Sgomberata Scala di Ferro

Severina Loi
(foto A. Deleuchi)
A Scala di Ferro, in via Regina Margherita, fino ad un paio d’anni fa aveva abitato anche Lucia Laccu, sacrista della chiesa di Santa Maria Maddalena, recentemente scomparsa (Il Vento n. 114 del 01.12.04). L’ordinanza di sgombero per pericolosità del gennaio 2003 del sindaco Rosanna Giudice l’aveva indotta ad abbandonare lo stabile fatiscente e pericolante, trovandosi casa, aiutata da don Domenico Degortes e da altri parrocchiani, un isolato più avanti. In pendenza di sgombero, reso esecutivo il 2 dicembre scorso dal commissario prefettizio Ignazio Portelli, era rimasta ad abitare uno degli appartamenti di Scala di Ferro (per il quale ha pagato l’affitto al Comune, fino a tutto novembre) un’altra parrocchiana, l’ottantenne vedova Severina Loi ed alcuni giovani (e meno giovani) sbandati. Severina Loi è stata ospitata da una parente, alcuni giovani da don Degortes, qualcun’altro per alcuni giorni ha dormito all’addiaccio. La vicenda, triste, ripropone drammaticamente il problema della sistemazione dignitosa delle persone e dell’emarginazione. Ripropone anche l’insufficienza dell’attività dei Servizi Sociali del Comune. Ripropone ancora il ruolo importante, a volte unico, della chiesa nel campo dell’accoglienza, dell’ assistenza e della solidarietà. Quanti altri inquini di Scala di Ferro ci sono a La Maddalena? Quanti pensionati, spesso anziani e malati, sono minacciati dagli sfratti e rischiano di trovarsi per strada? Quante famiglie, quanti disadattati e sbandati vivono in locali precari, insicuri, fatiscenti? Ma la singolarità della vicenda di Scala di Ferro è un’altra. Quella di essere stato il Comune (proprietario di due piani) a far sgomberare l’edificio e non essere stato lo stesso Comune a cercare una soluzione al caso, drammatico, che si creava. Ci si domanda ora quali siano (commissario prefettizio) o saranno (nuova amministrazione comunale) gli interventi della Comune su Scala di Ferro per la quale esistevano dei fondi per la ristrutturazione. C’è chi riparla (lo fece l’amministrazione Birardi e poi ragionevolmente desistette) di venderla. Ma ci sono ragioni, non solo morali (si veda il testamento di Gerolamo Zicavo), che non consentirebbero ciò.
C.R.