Anno VI
Il Vento - n° 130
1 Agosto
Storia della Parrocchia
a cura di Claudio Ronchi
I parroci Mannu
Sul numero scorso de Il Vento abbiamo pubblicato l’elenco di parroci, vice parroci e cappellani delle tre parrocchie di La Maddalena. Oltre alla novità assoluta dell’elenco dei cappellani e parroci della chiesa militare isolana (pur col limite di partenza del 1929) ha destato interesse quella che per molti continua ad essere una novità: il fatto che i primi due parroci dell’Arcipelago, della parrocchia di S. Maria Maddalena, si chiamassero entrambi Virgilio Mannu. La scoperta è recente ed è stata effettuata all’Archivio di Stato di Cagliari da Salvatore Sanna, nei panni di studioso e storico, panni a lui congeniali quanto quelli politici. E tale scoperta fu pubblicata come allegato al Il Vento n. 38 del 1° settembre 2001 col titolo “I due Mannu”. Scriveva Sanna che con l’occupazione sardo piemontese dell’ottobre 1767 giunse a La Maddalena anche un cappellano, certo don Michele Demontis, il quale, come scrisse il Vicerè di Sardegna al Maggiore di Sprecher La Rocchetta dovrà “pure servire da parroco con celebrare la Messa nei dì festivi (per cui Ella farà dare il segno col tamburo in mancanza di campana) e amministrare i Sacramenti tanto alla truppa che agli isolani”. Da parroco, nel senso che intendiamo noi, Demontis, non fece, soprattutto per il pochissimo tempo che rimase a La Maddalena. Don Michele Demontis scrive infatti Salvatore Sanna “viene sostituito a metà dicembre (1767 ndr) dal Canonico della Collegiata di Civita, don Virgilio Mannu, del quale il Viceré farà, dopo un solo mese di lavoro, l’elogio per la sua ‘abilità e zelo’ presso il Vescovo ... Il Canonico Mannu avvia di fatto la vita istituzionale della Parrocchia maddalenina con la redazione degli atti in appositi registri che firma con il solo titolo canonicale” Qualche tempo dopo “anche lui chiede di essere rilevato per ritornata alla sua più comoda Collegiata tempiese”. In una lettera del 16 maggio 1769, il nuovo comandante dell’arcipelago di La Maddalena Willy, scrivendo a Cagliari comunicava che in precedenza “quel Cappellano Canonico Virgilio Mannu, avendo dovuto passare a Tempio per affari suoi particolari, lasciò a far le veci il suo cugino Sacerdote Virgilio Mannu il quale si è sin qui disimpegnato con lode e soddisfazione tanto della truppa che di quegli abitanti. E siccome la Collegiata di Tempio non ha più voluto permettere al mentovato Canonico di ritornare all’ isola Maddalena, gradirebbe quel Comandante si confermasse il presentaneo’. “Il ‘cugino’ Virgilio Mannu Parroco – scrive sempre Sanna – sarà all’Isola per quattro anni, sostituito a metà anno 1773 da don Giacomo Mossa . Solo a seguito della curiosità dell’omonimia individuata dai documenti d’archivio è stato possibile notare la differente grafia degli atti redatti dai due cugini, rilevando molti punti di differenza che prima erano sfuggiti e confermando l’intervento di due sacerdoti diversi ed omonimi”. Due parroci Mannu, appunto.
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Vie di Ieri e di Oggi
a cura di Giovanna Sotgiu
via Ferruccio
Nel 1896, su proposta del solito Giuseppe Volpe, insieme agli altri nomi di santi protettori di tante vie cittadine, scomparve anche quello di San Pietro; a lui era intestato un passaggio stretto e corto ma di grande importanza e molto usato perché metteva in comuni-cazione due fondamen-tali settori della città: quello che era allora largo Roma (oggi largo Matteotti) e la via del Quartiere (oggi via Regina Margherita). Nel clima del momento, teso a riscoprire eroi o antesignani delle idee di indipendenza italiana, il consiglio comunale intestò la via a “Ferruccio”: credo che questo sia identificabile con Francesco Ferrucci, il condottiero protagonista degli ultimi episodi legati alla difesa della repubblica fiorentina nel 1530 e passato alla storia per avere apostrofato il suo assassino, Fabrizio Maramaldo, con le parole “vile tu uccidi un uomo morto”. Da allora il nome Maramaldo fu usato con una pesante accezione negativa e Ferrucci fu additato come coraggioso interprete della lotta di indipendenza contro lo straniero invasore d’Italia. Come spesso avviene in questi casi, ci si scordò di raccontare parte della vicenda: infatti Ferrucci, nella sua qualità di commissario generale di campagna, ovvero responsabile della conduzione della guerra fuori dalle mura della città, si era macchiato di una grave colpa facendo impiccare un tamburino inviato presso di lui da Maramaldo a parlamentare e chiedere la resa. Perciò, quando, ferito gravemente in combattimento, fu condotto dinanzi al capitano nemico, questo aveva operato la sua vendetta: ricordandogli il suo gesto lo aveva spogliato delle armi e lo aveva colpito rabbiosamente alla gola. Curiosamente tutto ciò sembra rivivere nel nome che i maddalenini diedero alla via chiamandola a stritta da pugnalata: certo vi sorgeva un bettola ed è possibile che i fumi del vino abbiano provocato qualche rissa, ma non sono a conoscenza di alcun ferimento o di avvenimenti cruenti che abbiano interessato la zona.
