Anno VI - N° 119 del 15 Febbraio 2005 - pag. n° 8
15 Febbraio 2005
Pagine di Catechesi
don Sandro Serreri
Il digiuno
Iniziando la Quaresima, mercoledì delle ceneri, nel vangelo di Matteo, abbiamo ascoltato questa parola: “E quando digiunate” (6, 16a). E nella I domenica, nello stesso vangelo: “E dopo aver digiunato” (4, 2), riferita a Gesù. Il digiuno è la terza via da percorrere lungo il cammino quaresimale. Su questo, la liturgia e la predicazione pongono l’accento, ne sottolineano l’importanza, insistono sul suo valore salvifico, ne consigliano la pratica. Perché? Per digiuno si deve intendere la libera rinuncia a consumare il pasto del pranzo o della cena in uno dei giorni della settimana (tranne la domenica), preferibilmente il mercoledì o il venerdì. Al tempo di Gesù molti pii ebrei praticavano settimanalmente uno o più digiuni. Mentre, per la setta degli Esseni (una sorta di monaci del deserto), della quale fece parte Giovanni il Battista e alcuni apostoli, il digiuno costituiva una delle regole della loro vita comunitaria. I Padri della Chiesa, sia d’Oriente che d’Occidente, rafforzarono questa pratica inserendola nelle loro dottrine e catechesi. Nel Medioevo, a partire dagli Ordini monastici, il digiuno, insieme alla elemosina, divenne sinonimo di penitenza, di purificazione, di cammino quaresimale di conversione. I grandi maestri dello spirito (abati, monaci e frati predicatori ed eremiti) insegnarono che con il digiuno veniva mortificata la carne causa di molti peccati frutto di una sessualità disordinata, di una gola insaziabile, di un lusso sfrenato e vanitoso. Durante la Riforma protestante la pratica del digiuno non conobbe tramonto, ma trovò una sempre più chiara collocazione nella teologia spirituale di questo periodo così tormentato. Protestanti e cattolici, infatti, concordarono sul valore e l’utilità del digiuno anche se entrambi vi insistettero in modo così eccessivo, che presto se ne smarrì il senso spirituale. Per questo, nel secolo dell’illuminismo e poi in quello della rivoluzione industriale e delle ideologie atee e materialiste, il digiuno conobbe una forte crisi. Sarà, più tardi, la spiritualità emersa dal Magistero del concilio Vaticano II a ridare senso e vitalità alla pratica del digiuno inserendola nel mistero della Passione del Signore Gesù e illuminata dalla Pasqua di Resurrezione. Perciò, oggi il digiuno non è più, come nel Medioevo e nella Controriforma, semplicemente un mezzo esteriore per vincere le seduzioni alle quali la carne umana è più soggetta e vulnerabile (sesso, gola, vanità), ma partecipazione alla Passione di Gesù Cristo. Infatti, oggi si sottolinea maggiormente il suo valore interiore, anche se non viene trascurata la dimensione caritativa verso la quale il digiuno del cristiano deve tendere e restare sempre aperto. Con il frutto del digiuno monetarizzato il cristiano approda alla elemosina, alla solidarietà. Se ieri il digiuno era visto solo come mortificazione della carne, oggi è considerato soprattutto come mezzo per una più viva presa di coscienza dei propri peccati e uno strumento efficace di solidarietà. Praticare il digiuno durante la Quaresima fa avanzare sul cammino della conversione, fa bene alla coscienza, aiuta le vecchie e le nuove povertà. Per questo, digiuniamo.
15 Febbraio 2005
Vie di Ieri e di Oggi
a cura di Giovanna Sotgiu
via Antonio Viggiani

È una via molto bella nella sua irregolarità: ai due accessi su via Ilva, entrambi definiti da gradini, segue una dilatazione quasi innaturale che la divide su tre piani formando percorsi su quote differenti. Nella parte più alta esistono ancora due vecchissime case che rivelavano l’antico sistema di costruzione isolana nel tetto sostenuto da canne e nella porta d’ingresso divisa in modo da poterne aprire solo la parte superiore. Peccato che una di queste sia in drammatica rovina. Alla metà della via una semplice gradinata, bordata da aiuole sempre ben curate dagli abitanti, rimette in comunicazione i due percorsi che finiscono per unirsi direttamente solo verso lo sbocco su piazza Dante. Un tempo la zona si chiamava Castelletto: credo che il nome vada ricercato nell’”ammasso di roccia granitica e di muri a secco” che impedivano un più armonico allineamento delle case e costrinsero a mantenere la notevole differenza di quote fra quelle a nord e quelle a sud. La sistemazione del 1895 eliminò i tratti più difficili con riempimenti e livellamenti atti a consentire il passaggio lasciando, però, qualche curioso muretto con aperture e gradini asimmetrici. L’intestazione attuale risale al 1896: il consigliere proponente Giuseppe Volpe, richiamando la “simpatica figura che illustra il martirologio italiano”, ricordava Antonio Viggiani che “giovine e forte, colpito in fronte da un palla pontificia, cadde a Monte Rotondo, salutando al raggio morente del sole, il glorioso vessillo tricolore”. Era figlio di Francesco, corso di Santa Lucia di Tallano, accasatosi alla Maddalena dove esercitava la professione di speziale (farmacista) e assolveva al compito di viceconsole di Francia. Antonio era ancora molto giovane quando prese parte, da protagonista, alla fuga di Garibaldi da Caprera del 1867: aveva appena 22 anni, una grande abilità di marinaio e altrettanta fede nella idee professate dal Generale. Sfidando il blocco, che stringeva Caprera per evitare che questi potesse mettere a frutto l’intenzione di recarsi in continente a combattere contro lo stato pontificio, egli aveva accompagnato Canzio che doveva prelevare Garibaldi; avvicinatisi troppo a Caprera erano stati fermati da una delle barche di ronda e il giovane aveva allontanato i sospetti rispondendo in dialetto alle domande che gli venivano poste, dichiarandosi pescatore isolano. Garibaldi, avvertito della loro presenza potè raggiungere i due che, intanto si erano recati al porto di Brandinchi ad attenderlo e di qui, il 17 ottobre, trasferirsi in continente. L’impresa della conquista progettata si rivelò presto impossibile e, nel tentativo di conquistare Monterotondo, il giovane Viggiani cadde colpito a morte presso la porta della città.