. Se non possiamo pretendere di vedere la fede, perché dono celeste tutto spirituale, possiamo e dobbiamo poter vedere i suoi frutti affinché non sia vano credere e sperare, vivere da cristiani, contribuire a portare il Vangelo nei tre campi più importanti della vita di tutti gli uomini: famiglia, lavoro e società, e perché Dio sia glorificato ogni giorno della nostra vita.
15 Settembre 2003
Inaugurata la piazza
La grande piazza di Moneta, recentemente terminata, è stata intitolata ufficialmente a don Giuseppe Riva, sacerdote maddalenino, primo parroco di Moneta, fondatore dell’Oasi Serena. La cerimonia, nel ricordo e nella commozione di quanti conobbero ed apprezzarono la grande fede, il profondo senso della carità ed il sincero amore per il prossimo, specialmente di quello solo e sofferente, di don Giuseppe, si è svolta domenica 7 settembre.

Era presente il vescovo mons. Paolo Atzei, il parroco don Domenico Degortes, il sindaco Rosanna Giudice, il presidente del Consiglio Comunale Antonio Satta. Padre Paolo, presente nell’Arcipelago per i festeggiamenti patronali di Maria Bambina, prima di giungere in processione nella inauguranda piazza, aveva concelebrato nel cortile dell’Oasi Serena la Messa del Malato, col parroco don Domenico Degortes, il vicario parrocchiale di Moneta don Terenzio Ntintantirageza, il vicario parrocchiale di S.Maria Maddalena don Sandro Serreri, il parroco della base Usa di La Maddalena don Brian Simpson.

I lavori di realizzazione della piazza don Giuseppe Riva risalgono all’amministrazione Birardi e fu quell’Amministrazione a disporre con delibera l’intestazione.”Don Giuseppe – ha ricordato il vescovo mons. Atzei – fu primo parroco di Moneta nel senso più alto del termine, nel senso più profondo ed anche più sociale. Egli infatti non è stato soltanto un grande padre di anime ma anche un grande padre fondatore di una comunità, organizzandola anche a livello civile. Ma soprattutto perché ha operato in silenzio ed umiltà. Silenzio ed umiltà della quale la storia di La Maddalena tante volte ha bisogno. La storia più bella l’ha scritta lui, don Giuseppe Riva, ed è una storia scritta nel libro della vita, sigillata nel cuore di Dio”.
"Per ulteriori notizie su don Giuseppe Riva si rimanda a Il Vento n. 38 del 1° settembre 2001, quando in occasione del quinto anno dalla morte gli furono ampi servizi."
15 Settembre 2003
L'editoriale
di don Sandro Serreri
Scuola: vuoto a perdere
Riapre la scuola accompagnata dai soliti problemi e polemiche. Dunque, niente di nuovo? No! Di nuovo ci sono loro gli alunni o, meglio, gli studenti, abbronzati e così cresciuti da non sembrare quelli lasciati qualche mese fa nelle aule elementari, medie o superiori. Mentre, gli insegnanti, i professori, questi sì che non cambiano. Infatti, anche quest’anno la questione è la stessa dell’anno scorso e degli anni passati: lo stipendio, il rinnovo del contratto. E poi, l’edilizia scolastica sempre più trascurata, gli edifici non accoglienti, le aule insufficienti, i finanziamenti negati. Il clima, allora, che si respira è quello di una scuola problema e non risorsa, spesa e non investimento. Siamo alle solite. Ecco perché all’istituzione scuola, ben oltre la retorica, non tutti danno fiducia e stima, ma molti guardano con diffidenza e rassegnazione. L’immagine forse irrispettosa di una scuola: vuoto a perdere, però può bene esprimere la considerazione di cui gode tra le famiglie degli studenti e nell’opinione pubblica. Dunque, una scuola vuota e perdente. Tutto questo, quando invece ho sempre pensato alla scuola come il più vero e forte presidio della democrazia. Sì, perché c’è meno democrazia là dove una scuola viene chiusa; c’è meno democrazia dove la scuola non c’è mai stata. La scuola, sempre e comunque, è una risorsa e un investimento. Questo, perché prima dell’edificio, prima dello stipendio, prima dei finanziamenti, ci sono gli uomini: gli studenti, i docenti, il personale, le famiglie. Oggi, a pensarci bene, solo la scuola riesce ad essere veramente garante di democrazia per via della sua pluralità, dell’incontro delle diversità, della convivenza di storie provenienti da diverse culture e società. Ecco, la forza e la debolezza della scuola. Per questo, ricordiamolo: sono gli uomini che vi studiano, insegnano, lavorano, a fare la scuola, ad essere scuola. Don Lorenzo Milani faceva scuola sotto un pergolato d’uva e nessuno s’interrogava se questa fosse o no una scuola nel senso pieno e vero del termine, perché c’era ciò che veramente conta: l’uomo in divenire. Non guasterebbe, allora, una maggiore presa di coscienza, a partire dalle famiglie, del valore della scuola come il luogo delle opportunità, dell’incontro, del confronto. Eliminiamo questa scuola, pur con tutti i suoi limiti e difetti, e allora veramente avremmo il vuoto, come se attorno e dentro di noi non c’è ne fosse già abbastanza. Se non ci fosse qualcuno che, al di là del migliorabile, non credesse nella scuola, sarebbe la fine. L’uomo ormai post-moderno può solo sperare che non sia mai posta la parola fine all’istituzione sociale scuola. Sarebbe una nuova barbarie. Stiamo conoscendo ben altre barbarie, ci mancherebbe solo questa! Così, in definitiva, conviene a tutti fare un atto di fede nella scuola, in questa scuola, perché non venga meno l’attenzione all’uomo in divenire, bisognoso di passare attraverso un’esperienza unica e indimenticabile, brutta o bella che sia, qual è la scuola: gli anni vissuti sui banchi di un’aula, forse fredda o troppo calda, disadorna, ma piccolo mondo, riassunto di quella vita che ieri sognavamo di vivere in pienezza e che oggi ci lascia solo un ricordo, chiaro e indelebile: la nostra scuola piena di vite umane e sempre vincente, perché volevamo vivere e vincere.