Storia della Parrocchia
a cura di Claudio Ronchi
La consacrazione dell’Arsenale

L’8 settembre 1955 (cinquant’anni fa) “nel boschetto antistante le officine e gli uffici” dell’Arsenale veniva posta la prima pietra del monumento alle Vergine in memoria dei dipendenti civili caduti nel corso della II guerra mondiale. “Il progetto ancora non si conosce” leggiamo sul Notiziario Diocesano della Diocesi di Ampurias e Tempio n. 40 dell’ottobre 1955, ”ma è certo che una statua della Madonna verrà collocata in cima al monumento. In un foro praticato nella pietra veniva collocata una pergamena, chiusa in una custodia di bronzo, contenente la formula della consacrazione, le parole con le quali si ricorda il sacrificio dei caduti e le firme apposte dalle autorità presenti. Per l’occasione mons. Capula teneva una breve allocuzione tra la più viva attenzione degli astanti. Seguiva il colonnello Marras con elevate parole di circostanza”. L’Arsenale militare di Moneta, sorto nel 1891, era stato “affidato” alla Vergine nel 1951 (in occasione dei 60 anni della sua fondazione) “per esplicito desiderio delle maestranze” le quali vollero affidare il futuro dell’Arsenale e il loro, all’epoca assai incerto (già da allora si parlava di smantellamento della struttura), fonte, l’Arsenale “di lavoro, di vita e di quotidiano sacrificio”. Dallo stesso articolo pubblicato dal periodico diocesano, firmato F.R, apprendiamo che quell’’8 settembre 1955 “alle 9,30, dopo l’ingresso della statua della Madonna, su un altare improvvisato dagli operai, il cappellano militare don Vigna celebrava la S. Messa, assistito dal mons. Capula. Dietro l’altare il coro maschile e femminile della parrocchia di S. Maria Maddalena, diretto da don Cimino ed accompagnato dal violino da Mario D’Andrea, eseguiva una serie di canti sacri. Don Carlo Curis, al microfono, sottolineava i passi del Santo Sacrificio. Tra gli operai, impiegati e famiglie, in prima fila – è scritto sempre nell’articolo citato – il nuovo comandante della piazza capitano di vascello Albrizio, il sindaco Pietro Ornano, il direttore dell’Arsenale capitano Ubaldo Lai, il vice sindaco Donato Pedroni, l’assessore ai lavori Cesiro Impagliazzo, il capitano commissario De marco, il tenente Laruccia, i capi tecnici Antonio Mureddu, e Gino Grombi, il maresciallo dei Carabinieri dell’Arsenale Quesada, ecc.”
(1-continua)
Vie di Ieri e di Oggi
a cura di Giovanna Sotgiu
Piazza Dante

Non so a quando risalga la denominazione della piazza perché Giuseppe Volpe, propositore, nel 1896, della più completa delibera relativa alla onomastica cittadina mai fatta fino a quel momento, in una sua documentata lettera del 15 settembre 1900, collocava piazza Dante fra quelle “mai elencate e deliberate dal comune” e delle quali “si sono conservate la denominazioni”. Unico elemento per poter risalire all’epoca dell’intestazione è una precedente delibera della giunta comunale che, nel 1865, ricordava le principali vie e piazze cittadine: in tale elenco non figura piazza Dante; ciò potrebbe significare che essa ha ricevuto un nome successivamente a questa data e prima del 1896. E’ uno spazio irregolare costituito da larghi tratti in leggero declivio separati fra loro da gradini; solo gli accessi (da via Viggiani e da via Castelfidardo) presentano vere gradinate: malgrado la vicinanza con la trafficatissima via Cairoli, la piazza gode di un silenzio e di una calma particolari determinati dal fatto che è al centro di una zona inaccessibile alle macchine e che vi si affacciano poche case, alcune delle quali abitate solo in estate; malgrado ciò i residenti le dedicano una grande cura abbellendola con vasi di fiori e con cespugli di buganvillea. Oggi la piazza sta per essere restaurata: il piano di recupero del centro storico prevede la sostituzione della attuale pavimentazione in cemento con quella in granito: peccato, però, che questo sia messo in opera nella forma dei sampietrini, completamente estranea alla cultura e alla tradizione locale.
Pagine di Catechesi
a cura di don Sandro Serreri
L’aula liturgica
Varcato il portale d’ingresso, si accede allo spazio detto “aula liturgica”. Questo, può essere costituito da una sola grande navata (vedi la nostra o quella della cattedrale di san Pietro in Tempio Pausania) oppure da più navate (vedi la bellissima romanica basilica di san Simplicio in Olbia). L’“aula liturgica” è lo spazio entro il quale l’assemblea liturgica, convocata nel “dies Domini” o tutti i giorni della settimana, celebra l’Eucaristia presieduta dal sacerdote. Abbiamo detto “celebra” e non “partecipa”, perché è proprio dell’assemblea liturgica dei battezzati convocati celebrare e non partecipare. Infatti, l’assemblea liturgica è chiamata ha celebrare i divini misteri della salvezza e non a partecipare come, piuttosto, accade per gli spettatori in un teatro. L’”aula liturgica”, soprattutto se maestosa (vedi la nostra o quella della parrocchiale di san Giuseppe in Tempio Pausania), costringe ha porre come fuoco della prospettiva il tabernacolo incastonato nell’altare maggiore. L’”aula” ospita i banchi e gli inginocchiatoi. A riguardo, segnaliamo l’uso invalso, ma non liturgico, ormai in molte chiese di porre banchi privi di inginocchiatoi. Ricordiamo che è norma liturgica mettersi in ginocchio durante tutta la durata della consacrazione, cuore e culmine della celebrazione eucaristica. L’”aula” è simbolo dell’ovile (la Chiesa) entro il quale le pecore (i battezzati) ascoltano la voce del pastore (Gesù). Ma è anche simbolo della nave-Chiesa (da nave deriva il termine “navata”): nave che ha Pietro come timoniere; nave entro la quale si agitano i venti delle vite dell’equipaggio dei battezzati. La nostra “aula” si eleva ad una altezza di ben quindici metri dal piano di calpestio. Questa altezza conferisce allo “spazio liturgico” respiro, solennità, prospettiva felice, visuale ampia. Aule, come la nostra, consentono ai battezzati una celebrazione dei divini misteri in quasi perfetta armonia con l’area presbiterale (della quale parleremo in una prossima puntata della nostra rubrica), che ospita l’altare maggiore, la mensa eucaristica, l’ambone e la sede della presidenza liturgica. Questa armonia offre il senso profondo della comunione che intercorre tra l’assemblea dei battezzati e il sacerdote e fa sì che tutti si sentano ciò che veramente sono: popolo sacerdotale. L’”aula liturgica” è illuminata dall’alto da finestre. E’ bene, perché vi siano entro questa raccoglimento e spiritualità, che la luce non sia sovrabbondante tanto da costituire persino motivo di fastidio e, dunque, di disagio. La pavimentazione, di solito, è costituita da lastre di pietra nobile (marmo o granito). Le dimensioni dell’”aula” devono trasmettere l’idea teologica che chiunque vi si trova dentro deve sentire di trovarsi dentro la “domus Dei”: casa grande perché casa di tutti; casa grande perché casa del popolo di Dio in cammino. Entrare, dunque, dentro l’”ovile”, la nave, la casa, significa entrare in una sorta di spazio che annulla gli spazi, perché qui dentro si celebra un assaggio di quella liturgia celeste che con quella terrestre stiamo assaporando e per la quale ci stiamo preparando per l’eternità. Perciò, bando a quelle “aule liturgiche” che con questi sentimenti spirituali nulla hanno a che vedere, ma che, anzi, mortificano la preghiera, il culto, la celebrazione dei divini misteri, l’eucaristia, il senso di appartenere al popolo sacerdotale di Dio. Ben vengano, invece, “aule” come la nostra, che elevano lo spirito, soprattutto quando ivi regna sovrano il silenzio della contemplazione.
Centenario nascita: Mons. Capula

