PERIODICO DELLA PARROCCHIA SANTA MARIA MADDALENA - LA MADDALENA (SS)
Il Vento
Il Vento
"Il Vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va"(Gv.3,8)
(Supplemento di "Gallura e Anglona", periodico della Diocesi di Tempio-Ampurias: direttore Tomaso Panu)
Anno V - numero 103 - del 1 Giugno 2004

1 Giugno 2004
Alla Trinita, alla ricerca delle origini!

È la più antica chiesa dell’Arcipelago. Luogo di culto, di devozione, di solitaria preghiera e di voti. È il santuario dell’Isola, méta di fedeli imploranti grazie e miracoli, ed i numerosissimi ex voto ne sono la più genuina testimonianza. Situata su un’ampia e fertile piana, quasi al centro dell’Isola, è di forma rettangolare. È la tipica chiesetta di campagna, costruita con conci a vista di granito. Nel 1768, al momento dell’occupazione militare sardo-piemontese, le poche decine di abitanti corsi, oltre a fare atti di sottomissione e richiesta di mezzi di sostentamento, chiesero che venisse edificata una chiesetta. Così fu fatto. Inizialmente fu dedicata a Santa Maria Maddalena, qualche tempo dopo alla Santissima Trinità. Da allora, gli originari abitanti corsi, i soldati ed i marinai del Re sabaudo, i pescatori napoletani e via via le tante genti giunte in quasi due secoli e mezzo nell’Arcipelago, per lavorarvi e viverci, hanno sempre avuto una particolare devozione per questa chiesa e per tutto ciò che essa rappresenta. Ancor oggi, gli ex voto, le foto, le lettere, i ringraziamenti, le preghiere che vi si trovano, parlano molte lingue ... Alla Trinita dunque! Alla ricerca delle origini e per camminare insieme verso il futuro!
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1 Giugno 2004
Meditazione sulla Pentecoste, Anno C
a cura di don Sandro Serreri
“Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14, 26).
La memoria viva della Pentecoste ritorna ogni anno ad essere riannunciata affinché non si smarrisca il senso del nostro cammino nel tempo, che è Tempo dello Spirito ed, insieme, Tempo della Chiesa. Infatti, è l’evento della Pentecoste, la venuta del Consolatore, ad aver fatto entrare la Chiesa nel Tempo dello Spirito inviato dal Padre e dal Figlio. La Chiesa, dunque noi, deve ascoltare lo Spirito, perché se così non fa, questa rifiuta Colui che il Padre ha inviato: il Figlio Gesù. E ancora, non accoglie il dono che il Padre, nel Figlio morto, risorto e glorificato, ha inviato quale Paraclito, perché la Chiesa, così difesa, non abbia paura di percorrere tutti i sentieri della storia umana. E’ nel nome di Gesù, che il Dio Padre manda lo Spirito. E’ in forza della passione e morte del Figlio Gesù, che il Padre invia il Consolatore. E’ nella luce della gloria della risurrezione e ascensione al cielo, che Dio alita sulla Chiesa, popolo in cammino, il suo Spirito. Quando la Chiesa, nelle sue molteplici espressioni, non ascolta lo Spirito, ma, al contrario, tura le orecchie alla sua voce, questa tradisce la misericordia del Padre e il sacrificio del Figlio. La Pentecoste, liturgicamente, cade sulla Chiesa, sul suo cammino, sulle sue resistenze, sulle sue infedeltà, come severo rimprovero per quanto Colei che dovrebbe essere gravida di Spirito Santo non fa, non testimonia, non annuncia, non insegna, non vive. Così, la Pentecoste, se noi vogliamo, da solennità puramente liturgica, può diventare occasione propizia per rientrare in noi stessi e, lasciandosi interrogare dallo Spirito Consolatore inviato dal Padre e dal Figlio, riconoscere quanto ancora ci resta da fare prima di poter dire, con cuore libero e sincero, che abbiamo ascoltato la voce del Padre, abbiamo ascoltato gli insegnamenti del Figlio, abbiamo lasciato che lo Spirito ci consigliasse e muovesse il nostro agire. Certo, ascoltare e seguire lo Spirito non è impresa facile. Questo, però, non deve giustificare i nostri ritardi nell’annuncio del Vangelo; nella trasmissione di una Parola che, sempre e comunque, deve cambiare le coscienze. Allora, con l’antica Sequenza, dobbiamo invocare e cantare: “Vieni, Santo Spirito. Vieni, padre dei poveri”. “Vieni”, perché ancora abbiamo bisogno di riascoltare il Signore Gesù, di essere consolati e rafforzati nel nostro cammino di fede, di ricordare tutta la misericordia del Padre. A questa nuova effusione dello Spirito Santo chiediamo: “Lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina. Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato”.
Archivio Rubrica: Meditazioni
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1 Giugno 2004
Presenti da alcuni anni
I senegalesi a La Maddalena

