
Il tavolo della presidenza
del Sinodo
Il clima di raccoglimento e di impegno che, ad Olbia, ha caratterizzato la prima sessione del Sinodo è dovuto alla consapevolezza dei padri sinodali di essere protagonisti di un evento fuori dall'ordinario. Ai tradizionali convegni ecclesiali le persone sono magari più numerose, ma si riuniscono più per ascoltare che per pensare e decidere. Al Sinodo i partecipanti esaminano i testi che loro stessi hanno contribuito a preparare e che possono modificare. Il futuro sembra essere un po' nelle loro mani. Il fatto che, insieme ai sacerdoti, un centinaio di laici di varia estrazione culturale si trovi a discutere e a decidere in materia di teologia e di pastorale, rende urgente la soluzione del quesito se il Sinodo debba essere opera degli esperti di teologia oppure dei fedeli in genere. C'è poi il problema del linguaggio, posto a proposito della prima relazione, inevitabilmente complessa, sulla Chiesa. Il Sinodo consegue i suoi risultati nella misura in cui riesce a comunicare il proprio messaggio, o deve preoccuparsi anzitutto di fissare i principi, gli orientamenti e le regole, lasciando poi ai divulgatori il compito di spiegarli al popolo? È un interrogativo cruciale, visto che la difficoltà nella quale versa la Chiesa oggi è proprio la comunicazione, cioè il riuscire a farsi capire dal mondo, dai giovani, dai fedeli stessi.

Un momento del Sinodo
E non è certo un problema di parole semplici o difficili, ma di sostanza, la sostanza della comunicazione, che impone di ascoltare l'interlocutore per capirlo, per entrare in sintonia con lui, prima di parlare. Gli interventi in aula hanno fatto emergere alcuni nodi di prospettiva più che di contenuto, che sarà bene sciogliere subito. Vediamone alcuni. Anzitutto, nell'aula è apparsa, senza essere espressa compiutamente, la domanda di sempre: il Sinodo è solo un fatto interno della Chiesa locale o è volto a cercare un dialogo con gli "altri", con la società che ci vive intorno e spesso ci ignora? Le risposte, più o meno dirette, hanno accolto l'una o l'altra tesi, senza conciliarle. In secondo luogo: il Sinodo vuole far emergere i problemi della Chiesa locale, le difficoltà, i dubbi, oppure vuole autocompiacersi dei risultati raggiunti, in una sorta di difesa delle posizioni consolidate? Ma, se tutto va bene, perché celebrare un Sinodo?