Mons. Salvatore Capula
Don Capula in
una foto del 1927
Abbiamo dedicato la scorsa puntata alle sorelle di mons. Capula, Agostina ed Anna Maria; riprendiamo ora il filo del racconto. Siamo nel 1934 e dal 6 aprile Salvatore Capula, trent’anni, da Castelsardo, è il giovane parroco della parrocchia unica di La Maddalena (quella di Moneta fu istituita nel 1964). “Il mio ruolo a La Maddalena mi appassionava e mi caricava di energia” scrisse oltre sessant’anni dopo don Capula. ”Sentivo forte la nostalgia della mia famiglia e della casa di Castelsardo, ma mi rendevo conto che l’Isola stava diventando la mia nuova casa”. Col passare dei mesi e degli anni “mi sentivo sempre più inserito in quell’ambiente come se anch’io cominciassi a far parte dell’Isola. Sempre più spesso ricevevo le visite degli abitanti, dai più illustri ai più umili, ascoltando e cercando di risolvere i loro problemi, gravi o modesti che fossero. Affidavano a me i loro dubbi e le loro incertezze, richiedevano la mia presenza in tutte le occasioni, domandavano assistenza spirituale e materiale, certi della mia sollecita risposta. Da parte loro i parrocchiani dimostravano con sempre maggior fervore il loro attaccamento alla chiesa. Le celebrazioni, le processioni le ricorrenze religiose erano seguite con partecipazione e gioia. Iniziava a stringersi, intorno alla parrocchia, un folto gruppo di fedeli convinti, capaci, altruisti, che seppero vivere in comunione di intenti e di valori”. In quei primissimi anni don Capula volle conoscere tutto quello che si poteva conoscere dell’Arcipelago. Visitò palmo palmo l’isola di La Maddalena, quella di Caprera, Spargi, Santo Stefano, Santa Maria, Budelli e Razzoli, ma sbarcò anche a Spargiotto, a Barrettini e Barrettinelli e negli altri scogli. A piedi o in bicicletta “percorrevo tutte le strade e tutti i sentieri” e con la barca “visitavo le calette e le spiagge”, tanto che “piano piano imparavo a riconosce anche i sassi”. Di queste bellissime, impervie, affascinanti isole don Capula volle conoscere anche la storia. Il canonico Vico, suo predecessore, era deceduto pochi mesi dopo il suo arrivo e non gli poté tramandare la memoria storica dei suoi cinquant’anni di presenza dell’Isola. Lo fece in parte il buon don Macciocco, ma non era sufficiente. Don Capula, raccolse, lesse e studiò i pochi articoli e libri in circolazione sull’Arcipelago e la scarsa documentazione presente in un archivio parrocchiale trascurato dai suoi predecessori. Raccolse tutto ciò che si poteva raccogliere ma soprattutto (purtroppo in parte oralmente, solo parzialmente ne fece degli appunti volanti o annotazioni nei diari) la memoria dei suoi abitanti. La perfetta, minuziosa conoscenza dell’Arcipelago, di tutto l’Arcipelago che componeva la sua parrocchia, dava a don Capula la sensazione di un assoluto controllo del territorio e di coloro che vi abitavano, tanto da scrivere, anni dopo, che di essi conosceva “tutte le facce, le voci e financo i pensieri”.