PERIODICO DELLA PARROCCHIA SANTA MARIA MADDALENA - LA MADDALENA (SS)
Il Vento
Il Vento
"Il Vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va"(Gv.3,8)
(Supplemento di "Gallura e Anglona", periodico della Diocesi di Tempio-Ampurias: direttore Tomaso Panu)
N° 96 del 15 Febbraio 2004 - pagina n° 1 -

15 Febbraio 2004
Ritorna il Carnevale

Dopo alcuni anni ritorna, a La Maddalena, il Carnevale, quello vero, vissuto nelle piazze e nelle vie, con sfilate, carri, musica, coriandoli, maschere di grandi e bambini. E a giudicare da quanto affermano gli organizzatori si prospetta ricco di manifestazioni, di entusiasmo e di divertimento. Da sabato 14 febbraio (festa di San Valentino) a domenica 29 febbraio si respirerà aria di festa e d’allegria un po’ dappertutto, nel centro storico e nei quartieri di Moneta e Murticciola. Saranno tre le sfilate, nei giorni di giovedì grasso, domenica e martedì grasso. Un importante contributo sarà dato dall’Arsenale di Moneta dove vengono allestiti i carri, da Mariscuola, dagli Istituiti scolastici cittadini, dalle associazioni sportive, dal gruppo teatrale ‘L’Incantesimo’, dal Consorzio degli Operatori Turistici, dal Comune, dai commercianti che animeranno le vie del centro, da Cala Gavetta a piazza Comando. Dopo mesi di ‘cappa pesante’ e di ‘cupi presagi’ un po’ di allegria e di spensieratezza fa bene un po’ a tutti. Buon divertimento!
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15 Febbraio 2004
Meditazione, sulla VI domenica del T.O., Anno C
a cura di don Sandro Serreri
Ecco la versione di Luca delle beatitudini (6, 17.20-26) alle quali il medico evangelista aggiunge i "guai", e su questi vogliamo concentrare la nostra meditazione. I "guai" pronunciati da Gesù, che accompagnano quattro beatitudini, sono rivolti ai "ricchi", ai "sazi", a chi ride, a tutti coloro di cui si dice bene. Il testo di Luca non ha il tono solenne e poetico delle beatitudini secondo Matteo, per via di questi "guai" minacciosi e apparentemente fuori posto. Alla beatitudine dei poveri, degli affamati, di coloro che piangono e degli odiati, si contrappone i ricchi, i sazi, i gaudenti, i lodati dagli uomini. La logica evangelica delle beatitudini " quella dei perdenti " entra in contrasto con quella di coloro che Gesù minaccia " quella dei vincenti, almeno agli occhi del mondo ". Ai "ricchi" di tutti i tempi Gesù dice che hanno avuto già la loro "consolazione"; ai "sazi" che avranno fame; a chi ride che sarà afflitto e piangerà; ai lodati che così fecero i loro padri "con i falsi profeti". Abituati ad ascoltare solo le beatitudini secondo la versione di Matteo, i "guai" di Luca non si ascoltano con piacere, ma come una stonatura. Però, Luca pare così cogliere tutto lo spirito dell’insegnamento di Gesù non fermandosi solo sui "beati", ma allungando lo sguardo verso i possibili condannati. Così le beatitudini si illuminano rivelando quale debba essere veramente il cammino spirituale dei discepoli di Gesù. L’appartenere alle categorie di coloro sui quali cadono i massi dei "guai" significa non appartenere al Vangelo, alla "via migliore di tutte" (1Cor 12, 31). Eppure, desideriamo appartenervi, perché il mondo appare come quello dei ricchi, dei sazi, dai gaudenti, dai lodati. Questi appaiono come i veri "beati", da invidiare piuttosto che da commiserare. Il Vangelo delle beatitudini è sempre più distante dalla morale vissuta dalla maggior parte degli uomini. Perciò, questo Vangelo appare sempre più incomprensibile, inaccettabile, e i discepoli di Gesù sempre più fuori dalla realtà. Chi non è ricco, sazio, gaudente, lodato, sembra, quasi, non umano, estraneo e straniero in questo mondo dove non si può essere "beati", ma solo produttori e consumatori, inclini all’accumulo, egoisti per bisogno e difesa. Certo, per chi non attende il giudizio di Dio, perché non crede in nessun giudizio, qualsiasi "guai" è inutile, inascoltato. E noi, nostro malgrado, apparteniamo ad un mondo dove non c’è giudizio; dove tutto è prodotto e consumato dentro una storia che qui ha il suo inizio e la sua fine. Così, riascoltare le beatitudini ed i guai insieme ci permette di rituffarci dentro il Vangelo e questo ci fa riscoprire il nostro essere cristiani che vivono tutta la loro vita costantemente orientati verso il giorno del giudizio, quando, allora, saremo chiamati "beati", giusti tra i giusti; quando tutto quello che abbiamo vissuto troverà finalmente il senso finale; quando si aprirà la definitiva conoscenza del Bene e del Male. Così, cammin facendo, speriamo di essere, un giorno, annoverati tra il numero di quella schiera innumerevole di "beati", che saranno ricchi di Dio, sazi di pace, felici e cantori per l’eternità della gloria di Dio.
