Anno VI
Il Vento - n° 134
15 Ottobre 2005
Storia della Parrocchia
a cura di Claudio Ronchi
I primi cento giorni
Don Michele Demontis dunque, cagliaritano, oltre a fare da cappellano al distaccamento militare di La Maddalena (composto da 104 persone) era stato destinato anche a “servire ivi da Parroco” alla popolazione civile. Popolazione civile che ammontava a circa duecento persone, distribuite tra l’isola di Maddalena (114), Caprera (71), Santo Stefano, Spargi e Santa Maria. Don Michele Demontis ebbe dunque in totale oltre trecento anime da seguire nei pochi mesi in cui rimase a La Maddalena. Pochi mesi nei quali tuttavia non realizzò alcun atto che si possa ritenere proprio di un parroco vivendo sicuramente in una situazione precaria, difficile, senza chiesa. Certamente dovette impegnarsi nella collaborazione col Comandante La Rocchetta il quale aveva preciso incarico di attentamente vigilare “per amicarsi quegli Abitanti”, che venissero “trattati umanamente”, preoccupandosi “che la Truppa si comporti anche bene con essi, castigando severamente, anche in loro presenza, e di subito, quei Soldati che osassero d’insultarli, o comunque beffeggiarli, o ridersi sovra delle loro costumanze, e vieppiù quelli, che tentassero qualche pratica o furtivo commercio colle loro mogli…” (Disposizioni al Comandante del Distaccamento). Fu solo nel mese di dicembre che il trinceramento di Guardia Vecchia fu completato, ed essendo il magazzino del grano molto grande, “fu destinato anche ad alloggio dell’ufficiale del soldo, all’alloggio del cappellano e a quello dell’ufficiale subalterno”(Aristide Garelli, L’isola della Maddalena). Don Michele Demontis rimase a La Maddalena “sino a che, a caggione di una malattia che contrasse ha dovuto restituirsi alla patria, essendo restato leso in occhio”. Il certificato sanitario, redatto dal protomedico Palietti,(le notizie sono tratte dalla già citata ricerca di Salvatore Sanna) riporta essere lui stato “travagliato da una febbre putrida maligna detta d’intemperie [malaria, n.d.a.] dopo esser ritornato dalle Isole Intermedie; e questa infermità durò circa due mesi, avendoli pure lasciato una debolezza di vista”. Contratta dunque la malaria andò via da La Maddalena alla fine di gennaio 1768, probabilmente col maggiore La Rocchetta, comandante della delle Isole che lasciava anche lui l’Arcipelago. Di don Michele Demontis a La Maddalena non rimase traccia. Nei tre mesi (o poco più) di sua presenza si verificarono nascite e morti. Ma i registri parrocchiali furono istituiti solo dal suo successore, il canonico Virgilio Mannu, primo parroco formalmente investito dal vescovo di Ampurias e Civita di questo titolo.
(3 – fine)
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Vie di Ieri e di Oggi
a cura di Giovanna Sotgiu
via Fabrizi
Definita entro i limiti “dal negozio Cateni alla casa di Serra Pasquale”, la via fu intestata nel 1896 ad uno dei protagonisti dei moti ottocenteschi, il mazziniano e, in seguito, garibaldino, Nicolò Fabrizi, eroe errabondo per necessità per circa 30 anni, fino a quando, definita l’unità italiana, divenne autorevole membro della camera dei deputati fino alla morte. Via Fabrizi corre pianeggiante nel tratto parallelo alla piazza Garibaldi, ospitando, sul lato sud, il retro del palazzo di Giagnoni e il palazzotto di Gargiulo. A nord tutti gli ingressi alle abitazioni sono serviti da gradini o dai caratteristici piazzaletti uno dei quali presenta una bella doppia gradinata oggi quasi completamente distrutta: tutto l’edificio (un tempo proprietà della famiglia Susini) è in abbandono: la porta murata, le lastre di granito divelte e in parte asportate la dicono lunga sul suo destino. Fin dal 1897, a un anno dalla sua intestazione, questa parte della via ha goduto di interventi accurati di pavimentazione (e sistemazione della fognatura) con la posa di lastre di granito ben lavorate. Il tratto successivo si inerpica seguendo la conformazione del suolo per poi sfociare in via Garibaldi con una gradinata che condivide con via Angioi: nel 1896 questo tratto era ancora un viottolo sul lato nord del quale incombeva una parete rocciosa irregolare e, quindi, un notevole dislivello. Il problema fu risolto con un effetto ancor oggi di pregio: le case furono sopraelevate e raccordate con il piano stradale attraverso alti gradini e piazzali che, malgrado la ridotta larghezza della via, sono luminosi e soleggiati: la pavimentazione, invece è costituita da lastrine piccole e appena sgrossate. All’angolo del vicolo che collega via Fabrizi alla piazza Garibaldi (quasi di fronte all’ingresso della panetteria di Maruseddu), la casa degli eredi Zenoglio-Varriani è sparita, non so quando, lasciando, al suo posto, le rocce sulle quali sorgeva. Mi chiedo: se nessuno ne rivendica la proprietà, non si potrebbe sistemare l’area a giardino, prendendo, magari, esempio dalla simile area di via Castelfidardo?
