L'Emory Land se ne va

La nave appoggio per sommergibili nucleari americani Emory Land dovrebbe concludere, tra breve, il suo soggiorno nelle acque dell’arcipelago maddalenino, che dura da almeno otto anni, per essere sostituita da una nave più piccola, con meno uomini di equipaggio. Questo sembrerebbe il futuro della presenza americana nella base di Santo Stefano e della Emory Land che, da pochi giorni, ha gettato nuovamente l’ancora nelle acque dell’estuario della Maddalena, dopo aver concluso la sua missione africana. La nave officina dovrebbe essere presto sostituita da una di tonnellaggio inferiore, che imbarcherà un equipaggio ridotto di numero. Si parla di settecento unità in meno, rispetto ai mille e trecento, fra donne e uomini, che lavorano attualmente nella nave officina e quindi di seicento persone in meno che rimarrebbero, alcuni completi di famiglia, a circolare per le strade, consumare nei bar e ristoranti durante i lunghi fine settimana, divertirsi nei pub nelle ore notturne.

Un’economia, quella isolana, che andrebbe quindi in perdita, anche perché, a risentirne in maniera pesante, sarebbe il mercato delle case che molti maddalenini affittano per tutto l’anno a famiglie americane che, dopo un biennio, in genere, partono per altre destinazioni. Un cambiamento che, se dovesse avvenire, coinvolgerebbe una massa notevole di persone, ma che non significherebbe di certo abbandono della base.
Le altre navi americane
È il diciotto luglio del 1972, quando l’incrociatore Springfield, getta l’ancora nelle acque dell’Arcipelago, mentre il due agosto dello stesso anno arriva la Fulton, la prima nave appoggio per sommergibili, della storia americana alla Maddalena. Il sei aprile del 1973 arriverà la Gilmore, che rimarrà fino al 1981, quando sarà sostituita dalla Orion, “nave balia” per il decimo squadrone di sommergibili di attacco. Poi sarà di nuovo la volta della Fulton, nell’85 della Simon Lake nella seconda metà degli anni novanta per arrivare alla Emory Land.