Anno VI
Il Vento - n° 135
1 Novembre 2005
Storia della Parrocchia
a cura di Claudio Ronchi
Una lingua per capirsi
Don Michele Demontis, cagliaritano, in quale lingua parlò e si fece capire dai circa duecento corsi che alla fine del 1767 abitavano l’arcipelago maddalenino? Probabilmente don Demontis dovette esprimersi con loro, nei pochi mesi che rimase a La Maddalena, oltretutto acciaccato, con un linguaggio terra terra, elementare, legato al mondo agro-pastorale e marittimo. Più facile dovette risultare il compito dei due Virgilio Mannu, zio e nipote, che fondarono su nomina vescovile (il primo) la parrocchia, i quali, essendo di Tempio parlavano gallurese, dialetto più vicino al corso bonifacino e alla lingua parlata nella Corsica meridionale. Di tale facilitazione nella comunicazione dovette godere Giacomo Mossa, e dopo di lui i due Biancareddu, Luca De Muro, Ferrandicco, i Pischedda, Antonio Addis e Mamia Addis, tutti rigorosamente galluresi. A parte la presenza agli inizi dell’Ottocento, e per pochi anni, del vice parroco don Giovanni Lantieri da Bonifacio (il cui nome da solo dice più di quanto ne sappiamo), per avere il primo sacerdote che presumibilmente poté rivolgersi ai maddalenini in ‘isulanu’ (nel frattempo l’italiano diventava comprensibile un po’per tutti) bisogna attendere la seconda metà dell’ottocento con don Silvestro Zicavo, non a caso ricordato coll’appellativo di ‘Preti Isulanu’. D’altra parte, colui che viene ricordato ancora come ‘Pret’Antò’, cioè Antonio Vico, era di Calangianus mentre maddalenino doc era, e il cognome lo testimonia, don Giuseppe Millelire, detto Mambrì, il quale, tanto orgoglioso era d’essere maddalenino che il dialetto lo parlava in continuazione, anche quando si riferiva, non sempre bene, a don Capula ‘u castiddhanu’ . In italiano si esprimeva don Giuseppe Riva, maddalenino d’origine lungonesa (Santa Teresa) ed in italiano si esprime, attualmente, don Roberto Aversano, maddalenino d’origine napoletana. Ovviamente in italiano si sono espressi e si esprimono tutti gli altri sacerdoti, sebbene qualcuno non più con inflessione gallurese ma nigeriana, polacca o anglo sassone. Ma ormai, in tempi di globalizzazione, non esistono più molti problemi di comprensione. Più o meno tutti parliamo e capiamo “l’itagliano”.
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Vie di Ieri e di Oggi
a cura di Giovanna Sotgiu
via Regina Margherita
Già via del Quartiere perché collegava il nucleo centrale del paese, disposto intorno alla chiesa e al porto, con l’insediamento militare situato a levante dei Tozzi: il complesso del forte di Sant’Andrea e del Quartiere costituiva il limite massimo di espansione dell’abitato oltre il quale c’era solo il cimitero (nell’area della odierna Opera Pia). La via costeggiava solo in parte le case, rade e disposte irregolarmente a causa della forte irregolarità del pendio, arrampicandosi lungo tratti liberi da abitazioni, rocciosi e impervi. Questa era ancora la situazione registrata dalle carte e dai documenti intorno al 1850. Man mano che il paese si estendeva occupando anche le aree meno favorevoli per la costruzione, andava delineandosi un percorso irregolare, costretto a continue deviazioni che, partendo dalla parete laterale destra della chiesa, lungo quella che era allora la piazza S Erasmo, dopo un breve tratto rettilineo, era costretto a un restringimento e a una curva per dirigersi poi verso la spianata del Quartiere dove sorgeva la Fontana del Re. Nel 1893 tutta l’area fu sottoposta ad una sistemazione che comprendeva, fra l’altro, la prosecuzione della via, attraverso una bella e ampia gradinata, fino all’imbocco della piazza Umberto I°. Via Regina Margherita è stata sempre una importante arteria soprattutto per i rifornimenti diretti all’area militare, ma anche come percorso alternativo verso il cimitero e l’area degli orti di Cardaliò. Essendo spesso percorsa dai carretti, quando si provvide alla pavimentazione, le lastre di granito furono disposte perpendicolarmente all’asse stradale e rigate da solchi longitudinali che consentivano alle ruote cerchiate di ferro una maggiore aderenza al suolo. Da notare che, malgrado la sua intestazione ufficiale risalga al 1896, sia prima che dopo questa data la si trova, a volte, indicata come via Umberto, anche se non sembra esistere nessuna deliberazione in tal senso.