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Centro Studi Magdalenico
Convegno: le città di Maria Maddalena”
Organizzato dal Centro Studi Magdalenico nel quadro delle manifestazioni programmate per le festività di Santa Maria Maddalena, il convegno “Le città di Maria Maddalena: Firenze, Venezia, Fabriano”, ospitato presso il salone comunale il 18 luglio scorso, ha ottenuto un buon successo di critica e di pubblico. Relatore è stato un giovane docente di iconografia e iconologia presso l’Università degli Studi di Macerata, il prof. Giuseppe Capriotti. Con lui tracciamo un breve quadro degli argomenti trattati nel convegno. “La relazione – inizia il prof. Capriotti – si è incentrata sulla figura della santa evangelica, riattraversando le fonti canoniche ed apocrife, sempre nella prospettiva dello storico, cioè ritenendole valide entrambe; il lavoro si è fondato anche sull’ipotesi che esista un peculiare rapporto tra alcune città italiane e la santa. Lo studio è partito dalla città di Magdala, a nord di Tiberiade, sul Lago di Galilea, luogo d’origine della Maddalena; lì la sua figura era quella di una sapiente e di una testimone, in una società, è bene ricordarlo, dove la testimonianza di una donna non era nemmeno riconosciuta. Il passo successivo è stato quello di capire come mai ella sia diventata, nella tradizione, la prostituta pentita, confondendo, le figure di tre diverse donne evangeliche. Quello che risulta chiaro dalle fonti è che nel VI secolo d.C. la fusione delle figure è già avvenuta e la Maddalena sia una figura costruita per coagulare consenso: una peccatrice che si pente. In seguito ci si è soffermati sui rapporti con le tre città che hanno dato il titolo al convegno. In esse le opere artistiche aventi per soggetto Santa Maria Maddalena, hanno avuto un ruolo ben preciso; a Firenze una pala della Maddalena di Donatello rappresentava la patrona delle prostitute pentite; a Venezia opere sulla santa evangelica erano utilizzate nelle corti ed erano modelli per le cortigiane; a Fabriano, infine, in piena età controriformistica, nelle opere di Orazio Gentileschi, la Maddalena era davvero la penitente, un esempio per chi voleva convertirsi. In tutti i casi comunque viene fuori una donna sempre eccessiva, nell’amore, nel peccato, nella penitenza”. Un cenno finale all’interesse personale sulla santa. “La Maddalena è senza dubbio un personaggio moderno; il mio interesse è nato da una grande attenzione personale verso il ruolo della marginalità. Tramite gli studi ho cercato di trovare le risposte su come il mondo occidentale ha risolto la questione del corpo femminile. Troppo a lungo il peccato della donna è stato legato unicamente ad esso”.
Gian Luca Moro
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Maddalenino, partecipò alla spedizione dei Mille
Il centenario di Angelo Tarantini
Il primo agosto 2005 ricorrerà il centenario della morte di Angelo Tarantini, unico maddalenino ad aver preso parte alla spedizione dei Mille, sulla cui figura è in preparazione uno studio dettagliato curato dall’ANVRG della nostra città. Angelo Tarantini nacque a La Maddalena, in regione Carone n. 5 in località Moneta, il 13 dicembre 1836, da Giuseppe e Maria Scotto. Il padre di professione era marittimo, imbarcato su un bovo, impegnato nei traffici nel Mediterraneo; è probabile che egli visse a lungo lontano dall’Arcipelago e che la famiglia fosse di condizione economica modesta. Nella permanenza a La Maddalena, un episodio lega questa famiglia alla figura del Generale Garibaldi. Il 12 ottobre 1849, nel periodo della breve permanenza coatta di Garibaldi nell’Arcipelago, dopo la caduta della Repubblica Romana, la fuga verso Venezia, la morte di Anita e l’arresto che egli subì a Chiavari il 6 settembre dello stesso anno, il Generale si trovava nella vigna della famiglia Susini, con la quale era legato da consolidati rapporti di amicizia; all’Isuleddu salvò il piccolo Domenico Tarantini, cugino di Angelo, che rischiava di affogare per il mare grosso. Dal quel 1849 passarono molti anni; nel 1860 egli iniziò i preparativi di quella che fu la più grande impresa della sua vita, la Spedizione dei Mille, partita da Quarto, presso Genova, il 5 maggio 1860. All’epoca, all’età di ventiquattro anni, anche Angelo Tarantini si trovava a Quarto, e si unì, unico maddalenino insieme ad altri due sardi, fra i 1089 che accompagnarono l’Eroe nella spedizione contro il Regno Borbonico. Per quanto riguarda le motivazioni per le quali Tarantini fosse a Quarto si possono fare principalmente due supposizioni: la prima che fosse stato arruolato nella Regia Marina Sarda; la seconda che svolgesse il mestiere di marittimo e che quindi si trovasse ivi per motivi di lavoro. In entrambi i casi è comunque impossibile spiegare perché il Tarantini abbia deciso di aderire alla spedizione dei Mille, né azzardare una interpretazione dei suoi ideali o delle sue aspirazioni patriottiche. Dopo lo sbarco a Marsala dell’11 maggio, la documentazione non dà grandi notizie del giovane maddalenino nella marcia verso Palermo: si sa che entrò a far parte del Servizio sanitario dei Mille. L’ultima notizia di Tarantini, durante la spedizione, si riferisce ad una nota, datata Napoli 21 settembre, inviata dal “luogotenente Tarantini” al Commissario Garini, per segnalare quattro disertori. Terminata l’impresa dei Mille, fu per breve tempo ammesso nell’esercito regolare, che abbandonò nel 1862. Tornato in Sardegna, lasciò sia l’esperienza garibaldina che la vita militare. Sposatosi a Thiesi con Antonina Fadda, ebbe dodici figli; nella città logudorese svolse il lavoro di commerciante. Alla fine dell’Ottocento Angelo Tarantini fece ritorno nell’Isola natia, dove morì, come detto, cento anni fa e dove fu sepolto nel nuovo cimitero.
Gian Luca Moro e Antonello Tedde
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