Il Vento
Il Vento
PERIODICO DELLA PARROCCHIA SANTA MARIA MADDALENA.
direttore: Tommaso Panu
Redazione: Sandro Serreri, Claudio Ronchi.
Grafica: Mario Terrazzoni.
Anno V - n° 106 del 15 Luglio 2004 - pagina n° 2

15 Luglio 2004
Sinodo: tutto bene, con qualche nodo da sciogliere
Il 9 e 10 luglio scorso si è svolta la prima sessione ad Olbia
Qualche nodo da sciogliere

Il tavolo della presidenza
del Sinodo

Il clima di raccoglimento e di impegno che, ad Olbia, ha caratterizzato la prima sessione del Sinodo è dovuto alla consapevolezza dei padri sinodali di essere protagonisti di un evento fuori dall'ordinario. Ai tradizionali convegni ecclesiali le persone sono magari più numerose, ma si riuniscono più per ascoltare che per pensare e decidere. Al Sinodo i partecipanti esaminano i testi che loro stessi hanno contribuito a preparare e che possono modificare. Il futuro sembra essere un po' nelle loro mani. Il fatto che, insieme ai sacerdoti, un centinaio di laici di varia estrazione culturale si trovi a discutere e a decidere in materia di teologia e di pastorale, rende urgente la soluzione del quesito se il Sinodo debba essere opera degli esperti di teologia oppure dei fedeli in genere. C'è poi il problema del linguaggio, posto a proposito della prima relazione, inevitabilmente complessa, sulla Chiesa. Il Sinodo consegue i suoi risultati nella misura in cui riesce a comunicare il proprio messaggio, o deve preoccuparsi anzitutto di fissare i principi, gli orientamenti e le regole, lasciando poi ai divulgatori il compito di spiegarli al popolo? È un interrogativo cruciale, visto che la difficoltà nella quale versa la Chiesa oggi è proprio la comunicazione, cioè il riuscire a farsi capire dal mondo, dai giovani, dai fedeli stessi.

Un momento del Sinodo

E non è certo un problema di parole semplici o difficili, ma di sostanza, la sostanza della comunicazione, che impone di ascoltare l'interlocutore per capirlo, per entrare in sintonia con lui,  prima di parlare. Gli interventi in aula hanno fatto emergere alcuni nodi di prospettiva più che di contenuto, che sarà bene sciogliere subito. Vediamone alcuni. Anzitutto, nell'aula è apparsa, senza essere espressa compiutamente, la domanda di sempre: il Sinodo è solo un fatto interno della Chiesa locale o è volto a cercare un dialogo con gli "altri", con la società che ci vive intorno e spesso ci ignora? Le risposte, più o meno dirette, hanno accolto l'una o l'altra tesi, senza conciliarle. In secondo luogo: il Sinodo vuole far  emergere i problemi della Chiesa locale, le difficoltà, i dubbi, oppure vuole autocompiacersi dei risultati raggiunti, in una sorta di difesa delle posizioni consolidate? Ma, se tutto va bene, perché celebrare un Sinodo?
Tomaso Panu
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L’intervista al Vescovo

