Storia della Parrocchia
a cura di Claudio Ronchi
Don Vico: 50 anni di sacerdozio

Il 3 luglio scorso don Salvate Vico, maddalenino, ha celebrato i cinquant’anni di sacerdozio. Figlio di Battista Vico, presidente alla fine degli anni ’20 dell’Azione Cattolica e di Lidia Muscas, vide la luce il 23 gennaio 1932 nella casa di famiglia di piazza S. Maria Maddalena. Ad amministrargli il battesimo, il giorno dopo, fu lo zio parroco canonico Antonio Vico (fratello del nonno), già da 32 anni parroco di La Maddalena. Madrina fu la zia Gavina Vico e l’omonimo zio, fratello del padre Battista, don Salvatore Vico, allora 36enne, da 13 anni sacerdote, già parroco della cattedrale di Tempio, che fin dal 1923 aveva avuto la formidabile intuizione di Aratetena che lo avrebbe portato alla fondazione della Congregazione delle Figlie di Gesù Crocifisso. In famiglia c’era poi un’altra zia, sempre sorella del padre, Maria Maddalena (suor Maddalena), consacrata nell’istituto delle vincenziane a Torino e poi a Roma. A La Maddalena il giovanissimo Salvatore Vico trascorse gli anni dell’infanzia per poi trasferirsi a Tempio in seminario. Successivamente ha frequentato il liceo ed i corsi di teologia nel seminario regionale di Cuglieri dove ha conseguito il dottorato in dogmatica. Il 3 luglio 1955 l’ordinazione sacerdotale da parte del vescovo mons. Carlo Re. Vice parroco della cattedrale di Tempio con mons. Grimaldi, nel 1966 ebbe l’incarico della costituzione della nuova parrocchia del Sacro Cuore della quale divenne parroco e lo è tuttora. Dopo la morte dello zio (padre Salvatore Vico, nel 1991) è stato lui a diventare padre spirituale delle suore vichiane, della quali, sua sorella suor Battistina, è superiora in Africa nelle missioni della Congregazione. Don Vico è docente di cristologia ed antropologia teologica presso l’Istituito di Scienze Religiose (Istituto Euromediterraneo). “Prete colto, estremamente riservato, di grande carisma” ha recentemente scritto di lui Giuseppe Pulina, nel bilancio dei lunghi anni da parroco del Sacro Cuore “non si può prescindere dall’impegno speso nell’organizzazione delle diverse attività parrocchiali. Molti ricordano il grande impulso che ha voluto dare all’attivismo dei laici, attraverso la pastorale familiare e la costituzione dei gruppi. Un occhio di riguardo lo ha riservato ai giovani della parrocchia ed ai laici in generale”. Pulina ricorda ancora l’episodio del rapimento dei cantanti Fabrizio De Andrè e Dori Grezzi, per i quali don Salvatore Vico si offrì in qualità di intermediario. Oggi 73enne, don Salvatore Vico, sebbene abbia trascorso gran parte della sua vita lontano da La Maddalena, tiene con questa sempre un legame, fatto di alcune discrete e private visite durante l’anno e di brevissimi soggiorni presso la casa di famiglia.
Vie di Ieri e di Oggi
a cura di Giovanna Sotgiu
via Montebello

Fa parte del nucleo più antico di strade che formavano il fitto reticolo a ponente della chiesa parrocchiale, qui la regolarità del pendio consentiva il progressivo sviluppo di percorsi, paralleli fra loro, che conducevano verso il mare (via Vittorio Emanuele, via Marsala, via Tomaso Zonza ecc. fino a via Viggiani). Una sola strada le tagliava a diversi livelli mettendole in comunicazione fra loro e, soprattutto, collegando cala Gavetta con la parte alta di via Cairoli. È via Montebello caratterizzata da grande irregolarità sia nelle dimensioni che nel percorso: inizia dal basso in decisa salita, costeggiando i bei piazzaletti del palazzo dove visse Agostino Millelire, si trasforma in una pericolosa strettoia all’altezza dello spigolo di casa Demontis fra via Tomaso Zonza e via Solferino, si arrampica con una ripida scalinata fino a via Cavour, che taglia perpendicolarmente insieme a via Viggiani, gira intorno alla casa Scolafurru e, finalmente in piano, costeggia sulla destra piccoli giardini cintati da alti muri; poi, con un elegante slargo dove spicca la bella casa Perifano con le sue vetrate multicolori, sfocia dolcemente in via Cairoli. Un percorso così tortuoso giustifica il vecchio appellativo di via Castelletto mutuato dalla zona più elevata, corrispondente alle attuali via Viggiani e Cavour, dove densi ammassi di rocce rendevano difficoltosa la sistemazione stradale. L’intestazione attuale, del 1896, voleva ricordare un episodio della seconda guerra d’indipendenza italiana con lo scontro che oppose gli austriaci agli alleati piemontesi e francesi.
