Gesù Cristo Re dell’Universo
“Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 40b).
Il Vangelo dell’ultima domenica dell’anno liturgico ci presenta il grandioso affresco del giudizio, quando il “Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria” per separare “gli uni dagli altri”. Si tratta del giudizio per tutti i “benedetti del Padre” e i “maledetti”, per tutti coloro che riceveranno “in eredità il regno” o il “fuoco eterno”. Il giudizio finale non consente ulteriori tempi di attesa, giustificazioni. Sarà l’amore a separarci per andare “al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna”. Questo, perché solo l’amore ci consentirà di riconoscere nell’affamato, nell’assetato, nel forestiero, nell’ignudo, nel malato e nel carcerato Gesù. Quindi, non saranno i codici civili e penali, l’opinione pubblica e i tribunali, ma la bellezza dell’amore tradotto in carità e solidarietà sociale a stabilire il giudizio definitivo ed eterno. Allora, il bene sarà separato dal male, per sempre. Perciò, la zizzania non crescerà più con il grano. Riconoscere Gesù nelle antiche e nuove povertà, quelle che continuano ad affliggere l’umanità, consentirà ad ogni uomo e donna di sentirsi chiamato benedetto, giusto, e di avere il regno e la vita eterna. Chiudendo il grande discorso dedicato ai tempi ultimi, Gesù, servendosi del linguaggio apocalittico, dipinge in modo inequivocabile la scena solenne del re che, separando, giudica per mezzo dei “fratelli più piccoli”. Sono questi, infatti, i veri giudici, perché saranno le povertà non riconosciute, trascurate, occultate, a pronunciare il giudizio e, quindi, a condannare chiunque ha vissuto non riconoscendosi custode del fratello. L’anno liturgico si chiude con la proclamazione della universale signoria di Gesù Cristo, ma, insieme, con un severo monito rivolto a tutte le coscienze di buona volontà affinché, nonostante il mistero del male, che si esprime attraverso l’egoismo e la superbia, nessuna povertà ci lasci indifferenti. All’inizio del nuovo secolo e millennio la nostra società è scossa dal terrorismo, dalla piaga della fame, dal relativismo etico e morale, dal pensiero debole, dalla irrazionalità dell’impero della scienza e della tecnica, dall’assenza dei valori spirituali. In questo inarrestabile divenire, che appare sempre più contro l’uomo, la pagina evangelica del giudizio viene non ad incutere paura, ma a scuotere le coscienze assopite, ingenue, indifferenti. “La bellezza salverà il mondo”, ebbe a dire il servo di Dio papa Giovanni Paolo II. Parafrasando questo insegnamento, direi che sarà la bellezza dell’amore ritrovato a salvare il mondo. Per questo, i cristiani guardano con speranza il grandioso affresco del giudizio. Impegnati a riconoscere Gesù, specialmente nei poveri, i cristiani del nuovo millennio vogliono, sempre più, assumersi la responsabilità di essere protagonisti nella storia guidata dalla signoria di Gesù Cristo. Forse, il prossimo passo sarà quello di riconoscere che siamo entrati dentro il tempo del post-cristianesimo. Ma questa presa di coscienza non dovrà privarci di continuare a sentirci luce, sale, e a vivere l’amore di Dio, quell’amore che si manifesta soprattutto quando la notte sembra avanzare prepotentemente o non vuole lasciare il posto all’alba di un nuovo giorno.