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15 Febbraio 2004
L’uccisione di Adriano Morello
Di droga si muore
Barbaramente ucciso, con la testa fracassata da un corpo contundente. È terminata alle 2,30 circa della notte del 3 febbraio scorso, in un giardinetto dell’ex Istituto Magistrale, la vita di Adriano Morello, 35 anni, maddalenino. "Eri un’anima insofferente dentro una fragile creatura... Il nostro conforto sia nel convincimento che la tua anima trovi in Cielo quella serenità e quella pace che invano hai cercato su questa terra". Sono queste le parole che i genitori di Adriano Morello hanno fatto scrivere sul necrologio, parole che racchiudono in poche righe, la sua pur breve e travagliata storia terrena. I funerali, ai quali ha partecipato commossa una gran folla, sono svolti il 5 febbraio, nella chiesa di S. Maria Maddalena, concelebrata da don Andrea Raffatellu, vicario generale della Diocesi e fondatore di due comunità per il recupero di tossicodipendenti, dal parroco don Domenico Degortes e dal vicario don Sandro Serreri.
C.R.
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15 Febbraio 2004
L'editoriale
di don Sandro Serreri
Attenzione all’indifferenza
Tra odio e amore, qual è il male più grave? Semplice: l’indifferenza! Sì, perché l’odio può mutarsi in amore, anche tenerissimo, ma l’indifferenza... Questa non cambia mai abito. L’indifferenza è come una lastra di ghiaccio o di granito: fredda e impermeabile. L’odio è calore, passione, ma l’indifferenza... è distacco, assenza di sentimento, di partecipazione. Non nasciamo indifferenti, lo diventiamo. La vita può farci diventare anche indifferenti. Così, giorno dopo giorno, ci fa essere meno umani. L’uomo per essere tale, sempre e comunque, deve ardere di passione, di amore, ma anche di odio e di sangue. Solo così può dirsi veramente vivo. Ma la vita, quella quotidiana, quella che si consuma tra le pareti domestiche, il lavoro, le vie, i bisogni e i consumi, ci abitua a ad accettare il Male, anche quello che ha il volto della morte giovane e violenta. Così, ci rassegniamo e tiriamo a campare. Ma davanti al Male, a qualsiasi forma di Male, la reazione non può e non deve essere l’indifferenza. Non è... umano! Non è dell’uomo abituarsi al Male, alla violenza, alla morte. Il Male è realtà umana " è vero! ", ma l’uomo lo trascende, perché sente di essere fatto per la vita e per dare vita. Non c’è bene al quale siamo più attaccati della vita. La vita ha senso, anche quando è tormentata, bruciata, apparentemente inutile, rischiosa, violenta, vuota, emarginata. La vita di ogni uomo che percorre le nostre stesse vie, che interseca i nostri personali sentieri, non deve lasciarci indifferenti, mai. Pena: la disumanità. Il rischio è quello che anche noi, che viviamo in un’isola che ha i colori degli acquarelli di terre lontane e di musei non visitabili, che restiamo ammutoliti davanti al sole che tramonta - accovacciati sugli scogli di Tegge -, che ammiriamo a bocca aperta il librarsi libero dei gabbiani nell’aria mattutina, possiamo restare indifferenti davanti... ad un giovane che muore ucciso da un altro giovane, alla perdita di posti di lavoro, al degrado dell’ambiente, all’abbandono dell’abitato e del territorio, all’egoismo di chi continua ad occuparsi dei suoi affari privati nonostante i numerosi appelli all’unità e alla solidarietà. Qualcuno si è già rassegnato. Qualche altro, se non era indifferente, lo è diventato. E l’indifferenza avanza, come certe erbacce che, poi, a fatica si riesce a sradicare. Anche questa indifferenza potrebbe essere una forma di difesa contro l’assalto della spersonalizzazione della vita sociale, del rischio di perdere il poco che si è conquistato, della paura che può recare un futuro da molti visto incerto e lontano. Occorre - è vero! - sensi e cuore per cogliere, anzi per respirare questo spirito aleggiare sulla nostra Comunità, passeggiando, rimirando tra tante - troppe! - brutture, il bello di Cala Gavetta, del Corso alle prime luci dell’alba, del salmastro, della vita che, nonostante tutto, scorre, come il sangue nelle vene. E così, ritrovarsi a doversi riconfortare da soli: non siamo indifferenti, ma solo un pochino preoccupati e stanchi. Lo spero!
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