Anno VI - N° 126 del 1 Giugno 2005 - pag. n° 8
1 Giugno 2005
Pagine di Catechesi
a cura di don Sandro Serreri
A partire da questo numero, nella rubrica: Pagine di catechesi, dedicherò alcune riflessioni sopra il significato teologico e liturgico della architettura dell’edificio chiesa con esplicito riferimento al nostro.
Il portale
La porta d’ingresso degli edifici di culto solitamente è molto grande e ha due ante. Questo, non solo per permettere un maggiore, comodo e tranquillo flusso d’ingresso e di uscita, ma, soprattutto – e qui entra in gioco la simbologia teologico-liturgica –, per conferire al portale il senso e la dignità di ianua coeli. Infatti, il portale d’ingresso di una chiesa non è solo il varco attraverso il quale vi si accede, ma è anche, e in particolar modo, porta del cielo. Essendo l’edificio chiesa lo spazio architettonico entro il quale si celebrano i divini misteri che portano alla salvezza il popolo di Dio convocato per celebrare la sua misericordia, il portale è veramente l’accesso al cielo, alla partecipazione alla liturgia terrestre affinché possiamo meritarci quella celeste per l’eternità. Le chiese con maggiore dignità, in forza della funzione che ricoprono, come possono essere i duomi o le cattedrali, possono far precedere l’ingresso da un ampio atrio colonnato (la basilica di san Pietro in Vaticano) o anche da un chiostro (la basilica di san Paolo fuori le mura). Lo scopo, è quello di preparare il pellegrino, che si sta recando a ricevere i beni della salvezza, ad entrare dentro un clima fatto di silenzio e di preghiera, di disposizione spirituale, di distacco libero e volontario dalla vita quotidiana sino a quel momento condotta. Noi, nel caso della nostra chiesa, non abbiamo né un atrio né un chiostro, ma disponiamo di un pur piccolo spazio di preparazione chiamato bussola. La nostra ha lo scopo non solo di isolare l’interno dell’edificio dai rumori esterni, che talvolta potrebbero essere così fastidiosi da disturbare il regolare svolgersi delle celebrazioni liturgiche, ma anche quello di prepararci ad entrare nella domus Dei indossando un abito spirituale lasciando così fuori tutto ciò che non è idoneo per porsi davanti a Dio in comunione con tutti i membri del suo popolo. Ogni portale si compone di quattro elementi: due stipiti, una architrave e due ante in legno (il nostro) o in bronzo (chiesa di Stella maris in Porto Cervo). Sopra la nostra architrave, all’esterno, c’è una lapide marmorea dedicata a magnificare il grande benefattore della nostra parrocchiale il barone Giorgio Andrea des Geneys. Le due ante, in legno, mostrano all’esterno due superbi angeli che reggono un cartiglio, sempre in legno. Ritornando alla bussola, è molto funzionale. Infatti, oltre ad avere due porte laterali, possiede anche ciò che, praticamente, costituisce un secondo portale d’ingresso a due ante in legno. Ricordo che, se il portale d’ingresso è simbolo e preludio della ianua coeli, è, inoltre, anche simbolo di Gesù che si è definito porta: “Io sono la porta delle pecore” (Gv 10, 7). Attraverso Gesù-porta le pecore (il popolo di Dio) entrano nell’ovile (la chiesa). E questa porta non è stretta (cfr. Mt 7, 13), ma ampia affinché, chiunque voglia entrare, entri e così possa sedere alla mensa del Signore, nutrirsi del pane della Parola, dell’Eucaristia e della fraternità.
1 Giugno 2005
Vie di Ieri e di Oggi
a cura di Giovanna Sotgiu
Via Albini

Parte, con una bella scalinata di granito che meriterebbe maggiore attenzione e più solerte pulizia, da via Galliano e, seguendo un percorso pianeggiante arriva di fronte al cancello dell’Artiglieria. Verso sud si collega con via Regina Margherita, a nord apre begli scorci sui Tozzi, la zona granitica sulla quale sorge il forte di Sant’Andrea. E’ una strada relativamente nuova, che risultava ancora non completamente definita nel 1896 al momento della sua intestazione. Il consiglio comunale voleva ricordare “quei concittadini, ora scomparsi dalla scena del mondo, che furono uomini a cui la vita diede antica fama di rara perizia marinaresca, che provarono l’abbassamento nella qualità di mozzo, per rialzarsi alla dignità di ammiragli, e animosi s’avventurarono a tutte le più belli imprese”. In effetti Giovanni Battista Albini non arrivò al suo grado provenendo, come altri a cui si riferisce la delibera consiliare, dalla carriera dei sottoposti, ma aveva frequentato la scuola di marina di Genova destinato a divenire ufficiale. Figlio del coraggioso Giuseppe e nipote, per parte di madre, di uno dei più vecchi comandanti della marina sarda, Giovanni Ornano, era destinato alla carriera che lo vide conquistare la medaglia d’oro per una azione di coraggio e responsabilità nell’assedio di Ancona del 1860. Aveva ricevuto l’ordine di bombardare una batteria, ma lo spostamento della sua nave, dovuto alla corrente, non gli consentiva un tiro efficace: aveva chiesto, allora, libertà di manovra rispetto allo schieramento assediante e così, portatosi molto vicino al bersaglio, era riuscito a distruggerlo. A parte le imprese guerresche, dobbiamo ricordare che Albini fu sempre molto vicino alla comunità maddalenina che in diverse occasioni si avvalse del suo aiuto. A lui dobbiamo anche uno dei portolani più completi che riguardano le isole dell’arcipelago, La Guida del piloto nel litorale dell’isola di Sardegna, pubblicato nel 1843.