Anno VI
Il Vento - n° 135
1 Novembre 2005
Centenario nascita: Mons. Capula
“Nel settembre del 1939” scrive don Capula nei suoi diari, “quando il conflitto era già scoppiato in Europa ma non riguardava l’Italia, al primo ordine di sgombero chiesi al vescovo di intercedere presso le autorità militari per farmi rimanere al mio posto”. È singolare, per chi ha conosciuto successivamente don Capula e la sua capacità di gestire, da solo, i propri rapporti con tutte le autorità, non solo militari, che, per ottenere il benestare per non sfollare con il resto della popolazione civile, si sia rivolto al vescovo. Il trentacinquenne sacerdote di Castelsardo però, a La Maddalena da circa un lustro, non era ancora entrato nel ruolo che la storia, la piccola-grande storia dell’Arcipelago, gli attribuì e che lui con astuta capacità riuscì a ritagliarsi. Era ancora un giovane parroco, di grande fervore, di discreto carisma, ben voluto dai parrocchiani, soprattutto dai giovani ma ancora piuttosto timido e timoroso verso i poteri forti con i quali, allora si doveva rapportare. Mons. Morera, piemontese, figura per lui paterna, per il quale ebbe sempre enorme stima e devozione, scrisse così al comandante della piazza marittima, l’ammiraglio Augusto Mengotti, che “diede il suo benestare” perché il parroco rimanesse. Di lì a qualche anno don Capula scrisse un altro biglietto al vescovo. Con esso chiedeva l’autorizzazione a far visita a Mussolini prigioniero a villa Webber. Morera assentì e lui lo incontrò e questo gli diede fama nazionale. Ma ciò avvenne più tardi. C’erano invece da vivere ancora i drammatici anni di guerra durante i quali “solo io non mi staccai dall’Isola”, scrisse don Capula, “e fui testimone dei momenti più drammatici di quella sciagurata esperienza, delle vicissitudini, degli eroismi e delle codardie che si verificarono a La Maddalena”. Fu solo a poco più di un mese dall’inizio delle ostilità, esattamente il “24 luglio del 1940 che venne azionato per la prima volta il segnale di allarme, costringendo me ed i fedeli presenti ad interrompere la celebrazione liturgica. La vita tuttavia riprese il suo corso di sempre, tant’è vero che fino all’inverno 1942 si svolsero regolarmente tutte le iniziative liturgiche, sociali, ricreative, organizzate periodicamente dalla parrocchia”.
(21 – continua) Claudio Ronchi
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Un’affascinante storia normale
Nuovo libro di Italia Nostra
Presentato il 29 ottobre scorso nel salone municipale, il libro ‘Il naviglio uso locale a La Maddalena’, pubblicato da Italia Nostra, scrive un’inedita pagina della storia isolana, della storia minima ma pur sempre importante, che ha protagonisti tanti normali maddalenini che svolgendo normali lavori alle dipendenze della Marina sono stati eroici nella normalità delle loro attività. “Nel recupero della storia della comunità maddalenina” è scritto nelle presentazione del libro, curato da Lucia Spanu, Anna Acciaro, al quale ha collaborato Anna Ardau Perrone, “merita particolare interesse il ruolo importante che la Marina Militare ha sempre avuto per la popolazione dell’arcipelago, anche nel campo delle comunicazioni, dei trasporti e dei collegamenti marittimi. Inoltre il sostegno della Marina permise agli abitanti dell’arcipelago di limitare i disagi ed i problemi derivanti dalla insularità. Vogliamo in questo lavoro mettere in risalto alcuni degli innumerevoli fatti ed episodi accaduti nelle acque del nostro arcipelago che hanno avuto come riferimento i mezzi navali della Marina Militare. Prendendo in considerazione specialmente dal dopoguerra in poi, quando, sul naviglio, ad uso locale, al personale militare si è alternato quello civile, per lo più maddalenino”. Il libro, è ricco di foto e testimonianze inedite, alcune delle quali esulano anche dal filo conduttore ma lo arricchiscono in interesse e particolarità (ad esempio le testimonianze su Squarciò, su villa Webber, sugli scalpellini o quelle di Nino Loverci), tracciando un quadro di ricordi di un tempo neanche troppo lontano (soprattutto gli ultimi cinquant’anni) del quale però quasi tutti i protagonisti sono ormai scomparsi, di un’Isola che ormai non c’è più, passata alla storia, seppure minima ma importante, perché è quella di buona parte della comunità. Il libro, stampato dalla litografia di Mariscuola, reca all’inizio la presentazione del capitano di vascello Franco Novelli, che fu per molti anni comandante del Grupnul.