Diop Serigna Mbaye

Ci troviamo a chiacchierare in una panchina di piazza Comando con Diop Serigna Mbaye, 33 anni, responsabile riconosciuto della comunità senegalese di La Maddalena. Parlare con Diop è piacevole; è una persona preparata, di mentalità aperta, che conosce bene diverse lingue e che vive nella nostra città da sette anni. “Sono quasi dieci anni che vivo in Italia; ho raggiunto degli amici che vivevano ad Olbia, dove ho vissuto due anni; poi sono giunto qui. Attualmente svolgo un lavoro autonomo ma, se serve, do sempre una mano ai miei connazionali.” Gli chiediamo com’è composta la sua comunità e se sono in contatto con altri gruppi in Sardegna. “Attualmente a La Maddalena siamo una quindicina di persona e fra di noi siamo quasi tutti parenti, fratelli o cugini. C’è anche il nostro piccolo Marcello, la nostra mascotte, praticamente maddalenino. Fra noi c’è un forte spirito di comunità, anche se non viviamo tutti insieme ma a gruppi di due o tre. Lo spirito comunitario si estende anche ad altri raggruppamenti: infatti tutti i gruppi senegalesi sono coordinati a livello regionale.” Continuando il discorso, emerge anche un po’ di nostalgia per il suo paese. “Beh, certo, la nostalgia c’è sempre. In Senegal ho mia madre … Fra di noi parliamo in francese, la nostra prima lingua, ma anche nel dialetto Wolof, la lingua del nostro gruppo etnico.” A questo punto viene spontaneo estendere il discorso alla religione, al modo di pensare, alle relazioni con gli europei. “Noi siamo tutti musulmani praticanti, ma in Senegal sono presenti numerosi cattolici. Il venerdì ci riuniamo per le preghiere comunitarie, a volte anche a San Teodoro dov’è presente una moschea. Approfitto dell’occasione per dire con forza che l’Islam è una religione di pace, non di violenza. Nel mondo ormai prevale un’idea sbagliata per colpa di una parte di musulmani integralisti e intolleranti. Ma il Corano non predica la violenza: predica la pace e il rispetto del prossimo. Non solo: la nostra religione ci impone di aiutarci reciprocamente e di fare in modo che chi ha di più, aiuti chi è più bisognoso. Questa è l’idea che dovrebbe unire musulmani e cattolici, partendo dal fatto che nel mondo vi sia una sbagliata distribuzione delle ricchezze, che ha come conseguenza un aumento dell’odio.” Concludiamo con un accenno ai rapporti con i nostri concittadini. “A La Maddalena viviamo benissimo, perché la gran parte dei maddalenini ci rispetta, avendo compreso il nostro modo pacifico di vedere la vita. Certo si può trovare il razzista stupido, ma è abbastanza raro. Inoltre devo ringraziare pubblicamente don Domenico Degortes che ci è venuto molte volte incontro, aiutandoci e offrendoci locali, e anche il sindaco Rosanna Giudice, che si è sempre dimostrata attenta nei nostri riguardi. Anzi, grazie al suo appoggio, siamo riusciti ad organizzare, con l’aiuto di alcuni maddalenini, una festa della cultura senegalese ...”.
Gian Luca Moro
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1 Giugno 2004
Considerazioni da considerare
L’inverno dei nostri vecchi
I vecchi, i nostri vecchi! Se ne parla e se ne straparla in una società che appunto, inesorabilmente, invecchia e nondimeno rimuove il problema, fa sempre più volentieri a meno della loro esperienza, del prezioso bagaglio di ricordi e saggezza, ne ignora o respinge stizzita i crescenti ed impellenti bisogni, le tante inespresse speranze. Non ci dobbiamo stupire, dato che giorno dopo giorno constatiamo il prevalere di altri effimeri valori: l’esibizionismo, l’inseguimento di una utopistica eterna giovinezza, che ci si sforza di prolungare sine die, il sogno di una bellezza incorrotta dagli insulti del tempo, l’ostentazione sfrontata di ricchezze dalle ambigue origini. Cioè, tutto ciò che non si concilia con quel pesante fardello di disagio economico, stanchezza fisica, frequente malattia, noia e solitudine che contrassegnano sovente gli ultimi anni di chi cammina sul viale del tramonto. Solo qualche settima ho ascoltato, pur non volendo, l’amaro ed ironico sfogo di due anziani: “Vedi – diceva uno dei due – alla nostra età sarebbe meglio evitare formali presentazioni; è sufficiente scambiarsi la cartella clinica!”. Ho una certa esperienza in merito: ragioni familiari e professionali mi hanno avvicinato ad un mondo sconosciuto o rifiutato, come se – a Dio piacendo – non sia destino di tutti arrivare, prima o poi, in zona Cesarini. Per questo non riuscirò mai ad assuefarmi all’indifferenza di tanti figli, protagonisti di resurrezioni più stupefacenti di quella di Lazzaro, che ricordano di avere i genitori solo quando è il momento di battere cassa. Chi ha perduto una persona cara sa invece quant’è difficile rimarginare ferite che il tempo sembra semmai far sanguinare anche più. Rovistando tra le carte polverose di cassetti carichi di lontane memorie, ingiallite fotografie dell’infanzia, santini e povere reliquie di una fede semplice ma profonda, ho di recente trovato questa preghiera su cui, credo, valga la pena meditare. Mio sincero auspicio è che se ne approfondisca il contenuto e la si diffonda il più possibile.
  • Cantico di un anziano
  • Benedetti quelli che mi guardano con simpatia.
  • Benedetti quelli che comprendono il mio camminare stanco.
  • Benedetti quelli che parlano a voce alta per minimizzare la mia sordità.
  • Benedetti quelli che stringono con calore le mie mani tremanti.
  • Benedetti quelli che si interessano alla mia lontana giovinezza.
  • Benedetti quelli che non si stancano di ascoltare i miei discorsi già tante volte ripetuti.
  • Benedetti quelli che comprendono il mio bisogno d’affetto.
  • Benedetti quelli che mi regalano frammenti del loro tempo.
  • Benedetti quelli che si ricordano della mia solitudine.
  • Benedetti quelli che mi sono vicini nella sofferenza.
  • Benedetti quelli che rallegrano gli ultimi giorni della mia vita.
  • Benedetti quelli che mi sono vicini nel momento del passaggio.
  • Quando entrerò nella vita senza fine mi ricorderò di loro presso il Signore Gesù.
  •  
Alessandro Scano
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