Anno VI
Il Vento - n° 136
15 Novembre 2005
Storia della Parrocchia
a cura di Claudio Ronchi
Il reverendo Jermyn
Non sono solo gli attuali (e passati) pastori protestanti al seguito della Marina degli Stati Uniti ad essere ed essere stati presenti a La Maddalena. A parte i numerosi pastori valdesi alternatisi in circa novant’anni di presenza (tra Ottocento e Novecento), di alcuni battisti e metodisti di passaggio, a parte il reverendo anglicano Scott al seguito di Nelson (e di qualche altro suo collega presente con la flotta inglese in quel periodo), si è sempre parlato di un certo Jermyn, pastore anglicano, del quale però si avevano scarsissime notizie. Alcuni, interessanti e preziosi dati in più ce lo offre il libro fresco di stampa di Giovanna Sotgiu ed Alberto Sega ”Inglesi nell’Arcipelago”, che tra gli altri proprio del reverendo Jermyn parla. Si chiamava George Bitton Jermyn e visse a La Maddalena per sei anni, dal 1851 al 1857. All’epoca era parroco don Michele Mamia Addis e vice Paolo Demuro e Silvestro Zicavo detto Preti Isulanu. Quando giunse a La Maddalena Jermyn aveva 62 anni, un’età avanzata a quell’epoca. Di Halesworth nel Suffolk (zona sud orientale dell’Inghilterra), e di famiglia benestante, “era un uomo colto, aveva una laurea in Master of Arts, e due in legge. Come pastore anglicano – scrivono nel citato libro Sotgiu e Sega – aveva retto diverse parrocchie”. Di lui, aggiungono ancora gli autori, sono state trovate notizie su una pubblicazione edita dall’Università di Oxford. Perché venne nell’Arcipelago (dove avevano dimora anche i compatrioti coniugi Collins, Webber e Roberts) e vi visse per un breve periodo di tempo e cosa vi facesse per campare, neanche il nuovo libro però riesce a rivelarlo. Sposato due volte (la prima divenne vedovo) ebbe dei figli, rimasti in Inghilterra. Non si hanno notizie se a La Maddalena venne con la moglie. Pare però che fosse diventato povero. Certo è che la sua presenza dovette essere ‘destabilizzante’ nella cittadina, quantomeno e non solo agli occhi del parroco Mamia che proprio in quel periodo doveva apprestarsi a gestire la presenza di Garibaldi, massone ed anticlericale. Oggi, in tempi di ecumenismo ed estrema, a volte eccessiva tolleranza, certi particolari sfuggono. Ma allora non si scherzava, né da una parte né dall’altra. Anche perché spesso l’elemento religioso si confondeva con quello politico. È bene perciò ricordare, ad esempio che ai tempi di Mamia, il crocifisso ed i candelieri donati dall’anglicano Nelson erano conservati (nascosti) in fabbriceria e che nei cimiteri i cattolici non seppellivano i protestanti (e viceversa). Ciò accadde anche per George Bitton Jermyn, deceduto il 2 marzo 1857. Il parroco Mamia Addis, alla richiesta di seppellimento nel Cimitero Vecchio rispose picche (le regole canoniche allora erano queste) e Jermyn venne inumato a Santo Stefano, in un piccolo cimitero sconsacrato.
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Vie di Ieri e di Oggi
a cura di Giovanna Sotgiu
Piazza Garibaldi
È uno dei simboli più evidenti della trasformazione del paese e del suo progressivo ammodernamento. Al suo posto, fino alla fine del XIX secolo, c’era solo una spiaggia incastonata fra due punte rocciose, chiamata La Rena o L’Arena, che serviva per l’alaggio di barche di dimensioni non troppo grandi quali gondole e tartane: era quindi attrezzata con due vecchi cannoni infissi nel suolo, quattro piccole prese in granito, un anello per gli argani e paranchi per tirare a terra. Vi si trovava anche un pozzo pubblico che mal si conciliava con la presenza dello sbocco di un canale di scolo che raccoglieva, a ponente, lo scarico di acque piovane e delle fognature di gran parte del paese. Lo scalo era separato dalle abitazioni, che oggi identifichiamo come case Gargiulo e Giagnoni, da una semplice cordonata di granito di pochi decimetri che creava uno spazio transitabile da pedoni e carri. Questo spazio, allargato progressivamente a spese della costa, fu abbellito da alberi che le diedero il nome, Piazza degli Olmi, e divenne, insieme al Molo, la zona più frequentata da marittimi, commercianti e anche dai pescatori che potevano vendervi il pescato pagando la dovuta tassa di stazionamento. Alla fine del XIX secolo tale vocazione commerciale fu accreditata dalla costruzione del mercato e, da questo momento, malgrado le altre denominazioni ufficiali e non, fu chiamata, e continua a chiamarsi ancora oggi preferibilmente, piazza del Mercato. La costruzione del palazzo comunale ne ha fatto il centro della vita politica del paese che registrò appassionate contrapposizioni nei memorabili comizi di un tempo, e che si evidenzia, ancora oggi, in prossimità delle elezioni. Durante l’amministrazione Tramoni le lastre di granito che la pavimentavano furono sostituite con mattonelle rosse: facile l’accostamento, poco riverente in verità, con la spianata del Cremlino a Mosca e il conseguente nomignolo di piazza Rossa. L’ultimo intervento dei primi anni Novanta ripristinava il granito, ma con un decoro rappresentato da una rosa dei venti (dinanzi al portone del comune) con una lunga coda che ingloba la grande panchina: le due palme che la fiancheggiano dovrebbero ricordare i perduti Olmi.