Il vescovo mons.P Atzei

  • Mons. Paolo Atzei, se volessimo dare il titolo ad un articolo su questa prima sessione del Sinodo, potremo scrive: “L’assemblea sinodale condivide la relazione introduttiva del Vescovo ma ne contesta il linguaggio”.
  • “Si è vero. Ognuno ha la sua sensibilità, il suo taglio culturale e teologico. Non avremo difficoltà ad usare anche un altro linguaggio. Però, abituato come sono ai documenti della Santa Sede, a quelli della Conferenza Episcopale e ad averli fatti anche per i frati e con i frati, o il documento è alto oppure lascia molto spazio alle frecciate che rischiano di far perdere tempo”.
  • A conclusione di questa prima sessione si può certamente notare la vivacità e l’approfondimento del dibattito, a smentita di coloro che prevedevano che il Sinodo fosse preconfezionato …
  • “Nessuna ‘preconfezione’, anzi, stiamo dimostrando e dimostrerò sempre di più che il Sinodo o è fatto dalla Chiesa insieme col Vescovo e dal Vescovo con tutta la Chiesa, oppure non è Sinodo. Fare un documento a tavolino è un conto. Fare un documento con tutte le commissioni, con tutti i rappresentanti, è quanto di più auspicabile per la Chiesa. Quando il documento è fatto insieme è già una mediazione di per sé, per poterlo poi consegnare anche alla gente”.
  • Dall’esperienza di questa prima sessione si possono già prevedere tempi più lunghi per la conclusione del Sinodo?
  • “Si, abbiamo bisogno di tempi di riflessione, di studio, di confronto, di tempi di stesura delle relazioni. È poi necessario, durante le sessioni, dare a tutti la possibilità di parlare, per un confronto sereno e costruttivo. Io sono molto contento. Le osservazioni portate alla presentazione del Vescovo, sono state qualcosa che ci hanno costretti ad entrare in un tipo di mentalità. Forse poi, rileggendo ‘la presentazione’, al termine del Sinodo, apparirà non solo opportuna ma necessaria, e quindi anche più leggibile”.
  • Mons. Atzei, i fatti pare le stiano dando ragione. Lei, nel Sinodo, ha fortemente voluto una significativa presenza dei laici. In questa prima sessione possiamo dire che il loro contributo sia stato rilevante?
  • “È una rappresentanza di laici qualificata. Sono convinto che daranno un grosso contributo. Già da queste giornate si è evidenziato come i laici abbiano una lettura perspicace sulla realtà della nostra Chiesa. Ma dirò di più, hanno rivelato una qualità essenziale nella Chiesa: l’attitudine ad apprendere, ad ascoltare e ad imparare”.
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Claudio Ronchi
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Brevi interviste

    don Degortes, don Serreri

  • Il problema se lo posero in occasione del Concilio Vaticano II: quello del linguaggio, della comunicazione, tanto che alla fine, la Chiesa, proprio per farsi capire dal ‘mondo’, mandò quasi in pensione il latino, da secoli propria lingua, non solo ufficiale, ma ‘corrente’. E lo stesso problema, sostanzialmente, è stato posto anche all’inizio del nostro Sinodo. C’è modo e modo di esprimersi, c’è italiano e italiano, e poi, il Sinodo, a chi si deve rivolgere? Chi sono i suoi destinatari? Sono il clero? I laici più preparati? O si deve e si vuole rivolgere a tutti i credenti? Oppure si rivolge a tutta la comunità, anche laica? E se intende far ciò quale linguaggio intende adottare?
  • Don Nino Fresi: “Mi sembra fondamentale che tutti coloro che sono agenti di pastorale, a cominciare dal vescovo e dai sacerdoti, abbiano una vera ‘conversione’ nel linguaggio, non tanto per banalizzare il messaggio, quanto perché il messaggio abbia la possibilità di arrivare alla base. Dare un messaggio che nessuno capisce a che cosa serve?”.

    suor Letizia, Elisa Farina

  • Tomaso Panu: “Non si tratta di un problema di volgarizzazione, cioè di usare parole inadeguate purché siano semplici. È il problema della comunicazione in generale. Il dramma della nostra società e il dramma della Chiesa è la incomunicabilità. Il problema della comunicazione è un problema di linguaggio.
  • Pietro Zannoni: “Non vogliamo che il documento finale del Sinodo, così come tanti altri atti che la Chiesa promulga (come ad esempio quelli del Concilio Plenario Sardo) diventi un bel tomo di biblioteca …”.
  • Don Antonio Addis: “Il linguaggio deve essere quanto più semplice possibile. Si possono dire cose sublimi in un linguaggio semplice e cretinate in un linguaggio molto alto”.

    Angela Canu, Nicolino Sias

  • Don Sandro Serreri: “Il linguaggio deve essere rigorosamente scientifico, teologico. La mia preoccupazione è che ‘noi’, che stiamo facendo il Sinodo, capiamo quanto stiamo vivendo. Siamo ‘noi’ che poi andremo a scrivere, a pubblicare, a donare, ad offrire agli uomini ed alle donne della nostra diocesi”.
  • Marilena Bruschi: “ Io ritengo che il documento finale del Sinodo non debba essere né un documento scientifico, né un documento storico ma un libro teologico e pastorale. È giusto usare un certo linguaggio, spetterà poi a noi fare da mediatori, redigere anche altri documenti, di sintesi o comunque più comprensibili per tutti”.
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Claudio Ronchi
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