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Le opere militari alla fine dell’800 nell’estuario maddalenino
Un’ interessante mostra del Corisma
Un volo militare degli anni Trenta ed un fotografo, a bordo, che cattura, fissandoli per sempre in una pellicola in bianco e nero, panorami, isole, fortificazioni, terre coltivate del Nord Sardegna come era una volta, come era più di 70 anni fa e come non sarà mai più. Queste istantanee, circa 40, hanno sfilato nella mostra organizzata dal Corisma, Comitato ricerche storiche maddalenine, nella sala consiliare, a La Maddalena, dal 22 al 23 ottobre. Tra queste pellicole si sono potuti gustare scenari naturali, costruzioni militari del Primo conflitto mondiale e i chilometri di coste e del Nord Sardegna. E il fotografo è riuscito persino a rubare al mare il movimento delle onde, il bianco abbagliante della spiaggia di Santa Reparata a Santa Teresa, il percorso, ormai cancellato, che i cavalli seguivano durante la festa della Santissima Trinità a La Maddalena, Casa Garibaldi, il cimitero. Tutto fermo, cristallizzato, come era 70 anni fa. A queste immagini aeree è stata affiancata una collezione di fotografie scattate dal conte Edoardo De Magistris di Castella, ufficiale di artiglieria a La Maddalena, negli anni tra il 1895 ed il 1898. Gli scatti di De Magistris hanno ripreso la vita militare della fine dell’ 800, tra La Maddalena, Palau e Baia Sardinia, mettendo in scena personaggi e persone, attimi di esistenza quotidiana. Dall’uscita dalla messa, ad una gita in torpediniera, al caricamento di un cannone, all’obice da 280 firmato dalla casa tedesca Krupp, produttrice di armi ed accusata dal tribunale di Norimberga di essere la fabbrica amica e collaboratrice di Hitler. Ma la mostra è stata più che immagini. Era vita vissuta. Era sensazioni. È stata la valigia di ricordi che l’ufficiale De Magistris ha voluto portar via con sé, dopo che gli anni da ufficiale erano, ormai, finiti. E tutti, dalle tabaccaie alla postina di Palau, agli uomini sulla scala di Monte Altura si sono prestati allo scatto del fotografo, si sono abbandonati alla posa, a rappresentare la funzione che svolgevano in quel momento, quello che erano in quell’istante rubato dal fotografo. Anche le galline che beccavano vicino al forte di Arbuticci, a Caprera, erano testimonianza di giornate vissute dai militari, lì, in quelle fortificazioni lontane da tutto e da tutti, e che furono costruite a La Maddalena e nelle isole dell’Arcipelago, subito dopo l’Unità d’Italia, quando l’assetto politico e i confini geografici, in particolare, erano stati stravolti. E La Maddalena già si apprestava a vivere il suo destino di terra fortificata. Di isola assediata e di interesse militare.
Alessandra Deleuchi
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Aggiunte al Dizionario Maddalenino
Glossario etimologico comparato e toponimi
a cura di Renzo de Martino
  • Aricchjò: orecchione. Come termine ornitologico designa un grosso pipistrello; ma nell’uso maddalenino ha il significato di ‘omosessuale, pederasta’. Per il GDLI è accostato a recchione “voce di area centro-meridionale, di origine incerta”. L’ipotesi più accreditata è che derivi dal lat. hìrculus ( dimin. di hircus, becco), “col valore anche di immondo, e quindi di pederasta, per le abitudini perverse dell’irco”. Altri lo fanno risalire al nome della lepre : cfr. il còrso aricchjùta (accanto a lévra), ‘lepre’, così detta dalle orecchie lunghe (Falcucci): animale che gode fama di ‘ermafrodito’. Tuttavia sembra che l’esatta derivazione sia proprio da ‘orecchio’ (lat. volg. aurecla, da aurìcula, dimin. di auris), attraverso lo spagn. orejòn, “nobile peruviano privilegiato; nome dato a varie tribù d’indi”; così Camilla Cederna: “il nome viene dagli spagnoli che definivano orejones gli omosessuali eredi della dinastia incaica che si facevano forare e allungare i lobi delle orecchie” ( in Casa nostra, Mondatori Edit., Milano 1983: vedi il capitolo, interessantissimo sotto l’aspetto antropologico ed etnografico, I Femminelli”; e il femminiello è “in condizione di ermafroditismo”).
  • Armiràgliu: ammiraglio. It. ant. ammiraglio; anche amirante e almirante (spagn. idem), emiro. Cfr. prov. almiral, franc. amiral. Data la dimestichezza degli isolani con la terminologia militare e marinaresca, la parola non avrebbe dovuto subire deformazione nel dialetto, ma probabilmente essa è stata contaminata dall’incrocio o accostamento con ‘armi’. Dall’ar. al-amir-a-ali, comandante supremo, comandante della flotta.
  • Armuràccia: ramolaccio selvatico (Armoracia rusticana). Pianta spontanea, che cresce nei campi, simile al ‘rafano’. Genov. armoassa, gall. almuraccia, còrso rusulacciu. Lat. armoracea (Plinio), gr. harmorákia (Dioscoride) It. ant. ramoraccia, deformazione per accostamento a ‘ramo’. Le voci dialettali seguono generalmente la tradizione dotta.
  • Arpàia: toponimo. La costa orientale di Marginetto dopo Porto Massimo. È un costone accidentato, irto di massi sporgenti, di spuntoni e anfratti quasi inaccessibili. Il nome dovrebbe derivare da arpa, ‘arma antica, simile a una spada falcata, dalla cui lama sporgeva un uncino; cfr. calabr. arpàju (dal gr. árpe, arpághion), ‘strumento di legno con lungo dente di ferro’ (Rohlfs)., gen. arpä, ‘graffiatura’, còrso arpàle (alpàle) e arpagna, ‘rupe, luogo scosceso’: tutti deverbali dal lat. sàrpere, ‘tagliare’. Nei dialetti meridionali arpa designa ‘uccello rapace’ e arpègghja (dal catal. arpèlla) ‘avvoltoio’: se c’è connessione, in questo caso, arpaia significherebbe ‘luogo impervio, accessibile solo agli avvoltoi’. Cfr. Nido d’Aquila. L’árpe era l’arma con cui, durante le antiche cerimonie dei Taurobólia (‘sacrifici di tori’), in onore di Cibele, venivano sgozzate le vittime.
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