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Pagine di Catechesi
a cura di don Sandro Serreri
La Mensa eucaristica
Anche per la Mensa eucaristica (sulla quale si celebra il Sacrificio), che ha sostituito, dopo la riforma liturgica varata dalla Sacrosanctum Concilium del Vaticano II, quella dell’altare maggiore, le norme liturgiche e canoniche stabiliscono che sia fissa e di pietra naturale (marmo, granito), solida e ben lavorata, dedicata e recante, secondo l’antica tradizione, reliquie autentiche di Martiri o di altri Santi. Inoltre, la Mensa può essere anche mobile. In questo caso, può essere di legno e, semplicemente, benedetta. La Mensa deve essere unica. Questo, affinché sia restituita all’altare tutta la sua forza simbolica. La Mensa eucaristica è l’icona più santa, poiché rappresenta Cristo, fonte zampillante di vita; è anche la Mensa del Signore; è il centro dell’azione di grazie che si compie con la santa Messa. La Mensa del Signore non richiede grandi dimensioni, basta che la sua superficie possa accogliere oltre il messale, le oblate (offerte: pane e vino) necessarie alla comunione e il calice destinato alla celebrazione. La Mensa, infine, dovrà essere disposta in modo che vi si possa girare intorno (per l’incensazione) e, soprattutto, celebrare rivolti verso il popolo. E’ così che sacerdote e fedeli sono veramente “circumstantes”, tutti ritti attorno all’unico altare. E’ allora che si manifesta in pienezza l’armonia tra il sacerdozio ministeriale del presbitero e il sacerdozio comune (battesimale) dei fedeli, secondo il dettame del Vaticano II (cfr. LG, n. 10). La Mensa della nostra parrocchiale è di legno rivestito da una lamina di metallo bronzato; mobile, dunque, non custodisce nessuna reliquia. Anche per questa, vale lo stesso giudizio estetico-liturgico espresso circa i candelieri posti sull’altare maggiore e la lampada eucaristica: costituisce, nel luogo del presbiterio, un’ulteriore nota stonata rispetto alla balaustra e all’altare maggiore, pregevolissime opere in marmo bianco, policromo ed intarsiato. Da questo giudizio scaturisce la necessità di sostituire l’attuale Mensa eucaristica con una che abbia i caratteri, liturgici e canonici, sopra elencati. Quindi, sia di marmo, fissa, dedicata. La nuova Mensa dovrà riprendere e concordare con i colori ed i motivi ornamentali della balaustra e dell’altare maggiore. Questa, poggerà su di un piano di calpestio di marmo bianco (attualmente la Mensa poggia su di una pedana di legno rivestito di moquette rosso porpora). Riguardo questo progetto, vi è da dire che, se le antiche colonnine di marmo policromo intarsiato, quelle facenti parte delle balaustre del presbiterio e delle cappelle laterali, dopo la vandalica ristrutturazione di oltre mezzo secolo fa, fossero rimaste in loco, anziché depositate chi sa dove o, forse, utilizzate per abbellire alcune abitazioni maddalenine (non voglio pensare che siano andate distrutte!), si sarebbe potuto utilizzarle per la nuova Mensa eucaristica e per il restauro della cappella di san Giorgio. Perciò: come sarebbe importante, per il recupero dell’antico splendore della nostra parrocchiale, se ritornassero dov’erano state collocate, con tanta arte, dai nostri avi! Questo, vuole essere un appello e un monito rivolti alle nostre coscienze.
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Omaggio a ‘don’ Curis
Nei giorni 9 e 10 ottobre 1971 La Maddalena ricevette la visita ufficiale del suo figlio più illustre: mons. Carlo Curis, da pochi giorni ordinato arcivescovo di Medeli e delegato apostolico di Ceylon. L'accoglienza dei maddalenini fu calorosa. e "una moltitudine di folla - scrisse Pietro Favale su L'Unione Sarda - gli ha tributato il suo affetto, la sua stima, la sua devozione". Nella foto, scattata sulla porta della chiesa di Santa Maria Maddalena, lo vediamo con il sindaco Giuseppe Deligia (a destra), padre Salvatore Vico (dietro), l’assessore provinciale Pasqualino Serra (dietro), mons. Salvatore Capula (a sinistra), il presidente della giunta parrocchiale Sandro Conti (a sinistra).
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