Pagine di Catechesi
a cura di don Sandro Serreri
Le cappelle
Dopo l’aula liturgica, gli altri spazi che caratterizzano la domus Dei sono rappresentati da quelli occupati da una serie di cappelle il cui numero e dimensioni possono variare a seconda della ampiezza dell’edificio e dalla ricchezza della comunità che lo ha espresso. Le cappelle – collocate sempre ai lati della navata centrale – costituiscono lo spazio architettonico e sacro ideale per il culto e la devozione dei santi. Nelle cappelle, infatti, si espongono permanentemente le immagini su pietra, legno o tela di quei santi che all’interno della comunità dei credenti godono di particolare venerazione. Per questo, non è raro trovare il motivo della costruzione e dedicazione di una cappella al culto di un santo nella devozione di una parte della comunità o di una famiglia per ragioni legate alla società o professione di appartenenza o, più semplicemente, “per grazia ricevuta”. Nelle antiche chiese – dal medioevo in poi – le cappelle, specie quelle nobiliari, erano utilizzate anche come luogo di sepoltura (sotto il pavimento) o per ospitare i sepolcri dei membri più illustri del casato (nelle pareti laterali). Oggi, questo uso è decaduto. Nelle chiese cattedrali, comunque, si continua a seppellire nelle cappelle le salme dei vescovi diocesani (si vedano i casi nella cattedrale di Tempio – mons. Mario Ghiga – o nel Duomo di Sassari – mons. Salvatore Isgrò –). Al di là di questo uso, le cappelle danno la vera immagine delle devozioni che caratterizzano il cammino di fede dei credenti che si ritrovano la domenica per celebrare l’eucaristia, ma anche dei tanti non praticanti che, però, al culto dei santi non sanno rinunciare. Per tutti questi motivi, le cappelle, più che l’aula liturgica (la navata centrale), parlano della storia della fede dei credenti. Infatti, solo nelle cappelle possiamo trovare espressa la cosiddetta “religiosità popolare”. Nelle cappelle il credente devoto accende la candela al santo venerato, lascia la sua offerta, appende il suo “per grazia ricevuta”. Così, spesso – lo dobbiamo riconoscere –, le cappelle diventano il vero cuore della chiesa e questo a discapito del tabernacolo o della cappella del santissimo sacramento. Le cappelle, dunque, costituiscono una sorta di polo di attrazione per tutti quei fedeli che legano la propria fede alla devozione verso un santo considerato sicura via per ottenere grazie spirituali e corporali. Queste cappelle possono essere decorate con cicli di affreschi (si pensi a quelli mirabili della basilica di san Francesco in Assisi) o con quadri di grandi ed immortali pittori (quelli del Tiepolo a san Luigi dei francesi in Roma) o con sculture marmoree o lignee di celebri scultori o, molto più semplicemente, ma non per questo meno significativi, con quadri o statue non di grande valore artistico (a riguardo si vedano le nostre cappelle), ma molto cari ai fedeli devoti, perché ritraenti il loro santo miracoloso. Nella nostra chiesa parrocchiale poco è rimasto – a dire il vero – delle antiche cappelle che, certamente, non avevano di pregevole nulla o quasi, ma che, comunque, contenevano la storia delle antiche devozioni degli abitanti della nostra isola. Le attuali cappelle recano i segni del passato insieme a quelli del cammino di fede compiuto dalla nostra comunità in questi ultimi decenni. Ogni cappella ha come suo centro prospettico e devozionale l’immagine del santo e l’altare, ma di questi ultimi scriveremo nella successiva pagine di catechesi che, appunto, sarà dedicata agli altari.