Papavero (nome scien. Papaver rhoeas, nome locale pappauru)

È questo il momento del papavero con la sua rossa e splendente presenza sui bordi delle strade, nei terreni brulli e in quelli un tempo lavorati; pur non avendo grandi pretese esso preferisce esprimere la sua bellezza fra i filari delle vigne, negli orti, nei terreni coltivati a grano dove la terra smossa per aiutare le piante commestibili gli garantisce le condizioni migliori. Poco gradita ai contadini, la sua fioritura emergente sul giallo dei cereali, offre allo sguardo uno spettacolo che non è passato inosservato ai pittori, soprattutto gli impressionisti. Pur non raggiungendo grandi dimensioni (al massimo 60 centimetri di altezza) ed avendo uno stelo poco appariscente, sottile e munito di piccoli peli rigidi, il papavero esprime la sua bellezza nei fiori delicati, formati da quattro grandi petali rossi spesso ornati da una macchia lucida, scurissima, quasi nera verso l’apice. Il frutto è una capsula allungata contenente i semi scuri, che a maturazione fuoriescono dai pori collocati nella parte sommitale. Inutile raccogliere i papaveri per metterli in vaso perché la loro bellezza è effimera: mentre fatti essiccare ben pressati fra fogli di giornale cambiati con cura per qualche giorno, essi mantengono forma e colore quasi inalterati; per questo sono presenti in ogni erbario anche il più dilettantesco e costituiscono uno degli elementi più comuni nelle composizioni ornamentali di fiori secchi sotto vetro.Si conoscono le proprietà soporifere del Papaver somniferum coltivato in molte regioni asiatiche per ricavarne oppio, ma anche il nostro comune papavero contiene sostanze usate nella medicina popolare locale come blandi sedativi: i petali, raccolti, essiccati e fatti bollire con lo zucchero, costituiscono un calmante per la tosse spasmodica e per la pertosse; la tisana, ottenuta immergendo i petali in acqua molto calda e abbondantemente zuccherata per vincerne l’amaro, aiuta a dormire, a calmare il nervosismo e anche il mal di testa. In Corsica si preparava una tisana con i fiori per ammorbidire e curare la pelle, ma si usava (anche se in piccole dosi) l’intera piantina, colta prima della fioritura, in cucina per minestre e per focacce.