Zucchina (nome scient. Cucurbita, nome locale zucchina)

È un ortaggio troppo noto per doverlo descrivere, ma mi è parso utile parlarne per diversi motivi: per riproporre un curioso piatto gallurese ormai quasi scomparso, per ricordare un uso della medicina popolare locale del quale non si trovano riscontri e, infine, per evidenziare una punta di nostalgia per i nostri vecchi orti. La ricetta gallurese si differenzia, con alcune varianti significative, da quella comunemente nota come zucchine ripiene. Bisogna far cuocere lentamente, fino a creare una poltiglia, cipolle tritate e pomodoro maturo in tegame con olio: si aggiunge quindi la polpa delle zucchine (bollite e fatte accuratamente scolare), schiacciata o passata in un largo passaverdura; quando il composto è bene asciutto si aggiunge uovo, pane grattato, abbondante cannella e zucchero. Questo composto non viene appoggiato, come abitualmente si fa, nelle barchette ricavate dalle bucce delle zucchine svuotate (il cui sapore non è particolarmente definito), ma nelle tuniche interne delle cipolle sfilate una ad una dopo averle tagliate a metà. La cottura va fatta in forno caldo. Nella medicina popolare locale non si trovano riferimenti a cure con questo ortaggio, tranne una curiosa segnalazione della signora Rosina Codina che mi aveva raccontato la particolarissima cura alla quale era stata sottoposta la nonna: feritasi alla gamba, questa aveva visto peggiorare la situazione con una infezione che pareva inguaribile e che andava estendendosi: solo una lunga applicazione di foglie di cavolo era riuscita e bloccare l’infezione e successivamente, per rimarginare la ferita e favorirne la cicatrizzazione, una altrettanto lunga cura con zucchine grattugiate appoggiate direttamente sulla pelle e cambiate in continuazione. Oggi questi ortaggi sono presenti nei nostri mercati in tutte le stagioni, ma sono importati e non sono paragonabili a quelli che un tempo costituivano uno dei prodotti dei numerosi orti locali ormai scomparsi: e se non possiamo ricordare quelli che per necessità si ritagliavano anche nei piccoli spazi lungo le vadine e i fossi (e i vari nomi di ortareddu con i quali venivano identificati la dicono lunga sulle loro dimensioni), tutti ricordiamo quelli più grandi rimasti fino quasi ai nostri giorni: l’orto di Ferruvecchiu, poi chiamato di Bertulu, che si stendeva lungo la vadina di Cala Chiesa nella zona oggi quasi interamente occupata da via Aldo Moro, quello di Cardaliò gestito dalla famiglia Demontis, quello di Padule, più conosciuto come l’orto di Leopoldo.