Don Capula e i suoi ragazzi - foto 18.2.1934
Nel periodo di costruzione dello Splendor era presidente dell’Azione Cattolica Mario Demurtas il quale dovette poi partire da La Maddalena per motivi di lavoro. Don Capula, nel novembre 1934, indisse tra i giovani soci le elezioni del nuovo direttivo, dalle quali risultarono eletti Andrea Del Monaco (vice presidente), Francesco Muntoni (segretario), Efisio Corona (cassiere), Marcello Zichina e Nino Scarfi (consiglieri). Nel gennaio del 1935 il vescovo Albino Morera, su proposta di don Capula, nominava Andrea Del Monaco presidente dell’Azione Cattolica di La Maddalena. Il 2 gennaio 1936 avvenne addirittura che il Delegato Aspiranti Efisio Corona fu nominato dal Vescovo Presidente Diocesano dell’Azione Cattolica e Nino Scarfi segretario. Il vescovo Morera svolse la sua quinta Visita Pastorale a La Maddalena nei giorni 22 e 23 maggio 1938. “Anche in questa parrocchia “– è scritto nella Relazione conservata negli Archivi parrocchiali - ci parve di riscontrare un progresso sensibile nella via del bene. Soprattutto ci rallegriamo con il M.R. Parroco per l’impulso che ha saputo dare … Prendiamo atto con piacere che si è costruito, primo nelle nostre Diocesi, un bel salone per le opere cattoliche”. Nel “Questionario” in preparazione della Visita Pastorale, redatto e sottoscritto da don Capula, sono riportate alcuni interessanti dati su La Maddalena e la vita parrocchiale. Alla data del 1° aprile 1938 la popolazione complessiva era di 11.587 abitanti, dei quali 10.128 vivevano in paese, 1.459 in campagna. Nel 1935 i bimbi battezzati furono 277 (261 legittimi e 16 illegittimi). I morti furono complessivamente 113 (di cui 23 bimbi, pari al 20%); di questi 68 morirono con tutti i sacramenti, 10 con la sola estrema unzione, 11 di morte improvvisa ed 1 senza sacramenti. I cresimati furono 202, i matrimoni 126 (di cui 1 civile). Nel 1936 i bimbi battezzati furono 260 (258 legittimi, 2 illegittimi). I morti furono 121 (di cui 33 bimbi, pari al 27 % delle morti), di questi 63 con tutti i sacramenti, 16 con la sola estrema unzione, 9 di morte improvvisa. I cresimati furono 196, i matrimoni 89 (dei quali 2 civili). Nel 1937 vennero battezzati 274 bambini (dei quali 7 illegittimi). I morti furono 115 (dei quali 52 bambini, pari al 45%, cifra impressionante), 48 con tutti i sacramenti, 4 con la sola estrema unzione; nove persone morirono di morte improvvisa, 2 non vollero i sacramenti. I cresimati furono 166, i matrimoni 84 (1 solo civile). Per quanto riguardava la frequenza media alla Messa festiva, nel 1936 si contavano circa 300 ragazzi, 600 ragazze, 400 uomini, 2.200 donne, per un totale di circa 3.500 persone (circa il 30% della popolazione).
(15 – continua) Claudio Ronchi