N° 98 del 15 Marzo 2004 - pagina n°
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15 Marzo 2004
No ai figli di un Dio minore
Il Vescovo sul nucleare

Il vescovo mon.P. Atzei
A La Maddalena il 14 febbraio scorso per la celebrazione della ‘Giornata del Malato’, il vescovo mons. Paolo Atzei, sull’argomento ‘rischio nucleare’, legato alla presenza della Base americana, così ha risposto ad alcune nostre domande:
Per quanto riguarda il rischio per la salute – ha detto il Vescovo - dobbiamo certamente fare in modo di valutare, a livello scientifico, tutta quella che è la verità su questo fatto. Se fosse rilevato qualcosa che in qualche modo significasse tributo da pagare a questa presenza, certamente la politica dovrebbe prendere le soluzioni del caso, perché sta bene ogni funzione, ogni presenza che garantisce tra l’altro lavoro e benessere a La Maddalena. Però, mentre siamo e sono gli Stati, gli americani per primi, attenti a che anche … un cagnolino … abbia piena salute, dall’altro siamo un po’ disattenti verso le figlie o i figli di un Dio minore.
Dunque, padre Paolo, la salute dei maddalenini non si può barattare con gli accordi, le strategie, gli interessi internazionali?
Assolutamente! Io non penso solo a La Maddalena ma penso anche ai rischi di altre persone di altri Stati che, per bisogni o interesse, sono voluti diventare la pattumiera dell’Europa e del mondo. Voi sapete che alcuni Stati dell’Africa hanno accettato di essere la pattumiera dei rifiuti nucleari. Questa è una cosa assurda, indegna dell’uomo, perché, o applichiamo a tutti e per tutti, il grande principio del primato della persona, ma di tutte le persone, di ogni angolo della terra, oppure facciamo figli e figliastri, figli di un Dio maggiore e figli di un Dio minore.
C.R.
15 Marzo 2004
Meditazione - III domenica di Quaresima, Anno C
a cura di don Sandro Serreri
“Padrone, lascialo ancora quest’anno, finchè io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no, lo taglierai” (Lc 13, 8-9).
“Ancora quest’anno” il Signore vuole zappare e concimare la nostra
“vigna”, la nostra vita spirituale. Anche “quest’anno” è giunto il Tempo della
Quaresima, perché il Vangelo ritorni a rimproverarci e a salvarci. Anche un
anno fa il Signore aveva lavorato, zappando e concimando, ma poi non trovò
frutti. Dio non si stanca, non si rassegna di fronte alla nostra sterilità.
Lui solo, ritorna sui suoi passi, rimette mano alla zappa, spera ancora,
ripercorre pieno di rinnovata fiducia la nostra vigna. Noi ci stanchiamo,
smarriamo la via migliore, arrestiamo il nostro passo, pensiamo che tutto sia
inutile, dubitiamo sino al tormento che toglie il sonno, lui no; lui si
rimette a seminare il buon seme della parola che illumina e scalda, della
compagnia che ridona senso e vigore, della vita spirituale che deve ardere di
luce propria affinché il vento freddo delle prove e del non senso non spenga
l’interiore fiammella. Quant’è difficile vivere da cristiani, essere uomini e
donne quaresimale, penitenti sinceri e pieni di fondata speranza; quant’è
difficile dire di credere e voler credere a tutti i costi nonostante le tante,
troppe, notti e le contraddizioni del mondo; quant’è difficile spingersi oltre
i propri limiti; quant’è difficile non lasciarsi tentare dalla vanità, dal
vuoto che ci avvolge. La Quaresima ha fatto il suo ritorno nello stordimento
che la vita quotidiana produce in chi vuole vivere il Vangelo, in chi non si
vuole arrendere, in chi possiede ancora qualche sana energia spirituale, in
chi non vuole desistere dal proposito di voler cambiare vita. Meriteremmo il
taglio che Gesù vuole operare del fico che dopo tre anni viene trovato ancora
privo di frutti. Ma il Signore non agisce mai in base ai nostri meriti, perché
davanti a lui nessuno di noi può vantare qualche merito. Infatti, è solo per i
meriti della Passione che siamo stati salvati, siamo salvi e ci salveremo nel
giorno ultimo del tempo del Giudizio finale e definitivo. E ancora, “dalle sue
piaghe siete stati guariti” (1Pt 2, 25; cfr. Is 53, 5), scrive l’apostolo
Pietro. Se, anche per quest’anno, il nostro fico non verrà tagliato, vorrà
dire che anche in questa Quaresima non è mancato l’impegno, tutto interiore,
di mettere in pratica il Vangelo, di farsi mettere in discussione dagli
insegnamenti di Gesù, di orientare la propria vita – privata e pubblica –
secondo le parole di Dio. Allora, aiutiamo il Signore a zappare e concimare la
nostra vigna, affinché possa trovare qualche frutto. Forse, non sarà ottimo,
ma ciò non ha alcuna importanza, se, comunque, i frutti ci saranno. Infatti,
la vita spirituale non sempre segue le stagioni. Spesso l’atteso non viene e
la sorpresa ci riempie di meraviglia. Ci consoli, allora, il sapere che il
Signore Gesù, sin dal mattino, si dà da fare nella nostra vigna, nonostante la
trovi sempre incolta e bisognosa di cure. Lui è presente, pronto a potare, se
necessario, come ad innestare fiducia e speranza. Lasciamo, dunque, che lui
operi i suoi prodigi; lasciamo che il Signore si stanchi nella nostra vigna e
così non perda la pazienza di saper attendere i nostri frutti, che verranno,
un giorno.
