Pascal mon amie, il naufragio della Sèmillante

Giancarlo Tusceri
Ancora una prova eccelsa quella del nostro autore isolano. Con il suo ‘Pascal mon amie, il naufragio della Sémillante’, edito da Taprhos, Gian Carlo Tusceri intesse un vero e proprio giallo, attraverso la precisa raccolta di documenti archivistici con l’atteggiamento dello scrutatore scientifico, del giallista fantasioso e scrupoloso, indaga tutte le possibili cause del naufragio di una nave, che poteva anche essere inaffondabile: come aveva potuto sbagliare il comandante? Perché andare incontro alla tempesta? Perché non mettere in quarantena la Sémillante e sostituire i marinai deceduti? Il romanzo inizia in medias res, con la notizia della scomparsa comunicata via telegrafo; il fatto é già avvenuto e si cerca di ricostruirlo, tra pagine di suspence e di indagine a tutto campo: “aprì il compasso, fissando una punta d’acciaio su Tolone, e l’altra sull’isola di Lavezzi, nelle Bocche di Bonifacio. …La divise …per le miglia marine percorse da una certa nave che veniva data per dispersa nelle Bocche …”. Tra pagine di storia vera, quelle del colera che afflisse l’Europa dal 1854 al 1855, la descrizione minuziosa dei suoi effetti e delle sue cause, che fanno da ampia digressione, gli spunti fantastici ed immaginativi, il fascino dell’invenzione, il lettore divora il romanzo, si interroga e vuole sapere, si affeziona alle pagine che parlano di ‘Birolo’, guarda attraverso gli occhi del ‘ragazzo’, Gualtiero, che fa il corriere e porta il messaggio che annuncia la scomparsa della Sémillante. Poi il discorso prende la forma dell’inchiesta che viene affidata al comandante dell’Averne, Bourbeau “era stato chiamato a fornire, dopo tredici giorni dall’avvenuta tragedia, le prime risposte ufficiali sulle cause che avevano provocato il naufragio de La Sémillante”; lo stile diventa scrupoloso, preciso e minuzioso, le parole scivolano alla conquista della verità. È però Gualtiero, il protagonista, che ricostruisce la storia nautica della nave attraverso gli occhi di un vecchio, poi, colpo di scena, attraverso la voce di Antonio Maria Limieri, che legge il suo diario e la storia della nave diventa racconto nel racconto. Una voce fuori campo che si inserisce con dolcezza, scivola sensibilmente per poi imporsi, perché l’autore sa cambiare abilmente tono e registro, spostarsi da una storia all’altra ed intersecarle, fonderle. La tragedia del naufragio sembra, per un momento, alleggerirsi anche se per tutto il romanzo si sente l’obbligo di dare a tutti una risposta, anche a noi.