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Pagine di Catechesi
a cura di don Sandro Serreri
Il tabernacolo

Il Tabernacolo della
Chiesa Parrocchiale

Per un senso di sacro rispetto, l’Eucaristia dev’essere custodita in un piccolo proprio santuario, detto tabernacolo. Secondo le norme liturgiche e canoniche, il tabernacolo dev’essere collocato in una parte importante e ben visibile della chiesa. Solitamente, questa è l’altare maggiore. Ove, però, sia possibile, la custodia eucaristica dev’essere in un luogo riservato, a parte (una cappella separata dal corpo centrale della chiesa). Nella nostra parrocchiale questo luogo potrebbe essere il tabernacolo dell’antico altare di san Giorgio. Il tabernacolo, inoltre, dev’essere inamovibile, costruito in materiale solido (marmo, bronzo), non trasparente, ben chiuso in modo da evitare ogni pericolo di profanazione. Nelle parrocchiali della nostra Diocesi ne abbiamo alcuni (i più in marmo), che sono delle vere e proprie opere d’arte. Il nostro, in bronzo, risalente all’Anno santo 1950, su disegno di Giuseppe Deligia e modello in legno di Fosco Bruschi, è opera dell’Officina Fonderia dell’Arsenale della marina militare. Per incastonarlo nell’altare maggiore, è stato necessario “tagliare” ed esportare alcune parti marmoree (tutt’oggi mancanti). A ben guardarlo, appare monumentale, perciò più confacente ad una cattedrale o basilica piuttosto che ad una chiesa parrocchiale. Questo tabernacolo – è necessario riconoscerlo e dirlo! – rappresenta il legame, forte e stretto, che c’è tra la comunità parrocchiale e quell’Arsenale maddalenino, che tanta parte ha avuto nella vita, nel progresso e persino nell’identità socio-culturale dell’Arcipelago visto che tanti “arsenalotti” sono stati parrocchiani praticanti e attivi collaboratori pastorali. Perciò, non è del tutto esagerato dire che il nostro tabernacolo non è solo custodia eucaristica, ma anche – scusate il gioco di parole! – custode di buona parte di quella lunga e nobile storia umana dell’Arsenale che s’intreccia con il cammino della Comunità dei credenti maddalenini. Gesù Eucaristia, dunque, vi è ivi custodito e adorato. Sostituire questo tabernacolo per ricollocare quello precedente è, perciò, impossibile! Significherebbe – a mio modesto parere – offendere e snaturare un simbolo socio-religioso che, in quanto tale, parla a tutti i maddalenini: credenti e non. Piuttosto, si ricollochino i marmi mancanti. Infine, secondo una significativa tradizione, dinanzi al tabernacolo in cui si custodisce la ss.ma Eucaristia, arde continuamente (perenniter) una lampada (ad olio o cera d’api). Essa ha lo scopo d’indicare e onorare la presenza del Signore. La nostra, è sullo stile dei candelieri posti sull’altare maggiore (meglio sarebbe stata pendente dal soffitto e in argento. Una lampada “eucaristica”, antica e d’argento, fa bella mostra si se nel Museo diocesano maddalenino. Perché, allora, non ricollocarla dov’era?). Dando le spalle al tabernacolo, ecco la Mensa eucaristica, ma di questa scriveremo nel prossimo numero.
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Strane coincidenze
Voci che gridano dall’oblio
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