Anno VI - N° 120 del 1 Marzo 2005 - pag. n° 8
1 Marzo 2005
Pagine di Catechesi
a cura di don Sandro Serreri
L'elemosina
Per poter vivere da cristiani la Quaresima, oltre al digiuno, occorre l’elemosina. Questa, viene subito dopo il digiuno, perché ne è il frutto. L’elemosina, infatti, è il risultato di quanto, per via di astinenze e digiuni alimentari, il cristiano, in cammino di conversione verso la Pasqua del Signore, riesce a mettere da parte, monetarizzando, per i bisogni dei poveri e le ingiustizie sociali. Gesù loda l’elemosina di una “povera vedova” (cfr. Mc 12, 41-44): due spiccioli, l’equivalente di una razione giornaliera di pane. L’elemosina era praticata dai pii farisei. Gesù , però, rivolto anche verso costoro, ebbe a dire: “Quando dunque fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini” (Mt 6, 2). Questo, disse, contro l’uso dell’elemosina ostentata. Piuttosto, insegnò: “Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra” (Mt 6, 3b). Ma la tentazione di praticare le “buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati” (Mt 6, 1), dopo aver perseguitato i figli della antica alleanza, perseguiterà anche quelli della nuova, i cristiani. Per questo, nelle loro catechesi, i Padri della Chiesa insisteranno consigliando la pratica della elemosina, mai slegata da quella del digiuno, stando bene attenti ad evitare quelle ostentazioni che privano qualsiasi elemosina del suo valore e merito spirituale. Nella dottrina dei Padri l’elemosina è considerata come uno dei rimedi per ottenere il perdono dei peccati. Nel Medioevo questa dottrina fu privata del suo carattere spirituale che esigeva, oltre l’elemosina, la pratica del digiuno e della preghiera. Così, dietro la spinta dei predicatori (francescani e domenicani), i sovrani, i nobili, i mercanti iniziarono a donare in elemosina agli ordini religiosi, alle abbazie, alle diocesi, ai vescovi, ai Papi oggetti d’oro e d’argento da riservare al culto, terre e rendite, e a far costruire monasteri, cappelle, altari, e cattedrali. L’elemosina, perciò, assunse sempre più la forma di donazioni preziose e di cattedrali imponenti e ricche d’arte. Si affermò, allora, la convinzione che era sufficiente una delle suddette donazioni perché fosse assicurato il perdono dei peccati, evitando le altre pratiche, comunque sempre necessarie per poter fare un autentico cammino di conversione. Si giunse così al tempo della Riforma protestante che, anche a causa delle elemosine slegate ad un sincero spirito di conversione, portò lo scontro e lo scisma tra i cristiani. Lutero condannò il suddetto uso dell’elemosina come simonia. La Controriforma e i secoli che seguirono videro alcuni santi sociali (san Filippo Neri, san Vincenzo de’ Paoli, san Giovanni Bosco e altri) impegnati a restituire alla pratica della elemosina il fine che le era stato tolto: soccorrere i poveri, contribuire ad alleviare le loro pene, eliminare le ingiustizie sociali. Così sono sorti ospedali, orfanotrofi, scuole, mense. Oggi l’elemosina ha riacquistato il suo carattere di frutto del digiuno motivato ed alimentato dalla preghiera. L’elemosina, da sola, non reca nessun frutto spirituale, né per la conversione né per il perdono e riparazione dei peccati. Comunque, resta il mezzo più semplice e sicuro per vivere il comandamento della carità, della solidarietà. Chi esercita la pratica della elemosina, con sincerità, sa di essere in cammino di conversione, di riconoscere il Signore Gesù nei poveri, di purificarsi dai peccati. Per questo, dobbiamo fare elemosine soprattutto durante questo Tempo di Quaresima.
1 Marzo 2005
Vie di Ieri e di Oggi
a cura di Giovanna Sotgiu
via Sulis

Nasce dalla particolare evoluzione di quella che era un tempo la piazza Sant’Erasmo: vasto spazio pianeggiante sul lato destro della chiesa parrocchiale oggi occupato dal palazzo conosciuto come Scala di Ferro e dagli edifici posti in successione verso levante fino alla casa Alibertini che lo chiudeva quasi completamente. Vi si affacciava la canonica e perciò il nome con il quale era indicata divenne ben presto piazza della canonica o della sacrestia. Qui, sul lato nord, nella casa di Antonio Martini, abitò il capopopolo cagliaritano Vincenzo Sulis dopo la liberazione dal carcere e l’obbligo di risiedere, in esilio, nella nostra isola, senza potersene allontanare. La piazza si trasformò radicalmente quando il proprietario del terreno, Gerolamo Zicavo, costruì il palazzotto, chiamato in seguito Scala di Ferro, oggi portato all’attenzione del pubblico per lo sgombero degli abitanti e la decisione del commissario prefettizio di metterlo in vendita. La costruzione, che non occupava l’intera piazza, lasciandone una parte ancora aperta su via Ilva, determinò la nascita di due vie parallele che su questa si innestavano: quella che sarà via Regina Margherita e quella che continuò a chiamarsi, fino al 1896, via Sant’Erasmo. In quell’anno infatti, anche questa via cambiò nome, il santo fu defenestrato e sostituito con “il tribuno cagliaritano” Sulis. Il completamento del palazzo di Zicavo con le due ali basse allineate su via Ilva e separate dal bel cancello mediano, fu operato nel 1898 e suscitò, all’epoca, la stizzosa reazione di chi, abitando proprio in via Sulis, perdeva completamente la vista sulla piazza Santa Maria Maddalena. Dopo un buon tratto pianeggiante rifinito con pavimento in cemento, la via si insinua con un percorso irregolare e molto stretto, sulla in via Cappellini: è la parte più caratteristica, lastricata e gradinata, che meriterebbe maggiore attenzione e cura soprattutto per la pulizia e il diserbo.