15 Marzo 2004
Intervista al dr.Lucio Ibba
Ospedale, incongruenze evidenti
C.R.
15 Marzo 2004
L'editoriale
di don Sandro Serreri
Cristiani in minoranza?
I cristiani sono in minoranza, sempre di più, in crescendo. Non ammetterlo significa non avere il coraggio di guardare in faccia la realtà. Non parliamo, ovviamente, degli iscritti nel “Registro dei battesimi” e dei sempre meno “praticanti”, ma di chi non è cristiano nella vita di tutti i giorni. Il polso reale della situazione non si misura contando i battesimi e i praticanti, ma osservando chi è iscritto nel “Registro”, ma di fatto ha impostato la sua vita lontano dagli insegnamenti del Vangelo e che, quindi, non ha nulla a che vedere con i seguaci, detti “cristiani”, di Gesù. Da diversi anni la sociologia alta – cioè, quella della ricerca e analisi sganciata da ogni legame e interpretazione ideologica – denuncia l’aggravarsi del fenomeno dello scollamento della vita quotidiana dalla vita morale e dai valori religioso-spirituali con conseguente impoverimento della interiorità umana a favore dell’avere-apparire su l’essere. La crisi che sta investendo l’etica e la religione non si attenua, ma, come un fiume in piena, si sta estendendo sino a colpire importanti campi della sfera privata quali l’etica della vita (bioetica), la morale sessuale, la morale della famiglia. Di fronte a questa inondazione, prevista e annunciata (da Mazzolari e Milani, La Pira e Dossetti, per citare solo alcune voci profetiche), i cristiani, vale a dire i seguaci di Gesù, hanno reagito senza spaventarsi più di tanto, impegnandosi quanto basta, con superficialità ed eccellenti espressioni di mediocrità, con la quasi totale rinuncia ad avere un pensiero forte fondato su una metafisica da rinvigorire anziché da delegittimare. E mentre il fiume in piena continua ad infrangere argini che si pensava eterni – come Roma pensò i suoi sino alle invasioni barbariche – qualche pensatore emerge, anche se un po’ isolati ed incompresi: Popper, Antiseri, Cambula, Cacciari. Ma la spaccatura più grave e, dunque, preoccupante si registra nelle concrete scelte di vita dell’”uomo della strada”, che, spesso, sono in contrasto con il Vangelo, il cristianesimo, l’umanesimo (proprio quello sognato da Maritain e Paolo VI). I cristiani, quindi: minoranza! Minoranza nel sociale, nella politica, nella scuola, nella cultura, nell’economia. Ci sono, è vero, anche i “buoni cristiani”, ma non bastano. L’”uomo della strada” non conosce il codice di Gesù, anche se disapprova la globalizzazione
e naviga in internet; non vede i segni del “Mistero” di Dio nella sua storia;
non sente la presenza pur nascosta dello Spirito. E poi, al dio autonomia e ad
una sempre più distorta concezione di libertà (di libero arbitrio) sacrifica
il poco che resta del desiderio religioso con riti primitivi e superstiziosi
che non hanno nulla da spartire con la forza del Vangelo. Minoranza: è come
una parola d’ordine, uno slogan. Minoranza nel sociale, perché la “Città
cristiana” non è più né sogno né utopia. Minoranza in politica, perché
rinunciare a gestire il potere non si può. Minoranza nella scuola, perché
l’appiattimento deve vincere a tutti i costi. Minoranza nella cultura, perché
la sapienza del perdente non fa notizia. Minoranza nella economia, perché il
mercato non può avere un’anima. Eppure, l’essere minoranza può essere la
nostra salvezza; può essere il luogo teologico dove far risuonare non una
sinfonia, ma una voce: quella del Vangelo. Cristiani in minoranza? Si, ma
finalmente in cammino di conversione e di salvezza.