“Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio” (Mt 9, 13).
I farisei non credono ai loro occhi: il rabbi Gesù di Nazareth “mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori”. Non capiscono e domandano ai suoi discepoli: “Perché?”. I farisei pensano di essere sani e giusti. Mentre, per loro, non lo sono i pubblicani e i peccatori. Ma il maestro Gesù è venuto per i malati e per i peccatori. C’è da dire, che non tutti i farisei erano ostili verso Gesù, ma, anzi, molti gli dimostravano ammirazione e prestavano ascolto ai suoi insegnamenti. Però, anche questi non riuscivano a capire, perché il rabbi di Nazareth si contaminava ponendosi e stando a tavola con i pubblicani e i peccatori. Tutti i pii farisei erano scrupolosi osservanti delle prescrizioni mosaiche e nessuno di loro mancava verso il culto, ma offriva i sacrifici che la Legge imponeva a chiunque volesse veramente essere figlio dell’Alleanza. Meno scrupolosi, però, si dimostravano nel praticare la misericordia. Dall’alto della loro presunzione, erano fermamente convinti che bastava l’osservanza dei precetti dati da Mosè per essere considerati puri e giusti. Per questo, Gesù mette il dito nella piaga della ipocrisia farisaica e condanna, decisamente e senza mezze misure, i sacrifici cultuali slegati dalla pratica della misericordia. Gesù non si lascia intimorire dal severo controllo al quale lo hanno sottoposto gli scribi e i farisei. Questo, perché non cerca consensi, ma, piuttosto, malati e peccatori. I farisei, culturalmente molto dotti e saggi, non tolleravano le lezioni che provenivano dagli insegnamenti del rabbi Gesù circa, in particolare, la corretta interpretazione della Legge e delle prescrizioni mosaiche. Perciò, mal digerivano colui che si poneva a fianco delle varie scuole rabbiniche insegnando, interpretando, correggendo e dando compimento a quanto Mosè aveva concesso al popolo, per la durezza del loro cuore. Gesù si inseriva, per mezzo del suo quotidiano insegnamento, all’interno del lungo cammino tracciato dai grandi profeti che, con Isaia in testa, mirarono a purificare il culto da ogni traccia di umana ipocrisia. Infatti, non ha paura di dire ai farisei: “Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio”. Il consiglio: “Andate dunque e imparate”, deve essere risuonato estremamente fastidioso agli orecchi dei farisei, poco disposti ad imparare insegnamenti che non provenissero dalle loro scuole teologiche, ma Gesù, comunque, rivolge loro questo invito. Il “medico” venuto per i malati e non per i sani, a chiamare i peccatori e non i giusti, sconvolge il pensiero, religioso e teologico, dei farisei fortemente vincolato dalle pratiche esteriori e sempre pronto a giustificare omissioni, accomodamenti, ipocrisie. Anche i colti, puri, saggi e prestigiosi farisei dovevano imparare: “Che cosa significhi: Misericordia”. Si tratta di un duro colpo inflitto all’orgoglio dei farisei. Anche loro, dunque, devono mettersi alla scuola della misericordia, se vogliono restare fedeli alla Alleanza, alla Legge e ai Profeti. Pena, tradire il cuore della Legge che Dio diede ai loro padri: la misericordia. Noi, non siamo molto diversi da quei farisei con i quali Gesù entra in disputa teologica. Anche noi dobbiamo imparare “che cosa significhi: Misericordia”, altrimenti: vana sarebbe la nostra fede, se non riceve il supporto della testimonianza della carità, del perdono, della comprensione, della solidarietà. Per riuscire in questa impresa, dobbiamo chiamare il “medico”: Gesù.