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Pagine di Catechesi
a cura di don Sandro Serreri
L’altare maggiore
Riprendiamo da dove le abbiamo interrotte (vedi Il Vento, Anno VI, n. 129, 15 luglio), le Pagine di catechesi dedicate alle valenze teologico-liturgiche della chiesa-aula liturgica (riferendoci, in particolare, anche alla nostra). Stiamo procedendo – lo ricordo – come un visitatore, attento e sensibile, che, munito di telecamera, passo dopo passo, con panoramiche e zumate, osserva spazi e manufatti con l’intento di cogliere il loro profondo significato teologico-liturgico celato nelle misure, nei volumi, nelle materie, nei colori, nelle forme e nei segni. Siamo così giunti davanti al vero cuore dell’aula liturgica: l’altare maggiore. Prima della riforma liturgica conciliare (a partire dal 1965 in poi), altare maggiore e mensa eucaristica (della quale parleremo a parte) coincidevano. Oggi, non è più così, in quanto l’altare maggiore non è più la mensa del sacrificio incruento. Infatti, solo nelle chiese pre-conciliari troviamo ancora l’altare maggiore (là ove non è stato distrutto come, per es., nella cappella dell’Istituto S. Vincenzo de’ Paoli in La Maddalena e Olbia a motivo, si giustifica, delle nuove norme liturgiche, ma la storia non si distrugge, mai). Comunque, l’altare maggiore è sempre collocato nel presbiterio, in uno spazio separato dall’assemblea liturgica, posto in evidenza rispetto al resto dei luoghi della presidenza e della celebrazione della Parola. L’altare è, anzitutto, la mensa del Signore, quindi: la tavola del cenacolo (cfr. Lc 22, 14) e dell’albergo di Emmaus (cfr. Lc 24, 30). Poi, è anche il simbolo di Cristo, la roccia vivente di cui parla Paolo: “Bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo” (1 Cor 10, 4). Per questo, l’altare è oggetto di tanti segni d’omaggio. Infatti, il sacerdote vi accede soltanto dopo essersi inchinato davanti ad esso, averlo baciato e incensato (oggi, questo, solo per la mensa eucaristica). Simbolo, dunque, del Cristo vivente in mezzo all’assemblea liturgica, l’altare maggiore accoglie, al momento della sua dedicazione, le reliquie dei martiri associando al sacrificio di Cristo quello dei suoi testimoni. L’altare maggiore, e non solo nel nostro caso, ove non vi sia un luogo (riservato) a parte (vale a dire, una cappella preposta per riporre e custodire il ss.mo Sacramento come, per es., nella cattedrale di Tempio), solitamente contiene un tabernacolo (anche di questo scriveremo a parte) avente funzione di custodia eucaristica. Il nostro altare maggiore, collocato tra il presbiterio e l’apside, separato da una balaustra marmorea intarsiata (del 1827) dal resto della navata centrale, risale al 1831. Commissionato dall’ammiraglio barone Giorgio Andrea Des Geneys, è opera di marmisti genovesi. Fabbricato, perciò, a Genova, è stato assemblato a La Maddalena, forse da maestranze genovesi giunte nell’isola per lo scopo. Sormontato da un grandioso crocifisso dal notevole impatto scenico, l’altare maggiore è adornato da sei candelieri di bronzo, che, a dire il vero, stridono non poco con il resto del presbiterio (come, del resto, la mensa eucaristica). L’altare, in marmo policromo, è uso che venga decorato con vasi di fiori. Questa decorazione non deve mai essere eccessiva, neanche quando si celebrano le solennità dell’anno liturgico o il rito del matrimonio, affinché i tanti fiori non abbiano il sopravvento sull’altare e, perciò, sul simbolo: Cristo, roccia vivente. Le norme liturgiche – lo ricordiamo – prevedono pochi fiori durante l’Avvento e la totale assenza per tutto il corso della Quaresima. Il nostro altare maggiore per dimensioni, bellezza e solennità (pari a quello della cattedrale in Tempio e della parrocchiale di S. Paolo in Olbia), al di là della prospettiva, costituisce veramente il centro della chiesa parrocchiale. Allora, dobbiamo riconoscere che, nel nostro caso (come nel resto delle altre chiese pre-conciliari) l’architettura aiuta non poco l’occhio attento a cogliere l’altare maggiore nella sua valenza teologico-liturgica quale cuore della celebrazione eucaristica. Nella prossima puntata scriveremo riguardo la mensa eucaristica e il tabernacolo.
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