“Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora” (Mt 25, 13).
Questo insegnamento di Gesù fa parte del grande discorso escatologico (cfr. Mt 24-25), sugli ultimi tempi, suscitato dalla domanda dei discepoli: “Dicci quando accadranno queste cose, e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo” (Mt 24, 3b). Gesù, utilizzando il linguaggio che fu tipico dei profeti apocalittici (Ezechiele e Daniele), nella parabola del fico consiglia la vigilanza: “Vegliate, dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà” (24, 42); “Perciò anche voi state pronti, perché nell’ora che non immaginate, il Figlio dell’uomo verrà” (24, 44). Consiglio che rafforza con le successive parabole del servo (cfr. 24, 45-51) e delle dieci vergini (cfr. 25, 1-13). Il discorso termina con il giudizio finale (cfr. 25, 31-46), che, veramente, “impone” la vigilanza come naturale comportamento spirituale del discepolo. Per questo, il cristiano deve saper utilizzare al meglio i talenti affidati. Ecco, perché tra la parabola delle dieci vergini e il giudizio finale, c’è la parabola dei talenti. A chiunque, nella speranza, attenda la venuta del Cristo, è richiesto un impegno costante nella messa in pratica dell’annuncio evangelico durante la vita quotidiana. Si tratta di saper vivere come se la venuta del Signore sia ormai imminente. Non bisogna lasciarsi sorprendere. Il giovane beato Pier Giorgio Frassati (Torino 1901-1925) è stato un grande testimone del consiglio evangelico della vigilanza. Infatti, alla luce di questo, ha vissuto dando a tutte le realtà terrestri e materiali il giusto valore senza mai lasciarsi vincolare e distrarre da nessun bene umano. Il suo esempio eroico rappresenta la possibilità reale di poter vivere nel mondo guardando instancabilmente verso l’alto. E’ necessario, pertanto, considerare relative tutte le realtà terrestri, materiali, umane, affinché queste, pur usandole, non diventino motivo di distrazione. Il segreto, allora, sarà quello di vivere alla presenza del Signore, senza per questo disprezzare e trascurare il mondo con tutte le sue realtà che, pur facenti parte della nostra vita, sono da noi considerate di passaggio e non permanenti e definitive. Di permanente e definitivo, lo crediamo e speriamo nella vigilanza, ci sarà solo questo giudizio: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo” (25, 34b).