Storia della Parrocchia
a cura di Claudio Ronchi
Una lingua per capirsi
Don Michele Demontis, cagliaritano, in quale lingua parlò e si fece capire dai circa duecento corsi che alla fine del 1767 abitavano l’arcipelago maddalenino? Probabilmente don Demontis dovette esprimersi con loro, nei pochi mesi che rimase a La Maddalena, oltretutto acciaccato, con un linguaggio terra terra, elementare, legato al mondo agro-pastorale e marittimo. Più facile dovette risultare il compito dei due Virgilio Mannu, zio e nipote, che fondarono su nomina vescovile (il primo) la parrocchia, i quali, essendo di Tempio parlavano gallurese, dialetto più vicino al corso bonifacino e alla lingua parlata nella Corsica meridionale. Di tale facilitazione nella comunicazione dovette godere Giacomo Mossa, e dopo di lui i due Biancareddu, Luca De Muro, Ferrandicco, i Pischedda, Antonio Addis e Mamia Addis, tutti rigorosamente galluresi. A parte la presenza agli inizi dell’Ottocento, e per pochi anni, del vice parroco don Giovanni Lantieri da Bonifacio (il cui nome da solo dice più di quanto ne sappiamo), per avere il primo sacerdote che presumibilmente poté rivolgersi ai maddalenini in ‘isulanu’ (nel frattempo l’italiano diventava comprensibile un po’per tutti) bisogna attendere la seconda metà dell’ottocento con don Silvestro Zicavo, non a caso ricordato coll’appellativo di ‘Preti Isulanu’. D’altra parte, colui che viene ricordato ancora come ‘Pret’Antò’, cioè Antonio Vico, era di Calangianus mentre maddalenino doc era, e il cognome lo testimonia, don Giuseppe Millelire, detto Mambrì, il quale, tanto orgoglioso era d’essere maddalenino che il dialetto lo parlava in continuazione, anche quando si riferiva, non sempre bene, a don Capula ‘u castiddhanu’ . In italiano si esprimeva don Giuseppe Riva, maddalenino d’origine lungonesa (Santa Teresa) ed in italiano si esprime, attualmente, don Roberto Aversano, maddalenino d’origine napoletana. Ovviamente in italiano si sono espressi e si esprimono tutti gli altri sacerdoti, sebbene qualcuno non più con inflessione gallurese ma nigeriana, polacca o anglo sassone. Ma ormai, in tempi di globalizzazione, non esistono più molti problemi di comprensione. Più o meno tutti parliamo e capiamo “l’itagliano”.
Don Michele Demontis, cagliaritano, in quale lingua parlò e si fece capire dai circa duecento corsi che alla fine del 1767 abitavano l’arcipelago maddalenino? Probabilmente don Demontis dovette esprimersi con loro, nei pochi mesi che rimase a La Maddalena, oltretutto acciaccato, con un linguaggio terra terra, elementare, legato al mondo agro-pastorale e marittimo. Più facile dovette risultare il compito dei due Virgilio Mannu, zio e nipote, che fondarono su nomina vescovile (il primo) la parrocchia, i quali, essendo di Tempio parlavano gallurese, dialetto più vicino al corso bonifacino e alla lingua parlata nella Corsica meridionale. Di tale facilitazione nella comunicazione dovette godere Giacomo Mossa, e dopo di lui i due Biancareddu, Luca De Muro, Ferrandicco, i Pischedda, Antonio Addis e Mamia Addis, tutti rigorosamente galluresi. A parte la presenza agli inizi dell’Ottocento, e per pochi anni, del vice parroco don Giovanni Lantieri da Bonifacio (il cui nome da solo dice più di quanto ne sappiamo), per avere il primo sacerdote che presumibilmente poté rivolgersi ai maddalenini in ‘isulanu’ (nel frattempo l’italiano diventava comprensibile un po’per tutti) bisogna attendere la seconda metà dell’ottocento con don Silvestro Zicavo, non a caso ricordato coll’appellativo di ‘Preti Isulanu’. D’altra parte, colui che viene ricordato ancora come ‘Pret’Antò’, cioè Antonio Vico, era di Calangianus mentre maddalenino doc era, e il cognome lo testimonia, don Giuseppe Millelire, detto Mambrì, il quale, tanto orgoglioso era d’essere maddalenino che il dialetto lo parlava in continuazione, anche quando si riferiva, non sempre bene, a don Capula ‘u castiddhanu’ . In italiano si esprimeva don Giuseppe Riva, maddalenino d’origine lungonesa (Santa Teresa) ed in italiano si esprime, attualmente, don Roberto Aversano, maddalenino d’origine napoletana. Ovviamente in italiano si sono espressi e si esprimono tutti gli altri sacerdoti, sebbene qualcuno non più con inflessione gallurese ma nigeriana, polacca o anglo sassone. Ma ormai, in tempi di globalizzazione, non esistono più molti problemi di comprensione. Più o meno tutti parliamo e capiamo “l’itagliano”.


